- Categoria: Pedagogia del quotidiano
Storia di un timidezza - La risalita
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La risalita
I miei benefattori: mia moglie, il cammino di fede, il gruppo accoglienza tossicodipendenti, l’università…
Dal libro del profeta Ezechiele:
"La mano del Signore fu sopra di me e il Signore mi portò fuori in spirito e mi depose nella pianura che era piena di ossa; mi fece passare tutt’intorno accanto ad esse. Vidi che erano in grandissima quantità sulla distesa della valle e tutte inaridite. Mi disse: Figlio dell’uomo, potranno queste ossa rivivere? Io risposi: Signore Dio tu lo sai. Egli mi replicò: profetizza su queste ossa e annunzia loro: Ossa inaridite, udite la parola del Signore. Dice il Signore Dio a queste ossa: Ecco, io faccio entrare in voi lo spirito e rivivrete."
Tra i ventotto e i ventinove anni conobbi e mi innamorai di colei che di lì a poco diventò mia moglie, carne della mia carne, il mio "pilastro e contenitore" che permetterà alla forza dell’amore di agire e ricondurmi alla mia essenza. Nessuno mi aveva aiutato a comprendere la sofferenza e il sacrificio come parti integranti di sé, come il proprio fondo, un pozzo al quale attingere acqua viva, sorgente inesauribile.
L’incontro con mia moglie mi aprì la strada ad un nuovo incontro, anzi ad un annuncio, l’annuncio del Kerigma, del Cristo morto e risorto per i peccatori.
Vista l’enorme fatica a sciogliere alcuni miei legami affettivi e paradossali, certe abitudini radicate, pensammo bene (io e mia moglie) di chiedere aiuto ad un gruppo di accoglienza per tossicodipendenti formato da volontari "esperti in umanità"….
La forza d’animo, il rapporto empatico dei volontari tra i quali anche ex-tossicodipendenti, le regole contenitrici, l’amore, la comprensione e la fermezza di mia moglie, la fede in Colui che amò fino al sacrificio di se stesso, mi hanno permesso di autoeducarmi o autoformarmi, di rinascere a vita nuova, di toccare,di rovistare il mio fondo senza morire.
"La cura di sé sembra rappresentare quella libertà di cui il soggetto può godere nel momento in cui si relaziona a sé senza fuggire o negare la realtà, ma abitando in essa, vivendo i limiti cui la vita sociale costringe nella libertà del rapporto con sé; una libertà che si trasforma in autoaffezione e questo in un comportamento, in uno stile di vita. Così non si nega che il soggetto sia assoggettato a regole, volontà altrui, discipline, saperi. In altri termini ad un sistema formativo. Proprio a partire da questo assoggettamento è possibile instaurare una relazione con sé stessi che giochi in un margine di libertà, che almeno potenzialmente si discosti da quello che di sé si percepisce come dato, classificato, oggettivato in immagini fisse per scoprire nel lavoro su di sé, la propria differenza, la possibilità di padroneggiare il proprio caos, di pro-gettarsi."
Ripartii quindi a ri-conoscermi dal mio "fondo" da ciò che mi aveva così spaventato, così umiliato, così frustrato da rendermi prigioniero di me stesso: la mia timidezza, il mio arrossire per un non nulla. Imparai allora a non separare più il mio disagio da me e oggi cerco sempre di rendere vivibile la mia sofferenza di riempirla di senso, a far ciò non sono solo naturalmente….
Da dipendente quale ero i piaceri dominavano la mia persona, ora sto imparando a servirmene come ben cita Palmieri nel libro "La cura educativa": "bisogna imparare a servirsi dei piaceri, la cui dinamica regge in qualche modo ogni sfera di rapporto significativo per l’uomo: il rapporto col proprio corpo, col cibo, con la salute, con i propri averi, con la propria moglie, con la verità; rapporti in cui l’uomo fa esperienza di sé".
La scelta dell’Università della facoltà in scienze umanistiche è nata ed è frutto del dialogo creativo intercorso con i miei benefattori che, aiutandomi a scendere, a prendere contatto con il mio essere ontologico, hanno illuminato la vocazione che fin da piccolo (dalle scuole elementari per l’esattezza quando mi offrivo di stare accanto ad un bambino handicappato o dicevo "da grande vorrei fare il maestro") era presente in me.
La nascita del primo figlio mi ha recato una gioia immensa ed iniziato in me un profondo senso di responsabilità con la consapevolezza che curare gli altri passa attraverso la cura di se stessi e viceversa.
Sono d’accordo con Palmieri quando afferma:
"La crescita è un processo di formazione diacronico e sincronico tipico di ogni età, quindi anche dell’età adulta. In questo senso la cura sembra connotarsi come un interessarsi dell’uomo da parte dell’uomo, un conoscere che è già interagire, trasformare e lasciarsi trasformare, curare ed essere curati allo stesso tempo. Così intesa la cura educativa, non sembra far trascorrere un presente incompleto in vista di un futuro utopicamente perfetto, né riparare qualcosa di guasto o colmare delle lacune. Anzi problematizza i concetti di crescita, di sviluppo, di obiettivo e risultato educativo, oltre che lo stesso concetto di educabilità."
