- Categoria: Pedagogia del quotidiano
Storia di un timidezza
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A sedici anni guardavo solo alla mia "effettività" e la odiavo talmente da non vedere in me nessuna "possibilità", non mi stavo affatto curando, mi stavo ammalando…
La mia esistenza allora era tradotta in un non voler soffrire, fuggire lontano da me per non guardare in faccia quella maledetta timidezza che mi portavo appresso e che mi rendeva insostenibile la vita con gli altri; non potevo nemmeno nascondere la mia ansia poiché era resa visibile dal mio arrossire. Eppure avevo un bisogno enorme degli altri, dei miei compagni, dei miei amici, del gruppo, dell’essere "popolare".
"La timidezza è un atteggiamento mentale che predispone le persone ad essere estremamente preoccupate della valutazione sociale che gli altri hanno di loro. Come tale essa determina un’acuta sensibilità ai possibili segnali di rifiuto. C’è la tendenza a evitare ogni persona o situazione che in qualche modo può implicare una critica dell’aspetto esteriore o del comportamento della persona timida".
In fondo ero molto preoccupato di apparire perché il giudizio degli altri era per me di enorme importanza tanto che non mi sentivo mai all’altezza delle situazioni e sprofondavo sempre più nelle mie frustrazioni e nel mio masochismo autodistruttivo.
E i miei genitori? E i miei educatori? Sembravano non dare importanza al "mio problema", i miei voti a scuola, il comportamento educato, il silenzio d’oro, sembravano essere i cardini della crescita e sembravano dirmi: "Tu vali solo quanto il tuo ultimo successo".
"Crebbi come un ragazzino buono e obbediente che aveva paura e odio per l’autorità, ma che non era capace di rispettare il valore delle sue emozioni e delle sue opinioni".
Addirittura, siccome spesso arrossivo, alcuni di questi adulti-educatori evitavano di parlare con me: forse per non mettermi in imbarazzo? Come mai allora mi sentivo sempre più "piccolo", sempre più insignificante?!
"Forse l’ultima cosa al mondo alla quale un genitore penserebbe durante l’attesa di un figlio è chiedersi se il bambino sarà timido. Preghiamo che il bimbo sia sano e normale e, quando arriva, contiamo le sue piccole dita delle mani e dei piedi e partiamo per quello straordinario viaggio che è l’essere genitori. Registriamo regolarmente la crescita in statura e peso, ricordiamo le pietre miliari delle prime parole e dei primi passi, acquistiamo libri per incoraggiare la lettura precoce; ora arriviamo perfino a comperare piccoli computer per iniziare al sapere i nostri futuri piccoli geni. L’enfasi sullo sviluppo motorio, sulle abilità verbali e sull’apprendimento ha generalmente distolto l’attenzione dei genitori degli insegnanti e perfino degli psicologi infantili dalla crescita sociale e emozionale del bambino. Solo recentemente le figure che a vario titolo si occupano dei bambini e del loro sviluppo hanno preso consapevolezza dei gravi e deleteri effetti prodotti dal fatto di ignorare o dare per scontato il cosiddetto "normale" sviluppo della sensibilità sociale e del benessere emozionale dei bambini.
Secondo Segale e Yahraes, sebbene sia vero che molti dei dubbi che un bambino nutre su di sé abbiano origine dalla sua interiorità, essi possono tuttavia essere rinforzati o ridotti dall’ambiente esterno, e altre ansie infantili non metterebbero mai radice se non fosse per i messaggi distruttivi dell’Io che le figure adulte chiave nella vita del bambino gli trasmettono a cuor leggero".
Ero diventato completamente dipendente dal ruolo, dall’etichetta che altri avevano costruito intorno a me, tanto che ancor oggi sto combattendo contro questi fantasmi. L’unico modo per uscire da questo abisso era per me allora, l’essere inautentico, essere qualcun altro, qualcos’altro vista la mia "incapacità di abitare la mia storia, di assumere il mio destino, accettando la mia effettività e lasciando agire il mio poter essere in quanto tale".
