- Categoria: Monografie
- Scritto da Fulvio Poletti
Iper-tecnologia e formazione dell'individuo - Quale comunicazione?
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Quale comunicazione?
Occorre chiedersi quale tipo di scambi comunicativi riusciamo a elaborare in una società cosiddetta della comunicazione e dell’informazione come viene spesso definita la nostra. Che cosa mettiamo in gioco e in scena, autenticamente, a livello contenutistico e sentimentale o emozionale nelle conversazioni che giornalmente intessiamo con gli altri, in famiglia, sul posto di lavoro, nel tempo libero?
Non raramente si ha l’impressione che ciò che passa sia direttamente proporzionale alla rapidità del flusso e alla superficialità del messaggio, quanto più volatile ed effimero tanto più preme l’esigenza di lasciar immediatamente il posto a un altro e un altro ancora, in un vorticoso susseguirsi di suggestioni, emozioni, stimoli da superare sempre di nuovo, perché vi è costantemente l’anelito di un altrove, di un di più, del superamento del presente e dell’immediato. Ma così, se da un lato il presente stesso viene difficilmente vissuto all’insegna di una reale partecipazione e piena fruizione (per cui il godimento che se ne trae è sempre incompleto e talvolta addirittura del tutto assente, perché proiettati in un altro spazio-tempo desideriale), dall’altro lato si produce la dissoluzione delle memorie situazionali dei vari episodi salienti della vita di ciascuno o della memoria tout court, quella che per avere un senso abbisogna di un filo conduttore significativamente intrecciato con le nostre capacità riflessive e rielaborative, non solo personali ma condivise comunitariamente per dar smalto a una narrazione corale.
E ciò malgrado la parossistica e paradossale propensione ad estendere esponenzialmente le memorie digitali e i supporti per stoccare scritti, foto, filmati testimonianze di una miriade di episodi che in questi immensi contenitori finiscono per disperdere il loro significato, perché il collezionismo distratto e compulsivo non si concilia molto con la capacità di provare emozioni intense e di conferire un senso profondo alle esperienze vissute.
Pertanto, le nostre conversazioni usuali, seppur supportate da sistemi tecnologicamente assai sofisticati e da apparati mirabolanti, denotano spesso una spaventosa povertà di spessore contenutistico e di rielaborazione riflessiva, tanto che buona parte delle relazioni comunicative avvengono prendendo in considerazione come motivo dello scambio il dispositivo tecnologico stesso, ad esempio confrontando i dati tecnici del proprio telefonino, oppure disquisendo sulle caratteristiche tecniche del prossimo gadget in uscita o apparecchio da acquistare.
Mentre in altri casi la chiacchiera di heideggeriana memoria la fa da padrona, intessendo amenità su amenità, per eludere questioni afferenti alla propria effettiva qualità di vita o al tenore della propria soddisfazione affettivo-esistenziale. Quante volte ad una “semplice” domanda come: “ma tu sei felice?”, mi sono trovato di fronte volti sgomenti e a persone ammutolite.
Ma accanto a queste linee tendenziali, si sviluppano contemporaneamente e fortunatamente fenomeni/atteggiamenti in controtendenza, nonché manifestazioni di resistenza relativamente a “un sistema dove le immagini, i simulacri e i modelli in scala regnano incontrastati”, secondo l’affermazione di Augé. In questo caso, lo studioso francese prefigura uno spiraglio di speranza in tal senso:
Mi riesce difficile pensare che tutti noi non proviamo un senso di alienazione e allo stesso tempo di diffidenza nei confronti di questo sistema, perché il bisogno di avere con qualcun altro dei veri contatti, una vera relazione, il bisogno anche di immaginare la nostra vita, di costruire le nostre immagini senza contentarci di consumarne di prefabbricate, mi sembrano alla fine dei conti esigenze assai condivise in gradi di costituire l’abbozzo di un contro-sistema, di una resistenza.
Del resto, un certo uso dei social network come Facebook, Twitter, WhatsApp, MySpace, Hi5, Bebo, ecc., nonché della rete delle reti tout court, vale a dire Internet, mediante l’attivazione di blog e siti dedicati alla controinformazione o ad una comunicazione più orizzontale e compartecipata, “dal basso”, può comportare un’inversione di tendenza rispetto alla grossa concentrazione del potere informativo in mano a grossi complessi aziendali e a mega-gruppi d’opinione, i quali concentrano monopolisticamente tutta una serie di vettori massmediali, fornendo notizie, pubblicità, servizi secondo ben precisi canoni d’interesse e matrici di pensiero.