Dal cammino di fede sto imparando a gustare la misericordia di Dio, il contatto con la trascendenza, a misurarmi col valore assoluto, a dialogare con l’ineffabile, ad ascoltare i gemiti inesprimibili dello Spirito, a chiamare Dio Abbà Padre attraverso la preghiera "unico atto dello spirito umano che rende Dio presente come un tu".
"La cura si dà in uno spazio circoscritto che traccia confini simbolici rispetto alla routine quotidiana, che recupera la quotidianità in una dimensione di raccoglimento e di relazione che consente uno scambio, un dialogo, un abbraccio, in cui lontani dal rumore, dalla chiacchiera direbbe Heidegger, ci si possa prender cura di sé, riprendersi in mano, vedersi, distanziarsi, comprendersi e riprogettarsi all’interno di una relazione intima con un’altra persona, con se stessi, con Dio."
Come cita Viktor Frankl in Homo Patiens editrice Queriniana:
"Come capita molte volte, sono le rovine spesso ad aprire degli spiragli per scorgere il cielo!". Tutto ciò non per cadere in un antropomorfismo, "Argomentare con le prove e con la purificazione vorrebbe dire introdurre elementi umani nelle motivazioni del creatore".
"Di fronte alle aporie della teodicea l’unico atteggiamento da assumere è quello di Giobbe che, dopo aver discusso con Dio ed avergli posto una serie di domande, si portò la mano sulla bocca per far silenzio, anticipando in tal modo il detto socratico: so di non saper nulla."
"E la domanda sul senso della sofferenza? Chi, al di qua di ogni credenza in un "sovrasenso", si interroga sul senso della sofferenza dimentica che la sofferenza è essa stessa una domanda e che da essa siamo interrogati. E’ l’uomo sofferente, l’homo patiens, ad essere interrogato: egli ha solo da rispondere alla domanda e così superare l’esame, "realizzando" in tal modo la sofferenza. E’ possibile dire che nel modo in cui si prende su di sé una sofferenza inevitabile, nel modo in cui si soffre, sta la risposta al perché della sofferenza".
"Un’ultima parola, non all’uomo sofferente, ma all’uomo che avvicina il sofferente e soffre con lui: se la sofferenza ha senso, ha senso anche la sua condivisione, la compassione".
Da cliente del G.A.T. (Gruppo Accoglienza Tossicodipendenti) sono ora volontario, partecipe agli incontri del gruppo, disponibile ad ascoltare ed ascoltarmi, a curare e a curarmi, perché chi è senza speranza, oppresso dall’umana debolezza, riveda in questa l’ancora della propria salvezza.
Oggi lavoro come educatore in una Cooperativa Sociale di inserimento lavorativo: condivido parte del mio tempo con la sofferenza mentale, a contatto con il non-senso, con lo spiazzamento, con l’informe, con i fantasmi del passato, con la vita priva della gioia dell’esistere; tutto ciò mi interroga di continuo, mi coinvolge, mi fa soffrire, a volte mi deprime, ma non scalfisce la speranza che l’immagine divina, la "Signoria" della quale come esseri umani, siamo costituiti, prima o poi si riveli nella relazione, nell’"eccedenza".
"Colui che prende cura è prossimo a colui che viene curato. Chi prende cura ed ha cura riconosce la coappartenenza e ne coglie l’importanza. Se cominciare a considerare l’educazione dal punto di vista della cura significa abbandonare la tentazione di sistematizzare, di prevedere, di programmare, di plasmare il mondo, di poterlo tutto spiegare attraverso grandi, ma astratti modelli razionali, contemporaneamente può anche voler dire restituire al pensiero educativo le sue emozioni, le sue incertezze, i suoi desideri, le sue debolezze: le sue sfumature ed irrazionalità."
Il mio agire educativo in relazione con gli utenti/clienti della Cooperativa poggia su alcuni cardini fondamentali: prima di tutto l’accoglienza, la comprensione senza pretese, lo "stare con", l’attesa del Kairos la condivisione e accettazione dell’indigenza che ci accomuna ma che non ci distoglie dal ricercare ogni giorno il vero senso dell’esserci, il proprio compito esistenziale. Come afferma Palmieri: "Andare oltre evenutali diagnosi, categorizzazioni, bisogni: cominciare a chiedersi chi è l’altro, fare esperienza di lui, con lui, interrogandosi sul suo modo di percepire, di vedere, di dar senso al mondo; individuandone i tempi soggettivi, i rituali, comprendendone l’orientamento nello spazio, la familiarità con gli oggetti, la reazione al nuovo, i modelli relazionali appresi. In una simile relazione la conoscenza è innanzitutto riconoscimento dell’altro, ora oggetto delle nostre cure, come soggetto della sua esistenza. E’ cominciare a nominare insieme a lui, ciò che lo contraddistingue: il suo deficit, nel caso di una persona handicappata, oppure la sua malattia, o le sue apparenti contraddizioni per comprendere come prendono forma o diano forma alla sua esistenza. Riconoscere in questo senso, apre ad una comprensione in grado di connettere l’accettazione di quello che una persona è, il suo essere già, il suo fondo per rifiutare qualcos’altro per esempio la ripetitività del tema esistenziale, l’handicap a conseguenza del deficit o della malattia, restituendole la responsabilità progettuale sulla propria esistenza. Così concepito il riconoscimento implicato nella cura educativa sembra prendere le sembianze di un riconoscimento d’identità, di un incontro di storie."
