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In ambito pedagogico o clinico, l’enuresi di ritorno (o secondaria) viene comunemente utilizzata per indicare la ricomparsa di perdite involontarie di urina dopo un lungo periodo di controllo già acquisito (in genere, almeno 6 mesi). A differenza dell’enuresi primaria (nella quale il bambino non ha mai raggiunto il pieno controllo della funzione vescicale), quella di ritorno è spesso un campanello d’allarme per cause di natura emotiva, fisiologica o psicologica. Si tratta di un comportamento regressivo – il bambino che aveva già raggiunto una propria autonomia compie un “passo indietro” a livello comportamentale – e che va quindi affrontato come tale, non come una forma di inerzia o di noncuranza, in quanto dietro ad ogni tipo di regressione (sia essa enuresi, encopresi, irritabilità, gattonamento o linguaggio infantile) si celano piccole avvisaglie, come vissuti di stress, ansia, o esperienze traumatiche. Anche un grande cambiamento, come l’inizio della scuola o la nascita di un fratellino o di una sorellina, possono avere un impatto importante a livello emotivo e provocare delle reazioni inconsce che spingono il bambino a chiudersi in delle “zone di comfort”, ossia schemi comportamentali che infondono sicurezza. Non si tratta di semplici capricci, né di fallimenti educativi ma, semplicemente, di piccole richieste di aiuto.
In una visione romantica della famiglia il tema della giustizia sembrerebbe inapplicabile. Eppure basta riconoscere la diseguale distribuzione del lavoro domestico o la presenza diffusa di conflitti e violenze tra i membri per riconoscere come anche in ambito familiare vi siano fonti di ingiustizia. L’autrice affronta dal punto di vista filosofico il problema del rapporto tra la giustizia e la famiglia evidenziandone le sottese radici teoriche: dal rapporto tra la difesa della libertà del privato e le esigenze di uguaglianza del pubblico fino al nodo cruciale del riconoscimento della differenza che abita intimamente le relazioni familiari. Se la famiglia è il luogo genetico della differenza, le politiche nei suoi confronti diventano allora lo specchio in cui misurare la nostra capacità di tutelare e rispettare l'alterità: il nostro essere o non essere una democrazia.
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