Anche l’indipendenza di giudizio e l’autonomia di analisi dei giornalisti sono oggi messe a dura prova, proprio a seguito dell’enorme concentrazione delle testate in poche mani di magnati e potentati economici, mentre sui fronti caldi come quelli bellici dove si concentra l’attenzione dell’opinione pubblica, cronisti e reporter sono in gran parte integrati e imbarcati (“arruolati”) nella stessa megamacchina mobilitata per le operazioni militari, tanto che si parla appunto di “giornalisti embedded”, il cui punto di vista è pertanto influenzato e condizionato fortemente dal campo di appartenenza dal quale si descrivono gli avvenimenti e si esamina la situazione sul campo.
Un esempio di contropotere è fornito dal sito ‘WikiLeaks’, fondato nel 2006 e diretto dall’ex hacker australiano Julian Assange, che il 25 luglio 2010 ha pubblicato – in concomitanza con tre giornali (lo statunitense New York Times, il britannico Guardian, il tedesco Der Spiegel) che dallo stesso sito avevano ricevuto un mese prima i documenti in anteprima – 92.000 “files” grezzi [documenti/rapporti top secret] sulla “sporca guerra” combattuta in Afghanistan. Dagli stessi, provenienti dal Pentagono e dalle altre istanze in gioco nello scacchiere geopolitico coinvolto, emerge una serie impressionante di episodi raccapriccianti riguardanti stragi di civili – con un gran numero di bambini e donne – mai portati alla luce, operazioni di omicidi e cattura di presunti ‘taliban’ senza alcun processo, droni telecomandati a distanza da una base del Nevada, la collaborazione tra servizi segreti pachistani e ‘taliban’, l’insofferenza degli ambienti militari statunitensi nei confronti dell’ONG italiana Emergency, testimone scomoda.
Purtroppo, un utilizzo così spregiudicato della rete, non solo può consentire di fornire un’altra versione dei fatti rispetto a quella propinata dalle agenzie ufficiali facendo conoscere retroscena sovente insabbiati o non riportati e pertanto fungere da preziosa controinformazione o complemento informativo (si pensi solo alle rivelazioni dell’ex tecnico della NSA-National Security Agency e della CIA-Central Intelligence Agency, che ha messo in luce lo sconfinato sistema di sorveglianza elettronico, con lo scopo – secondo le sue stesse parole – di “informare il pubblico su ciò che viene fatto in loro nome e quello che è fatto contro di loro”), ma prestarsi a usi poco ortodossi votati al gioco al massacro e all’intorbidimento ulteriore delle acque a scopi poco nobili o pericolosi per la democrazia. La verifica delle fonti e dell’attendibilità degli spacci informativi sono un ingrediente fondamentale, ma nella cacofonia di notizie, smentite, prese di posizione non è sempre facile districarsi, nemmeno per gli addetti ai lavori.
L’overdose di messaggi, i fiumi di parole che giornalmente inondano le nostre postazioni di lavoro e ci bombardano costantemente negli altri luoghi e tempi dove si svolgono le nostre esistenze, se da una parte ci danno l’impressione di essere connessi con il mondo intero ricevendone miriadi di informazioni, impressioni e suggestioni, dall’altra ci sottopongono a uno stordimento da jet lag digitale producente disorientamento e scarsa attenzione focalizzata soppiantata dalla dittatura della fretta.
L’impiegato di una grande azienda riceve mediamente più di cento e-mail al giorno, lo scorso anno il 40 per cento dell’orario di lavoro è stato speso per inviare e leggere messaggi elettronici. Non siamo fannulloni, siamo connessi. Nel 2007 più di 35 milioni di miliardi di messaggi via internet hanno fatto avanti e indietro da circa un miliardo di computer e solo per prudenza, per non intasare il traffico del nostro immaginario, si stima che a dicembre prossimo quelli che avranno cliccato sul tasto invia per spedire la bustina supereranno i tre miliardi. Per dire spesso niente, per dirlo male, per correggersi ma alla fine sbagliare ancora.[6]