Io così mi son sentito curato, mi sto curando e cerco di curare….. nonostante i miei limiti.
Il fatto di tenere un diario sul quale annotare ciò che osservo intellettualmente ed emotivamente mi aiuta ad addentrarmi nell’agire educativo quotidiano, a fare esperienza dell’esperienza, a fermare ciò che accade (anche ciò che potrebbe sembrare insignificante) ripassando e riflettendo su azioni, parole e atteggiamenti.
Il contatto con la sofferenza, con l’incertezza, con lo piazzamento, con il mistero dell’altro, tocca profondamente il dialogo tra me e me, la mia autocoscienza che non smette mai di interrogarsi e di ricercare…
La famiglia, il gruppo G.A.T., la comunità di fede, mi permettono di consegnarmi a quell’area che cita Palmieri "in cui sia possibile, protetti da una cornice stabile, chiara, sicura, vedere la propria fatica esistenziale, semplicemente esprimere il proprio bisogno, il proprio dolore, riappropriarsene grazie alla presenza di altri, lasciarsi andare per poi potersi ricomporre ed andare oltre".
Ultimamente ho chiesto aiuto all’Università nelle ricerche di gruppo dei seminari di Filosofia dell’educazione e di Pedagogia generale e devo dire di aver ricevuto più di quanto mi aspettavo. L’auspicio è che i lavori di gruppo, gli scambi di esperienze, gli scambi intersoggettivi continuino nelle accademie, luoghi un poco riluttanti al sapere pratico dell’esperienza, dove a volte la ragione sistematizzante e l’astrazione assoggettano la relazione e inducono ad una dipendenza simbolica avvilente il pensiero di ognuno.
"Il metodo clinico può consentire di istituire situazioni di scambio intersoggettivo in cui tematizzare i significati manifesti e latenti di pratiche e di esperienze formative, utilizzando il canale verbale per nominare e per far apparire dimensioni, significati e vissuti magari presenti solo a livello non verbale, espressivo, corporeo. La dimensione dialogica spalanca inevitabilmente le porte sulla dimensione ermeneutica. Riappropriarsi di questa dimensione può consentire allo sguardo pedagogico di recuperare l’interpretazione intesa come la capacità di dare senso agli eventi, alle cose, al mondo, a sé a partire da ciò che già si è, come modalità di conoscenza e di relazione intersoggettiva capace di restare aderente al luogo in cui le soggettività si formano, e così si formano i saperi, le scienze, le arti che possono essere legati da un costante circolare rinvio (conoscenza, sapere, esperienza)".
Con ciò che ho scritto non ho voluto e non voglio incolpare nessuno degli "addetti ai lavori di cura e formazione" in primis i miei genitori con i quali dopo aver "rielaborato il lutto" insieme, mantengo un bellissimo rapporto. Oggi anch’io da genitore padre di tre figli mi rendo conto (anche se sostenuto da un bagaglio di informazioni pedagogiche e di esperienze toccanti) quanto sia faticoso educare, quanto sia difficile mediare tra le mie aspettative, i miei bisogni e le aspettative e i bisogni dei miei figli.
Non è facile comprendere, non è facile accompagnare, guidare senza imporre o lasciar fare, ci si sente spesso fra Scilla e Cariddi.
E’ necessario essere carichi di quell’acume intellettivo ed emozionale ed esperienziale ereditato da Pascal espresso nell’"esprit de finesse": occorre "esserci e non-esserci nello stesso tempo, è una questione di delicati equilibri perché nella cura vi è rischio, ambivalenza e, a seconda di come ci si pone, si può aiutare il fiore a sbocciare o si può farlo appassire bloccandone la crescita".
Autore: Cesare Gualandris, educatore da una decina di anni in una cooperativa di solidarietà sociale di tipo B che si occupa di inserimenti lavorativi di persone svantaggiate (in gran parte utenti della psichiatria). Iscritto al terzo anno di Scienze dell'Educazione presso l'Università di Bergamo. Volontario in un gruppo di accoglienza per tossicodipendenti in provincia di Bergamo.
copyright © Educare.it - Anno III, Numero 3, Febbraio 2003