Mi è stata inculcata la paura dell’errore, sono cresciuto con questa angoscia dentro che non ti permette di esporti, di rischiare, di "essere" nonostante le tue debolezze; è un continuo allontanarsi da sé alla ricerca di un rifugio comodo e sicuro.
La timidezza fa moltissime cose cattive alla persone, sia giovani che vecchie:
- Rende difficile incontrare persone nuove o gustare esperienze potenzialmente positive.
- La timidezza impedisce alla persone di difendere efficacemente i propri diritti e di esprimere le proprie opinioni e i propri valori. Le persone timide hanno una forte tendenza a conformarsi e generalmente non mettono in discussione regole o autorità oppressive.
- Favorisce un’eccessiva consapevolezza di sé e una altrettanto eccessiva preoccupazione per le proprie reazioni, precludendo così la preoccupazione o semplicemente l’interesse per gli altri.
- Generalmente, la timidezza è accompagnata da stati d’animo negativi come la depressione, l’ansia, la scarsa autostima e il senso di solitudine.
- Quando i sintomi della timidezza sono a pieno regime, la persona timida ricorda con imbarazzo le esperienze passate e si preoccupa in anticipo per le possibili future gaffe.
- Le persone timide di tutte le età sono spesso fraintese. Possono essere viste come persone non interessate a quanto l’interlocutore sta dicendo, oppure scostanti o inaffidabili, perché non riescono a guardare gli altri negli occhi.
- Rispetto agli altri, le persone timide sono più dipendenti dai pari e più vulnerabili alle loro pressioni, il che, nel caso dei giovani, li espone e li rende deboli alle pressioni a fumare, bere, fare uso di droghe.
"Per Binswanger il rischio formativo, il rischio di mancare la propria esistenza sembra abitare innanzitutto l’intersoggettività: la possibilità di essere se stessi dipende sia dalla originaria disposizione del soggetto, il proprio fondo, la propria effettività, sia dalle disponibilità offerte dagli altri a esistere".
Mi sentivo come afferma Binswanger "costretto ad essere", non potevo esistere che in una modalità che in qualche modo gli altri o la vita hanno stabilito.
Prigioniero della mia timidezza, costretto ad atti ripetitivi e senza significato formativo, sprofondavo spesso nella noia dell’esistere, il mio esserci acquistava senso solo nella "bottiglia", nell’euforia alcolica che costruiva il mio essere idealizzato e conforme a ciò che volevo gli altri vedessero. Anche quando bevevo, mi ubriacavo, nessuno sembrava com-prendere dove stavo andando; cose da ragazzi si diceva, presto tutto si risolverà. Lo stereotipo poi della bevuta in compagnia che rende allegri era avallato dalla permissibilità circolante nel contesto sociale che considerava l’abuso alcolico come panacea delle fatiche lavorative settimanali.
L’alcolista, il tossicodipendente sono assimilabili al malato mentale come cita Palmieri: "Vivono perifericamente, fuggendo dal proprio fondo fuggono ciò che sono".
La mia timidezza affogata nell’alcool poco a poco è venuta poi a contatto con tutto ciò che provocava il fatidico "sballo", l’uscire da sé volontariamente perché inconcepibile vivere con sé; quindi dall’haschis alle anfetamine, dalla cocaina fino all’eroina, il salto è breve e senza sosta.
Non ho mai pensato che tutto ciò che assumevo potesse fare male alla mia salute/cura fisica e psichica, che potesse essere controformativo o che svuotasse completamente la mia persona, ciò che volevo era star bene con me stesso e sentirmi a mio agio anche con gli altri (tutto ciò era per me ottenibile solo attraverso lo "sballo"), questi i miei obiettivi fino a ventisei anni compiuti! Mi sono trovato a ventisei anni dipendente da eroina, alcolista, senza un lavoro, senza amici (quelli veri), con dei genitori disperati, una personalità invisibile, una salute debilitata, nullatenente, un fallito insomma, un di-sperato (senza speranza)!
Ho rincorso per tutta la mia giovinezza dei pensieri irrazionali che rivedo citati dallo psicologo Albert Ellis nel libro "Il bambino timido" casa editrice Erickson:
- Per essere una persona felice e di valore è necessario essere approvati e amati praticamente da tutti e per tutte le cose che si fanno; essere criticati o rifiutati è un fallimento personale catastrofico per il quale si dovrebbe essere puniti o sentirsi malissimo.
- Per valere come persona è essenziale essere perfettamente competenti, adeguati e di successo sotto ogni possibile aspetto.
- Per essere felici non bisogna mai sentirsi frustrati; è anormale e catastrofico che le cose non vadano come si vorrebbe e bisogna reagire alla frustrazione con la rabbia o…..Una persona dovrebbe cercare di evitare la maggior parte delle difficoltà e delle responsabilità che la vita pone e cercare sempre la gratificazione immediata. Non si dovrebbero fare progetti a lungo termine per il proprio piacere e divertimento.Le persone e le cose dovrebbero essere sempre migliori di quello che sono ed è terribile se non si trovano subito soluzioni perfette alle tristi realtà della vita.
- La felicità umana suprema può essere raggiunta attraverso l’inerzia e divertendosi in maniera passiva e senza impegno.
Nessuno mi aveva aiutato a comprendere come la sofferenza sia parte integrante di sé:
La cura inautentica analizzata da Foucault "trae origine da un gesto, una scelta originaria, un gesto che sembra sorgere all’interno di una problematizzazione del rapporto dell’uomo con quello che rappresenta ciò che egli fatica a capire, a controllare, a sopportare. Questa scelta originaria del pensiero occidentale nasce nell’ambito dell’esperienza della follia, della malattia, della morte: di ciò che effettivamente l’uomo moderno ha allontanato da sé, colonizzato con il linguaggio della razionalità e quindi esorcizzato, nel tentativo forse di mettere a tacere quell’inquietudine che tali esperienze sembrano tuttora non smettere di suscitare".
L’esperienza di cura ricevuta al N.O.T. (Nucleo Operativo Tossicodipendenti) del mio paese è stata fallimentare: un servizio burocratizzato, figure responsabili istituzionalizzate incapaci di calarsi nella sofferenza lacerante della dipendenza, spoglio di quell’accoglienza umana che apre alla confidenza; ricordo gli appuntamenti mensili con l’assistente sociale che invece di incoraggiarmi cercava di convincermi ad entrare in una comunità di recupero, invece di ascoltarmi cercava di far fluire la sofferenza in alvei già conosciuti e precostituiti come se i tossicodipendenti fossero da curare tutti allo stesso modo. Una psicologa che mi riempiva di test che mi facevano sentire ancora più incapace forse tentava di oggettivarmi fino a scoprire in quale fase orale o anale mi trovassi, e poi?…..poi rifiuta di continuare le sedute di psicoterapia con il sottoscritto perché al primo incontro non ho niente da dire!!
"La clinica nasce innanzitutto come organizzazione di una esperienza medica e in particolare dell’insegnamento medico. Il suo oggetto è la malattia, non l’individuo malato; il compito non è curare ma riunire e rendere sensibile il corpo organizzato della nosologia. Si tratta di conoscere la malattia, la verità della malattia, per situarla in un campo nosologico che la renda visibile, riconoscibile".
Foucault ci aiuta a scoprire "che la cura non è semplicemente accudimento di soggetti in condizione di dipendenza o di disagio, svolto con un obiettivo emancipatorio più o meno consapevole. Ma è anche intervento che separa il disagio dall’agio, il disordine dall’ordine, la sragione dalla ragione, la diversità, la follia dalla normalità, la malattia dalla salute. La cura diventa così anche un gesto che taglia, che interna, che ghettizza ciò che in un determinato contesto storico e socio-culturale è intollerabile: è un gesto che forse vorrebbe eliminare ciò che mette in crisi una costituita identità sociale, incarnandone l’ombra".
Ancora Foucault e Heidegger aiutano a comprendere quel taglio originario di memoria Cartesiana che ha plasmato la cultura occidentale: "quando la malattia e la morte cessano di rappresentare e di essere vissute come esperienze che aprono nell’uomo il dialogo con la sragione, con il mistero di una differenza che non si può ne sopprimere ne dominare; quando vengono decisamente separate dall’esperienza umana come infinitamente altro, quando poi vengono iscritte nella finitudine dell’uomo sottoforma di elementi scomponibili che si danno nello sviluppo della vita, allora malattia e morte possono essere conosciute come "cose del mondo", oggettivate, e così può essere conosciuto e curato anche l’uomo: come un corpo, come un organismo della cui fisiologia fanno parte, vita, malattia e morte allo stesso modo. Ma, direbbe Heidegger così si perde l’uomo, si perde il senso dell’uomo e si affida il suo essere ad una conoscenza inautentica, che lo riduce a cosa. Da ciò non si può che dedurre una cura inevitabilmente inautentica, appiattita sull’utilizzabilità.
La risalita
I miei benefattori: mia moglie, il cammino di fede, il gruppo accoglienza tossicodipendenti, l’università…
Dal libro del profeta Ezechiele:
"La mano del Signore fu sopra di me e il Signore mi portò fuori in spirito e mi depose nella pianura che era piena di ossa; mi fece passare tutt’intorno accanto ad esse. Vidi che erano in grandissima quantità sulla distesa della valle e tutte inaridite. Mi disse: Figlio dell’uomo, potranno queste ossa rivivere? Io risposi: Signore Dio tu lo sai. Egli mi replicò: profetizza su queste ossa e annunzia loro: Ossa inaridite, udite la parola del Signore. Dice il Signore Dio a queste ossa: Ecco, io faccio entrare in voi lo spirito e rivivrete."
Tra i ventotto e i ventinove anni conobbi e mi innamorai di colei che di lì a poco diventò mia moglie, carne della mia carne, il mio "pilastro e contenitore" che permetterà alla forza dell’amore di agire e ricondurmi alla mia essenza. Nessuno mi aveva aiutato a comprendere la sofferenza e il sacrificio come parti integranti di sé, come il proprio fondo, un pozzo al quale attingere acqua viva, sorgente inesauribile.
L’incontro con mia moglie mi aprì la strada ad un nuovo incontro, anzi ad un annuncio, l’annuncio del Kerigma, del Cristo morto e risorto per i peccatori.
Vista l’enorme fatica a sciogliere alcuni miei legami affettivi e paradossali, certe abitudini radicate, pensammo bene (io e mia moglie) di chiedere aiuto ad un gruppo di accoglienza per tossicodipendenti formato da volontari "esperti in umanità"….
La forza d’animo, il rapporto empatico dei volontari tra i quali anche ex-tossicodipendenti, le regole contenitrici, l’amore, la comprensione e la fermezza di mia moglie, la fede in Colui che amò fino al sacrificio di se stesso, mi hanno permesso di autoeducarmi o autoformarmi, di rinascere a vita nuova, di toccare,di rovistare il mio fondo senza morire.
"La cura di sé sembra rappresentare quella libertà di cui il soggetto può godere nel momento in cui si relaziona a sé senza fuggire o negare la realtà, ma abitando in essa, vivendo i limiti cui la vita sociale costringe nella libertà del rapporto con sé; una libertà che si trasforma in autoaffezione e questo in un comportamento, in uno stile di vita. Così non si nega che il soggetto sia assoggettato a regole, volontà altrui, discipline, saperi. In altri termini ad un sistema formativo. Proprio a partire da questo assoggettamento è possibile instaurare una relazione con sé stessi che giochi in un margine di libertà, che almeno potenzialmente si discosti da quello che di sé si percepisce come dato, classificato, oggettivato in immagini fisse per scoprire nel lavoro su di sé, la propria differenza, la possibilità di padroneggiare il proprio caos, di pro-gettarsi."
Ripartii quindi a ri-conoscermi dal mio "fondo" da ciò che mi aveva così spaventato, così umiliato, così frustrato da rendermi prigioniero di me stesso: la mia timidezza, il mio arrossire per un non nulla. Imparai allora a non separare più il mio disagio da me e oggi cerco sempre di rendere vivibile la mia sofferenza di riempirla di senso, a far ciò non sono solo naturalmente….
Da dipendente quale ero i piaceri dominavano la mia persona, ora sto imparando a servirmene come ben cita Palmieri nel libro "La cura educativa": "bisogna imparare a servirsi dei piaceri, la cui dinamica regge in qualche modo ogni sfera di rapporto significativo per l’uomo: il rapporto col proprio corpo, col cibo, con la salute, con i propri averi, con la propria moglie, con la verità; rapporti in cui l’uomo fa esperienza di sé".
La scelta dell’Università della facoltà in scienze umanistiche è nata ed è frutto del dialogo creativo intercorso con i miei benefattori che, aiutandomi a scendere, a prendere contatto con il mio essere ontologico, hanno illuminato la vocazione che fin da piccolo (dalle scuole elementari per l’esattezza quando mi offrivo di stare accanto ad un bambino handicappato o dicevo "da grande vorrei fare il maestro") era presente in me.
La nascita del primo figlio mi ha recato una gioia immensa ed iniziato in me un profondo senso di responsabilità con la consapevolezza che curare gli altri passa attraverso la cura di se stessi e viceversa.
Sono d’accordo con Palmieri quando afferma:
"La crescita è un processo di formazione diacronico e sincronico tipico di ogni età, quindi anche dell’età adulta. In questo senso la cura sembra connotarsi come un interessarsi dell’uomo da parte dell’uomo, un conoscere che è già interagire, trasformare e lasciarsi trasformare, curare ed essere curati allo stesso tempo. Così intesa la cura educativa, non sembra far trascorrere un presente incompleto in vista di un futuro utopicamente perfetto, né riparare qualcosa di guasto o colmare delle lacune. Anzi problematizza i concetti di crescita, di sviluppo, di obiettivo e risultato educativo, oltre che lo stesso concetto di educabilità."
Dal cammino di fede sto imparando a gustare la misericordia di Dio, il contatto con la trascendenza, a misurarmi col valore assoluto, a dialogare con l’ineffabile, ad ascoltare i gemiti inesprimibili dello Spirito, a chiamare Dio Abbà Padre attraverso la preghiera "unico atto dello spirito umano che rende Dio presente come un tu".
"La cura si dà in uno spazio circoscritto che traccia confini simbolici rispetto alla routine quotidiana, che recupera la quotidianità in una dimensione di raccoglimento e di relazione che consente uno scambio, un dialogo, un abbraccio, in cui lontani dal rumore, dalla chiacchiera direbbe Heidegger, ci si possa prender cura di sé, riprendersi in mano, vedersi, distanziarsi, comprendersi e riprogettarsi all’interno di una relazione intima con un’altra persona, con se stessi, con Dio."
Come cita Viktor Frankl in Homo Patiens editrice Queriniana:
"Come capita molte volte, sono le rovine spesso ad aprire degli spiragli per scorgere il cielo!". Tutto ciò non per cadere in un antropomorfismo, "Argomentare con le prove e con la purificazione vorrebbe dire introdurre elementi umani nelle motivazioni del creatore".
"Di fronte alle aporie della teodicea l’unico atteggiamento da assumere è quello di Giobbe che, dopo aver discusso con Dio ed avergli posto una serie di domande, si portò la mano sulla bocca per far silenzio, anticipando in tal modo il detto socratico: so di non saper nulla."
"E la domanda sul senso della sofferenza? Chi, al di qua di ogni credenza in un "sovrasenso", si interroga sul senso della sofferenza dimentica che la sofferenza è essa stessa una domanda e che da essa siamo interrogati. E’ l’uomo sofferente, l’homo patiens, ad essere interrogato: egli ha solo da rispondere alla domanda e così superare l’esame, "realizzando" in tal modo la sofferenza. E’ possibile dire che nel modo in cui si prende su di sé una sofferenza inevitabile, nel modo in cui si soffre, sta la risposta al perché della sofferenza".
"Un’ultima parola, non all’uomo sofferente, ma all’uomo che avvicina il sofferente e soffre con lui: se la sofferenza ha senso, ha senso anche la sua condivisione, la compassione".
Da cliente del G.A.T. (Gruppo Accoglienza Tossicodipendenti) sono ora volontario, partecipe agli incontri del gruppo, disponibile ad ascoltare ed ascoltarmi, a curare e a curarmi, perché chi è senza speranza, oppresso dall’umana debolezza, riveda in questa l’ancora della propria salvezza.
Oggi lavoro come educatore in una Cooperativa Sociale di inserimento lavorativo: condivido parte del mio tempo con la sofferenza mentale, a contatto con il non-senso, con lo spiazzamento, con l’informe, con i fantasmi del passato, con la vita priva della gioia dell’esistere; tutto ciò mi interroga di continuo, mi coinvolge, mi fa soffrire, a volte mi deprime, ma non scalfisce la speranza che l’immagine divina, la "Signoria" della quale come esseri umani, siamo costituiti, prima o poi si riveli nella relazione, nell’"eccedenza".
"Colui che prende cura è prossimo a colui che viene curato. Chi prende cura ed ha cura riconosce la coappartenenza e ne coglie l’importanza. Se cominciare a considerare l’educazione dal punto di vista della cura significa abbandonare la tentazione di sistematizzare, di prevedere, di programmare, di plasmare il mondo, di poterlo tutto spiegare attraverso grandi, ma astratti modelli razionali, contemporaneamente può anche voler dire restituire al pensiero educativo le sue emozioni, le sue incertezze, i suoi desideri, le sue debolezze: le sue sfumature ed irrazionalità."
Il mio agire educativo in relazione con gli utenti/clienti della Cooperativa poggia su alcuni cardini fondamentali: prima di tutto l’accoglienza, la comprensione senza pretese, lo "stare con", l’attesa del Kairos la condivisione e accettazione dell’indigenza che ci accomuna ma che non ci distoglie dal ricercare ogni giorno il vero senso dell’esserci, il proprio compito esistenziale. Come afferma Palmieri: "Andare oltre evenutali diagnosi, categorizzazioni, bisogni: cominciare a chiedersi chi è l’altro, fare esperienza di lui, con lui, interrogandosi sul suo modo di percepire, di vedere, di dar senso al mondo; individuandone i tempi soggettivi, i rituali, comprendendone l’orientamento nello spazio, la familiarità con gli oggetti, la reazione al nuovo, i modelli relazionali appresi. In una simile relazione la conoscenza è innanzitutto riconoscimento dell’altro, ora oggetto delle nostre cure, come soggetto della sua esistenza. E’ cominciare a nominare insieme a lui, ciò che lo contraddistingue: il suo deficit, nel caso di una persona handicappata, oppure la sua malattia, o le sue apparenti contraddizioni per comprendere come prendono forma o diano forma alla sua esistenza. Riconoscere in questo senso, apre ad una comprensione in grado di connettere l’accettazione di quello che una persona è, il suo essere già, il suo fondo per rifiutare qualcos’altro per esempio la ripetitività del tema esistenziale, l’handicap a conseguenza del deficit o della malattia, restituendole la responsabilità progettuale sulla propria esistenza. Così concepito il riconoscimento implicato nella cura educativa sembra prendere le sembianze di un riconoscimento d’identità, di un incontro di storie."
Io così mi son sentito curato, mi sto curando e cerco di curare….. nonostante i miei limiti.
Il fatto di tenere un diario sul quale annotare ciò che osservo intellettualmente ed emotivamente mi aiuta ad addentrarmi nell’agire educativo quotidiano, a fare esperienza dell’esperienza, a fermare ciò che accade (anche ciò che potrebbe sembrare insignificante) ripassando e riflettendo su azioni, parole e atteggiamenti.
Il contatto con la sofferenza, con l’incertezza, con lo piazzamento, con il mistero dell’altro, tocca profondamente il dialogo tra me e me, la mia autocoscienza che non smette mai di interrogarsi e di ricercare…
La famiglia, il gruppo G.A.T., la comunità di fede, mi permettono di consegnarmi a quell’area che cita Palmieri "in cui sia possibile, protetti da una cornice stabile, chiara, sicura, vedere la propria fatica esistenziale, semplicemente esprimere il proprio bisogno, il proprio dolore, riappropriarsene grazie alla presenza di altri, lasciarsi andare per poi potersi ricomporre ed andare oltre".
Ultimamente ho chiesto aiuto all’Università nelle ricerche di gruppo dei seminari di Filosofia dell’educazione e di Pedagogia generale e devo dire di aver ricevuto più di quanto mi aspettavo. L’auspicio è che i lavori di gruppo, gli scambi di esperienze, gli scambi intersoggettivi continuino nelle accademie, luoghi un poco riluttanti al sapere pratico dell’esperienza, dove a volte la ragione sistematizzante e l’astrazione assoggettano la relazione e inducono ad una dipendenza simbolica avvilente il pensiero di ognuno.
"Il metodo clinico può consentire di istituire situazioni di scambio intersoggettivo in cui tematizzare i significati manifesti e latenti di pratiche e di esperienze formative, utilizzando il canale verbale per nominare e per far apparire dimensioni, significati e vissuti magari presenti solo a livello non verbale, espressivo, corporeo. La dimensione dialogica spalanca inevitabilmente le porte sulla dimensione ermeneutica. Riappropriarsi di questa dimensione può consentire allo sguardo pedagogico di recuperare l’interpretazione intesa come la capacità di dare senso agli eventi, alle cose, al mondo, a sé a partire da ciò che già si è, come modalità di conoscenza e di relazione intersoggettiva capace di restare aderente al luogo in cui le soggettività si formano, e così si formano i saperi, le scienze, le arti che possono essere legati da un costante circolare rinvio (conoscenza, sapere, esperienza)".
Con ciò che ho scritto non ho voluto e non voglio incolpare nessuno degli "addetti ai lavori di cura e formazione" in primis i miei genitori con i quali dopo aver "rielaborato il lutto" insieme, mantengo un bellissimo rapporto. Oggi anch’io da genitore padre di tre figli mi rendo conto (anche se sostenuto da un bagaglio di informazioni pedagogiche e di esperienze toccanti) quanto sia faticoso educare, quanto sia difficile mediare tra le mie aspettative, i miei bisogni e le aspettative e i bisogni dei miei figli.
Non è facile comprendere, non è facile accompagnare, guidare senza imporre o lasciar fare, ci si sente spesso fra Scilla e Cariddi.
E’ necessario essere carichi di quell’acume intellettivo ed emozionale ed esperienziale ereditato da Pascal espresso nell’"esprit de finesse": occorre "esserci e non-esserci nello stesso tempo, è una questione di delicati equilibri perché nella cura vi è rischio, ambivalenza e, a seconda di come ci si pone, si può aiutare il fiore a sbocciare o si può farlo appassire bloccandone la crescita".
Autore: Cesare Gualandris, educatore da una decina di anni in una cooperativa di solidarietà sociale di tipo B che si occupa di inserimenti lavorativi di persone svantaggiate (in gran parte utenti della psichiatria). Iscritto al terzo anno di Scienze dell'Educazione presso l'Università di Bergamo. Volontario in un gruppo di accoglienza per tossicodipendenti in provincia di Bergamo.
copyright © Educare.it - Anno III, Numero 3, Febbraio 2003

