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Da puma a koala
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Elisa è una ragazza di 28 anni quando, nel mese di luglio, arriva al Servizio per le Tossicodipendenze per una esotossicosi alcolica; quindici giorni prima le era stata sospesa la patente per guida in stato di ebbrezza.
Dall’anamnesi medica stilata al momento dell’accoglienza emerge che Elisa è stata in carico alla Neuropsichiatria Infantile per deficit intellettivo, a causa del quale aveva avuto l’insegnante di sostegno sia alle scuole elementari che alle medie; verso i 15 anni ha iniziato ad abusare pesantemente di alcol nei weekend, con una predilezione per i superalcolici, conducendo comunque un’esistenza abbastanza regolare, dove non erano mancate varie esperienze di lavoro.
Due anni prima vi era stato un evento che aveva scatenato un grave scompenso psichico: Elisa era rimasta incinta nel corso di una breve relazione e, su costrizione dei genitori, aveva drammaticamente subito l’interruzione della gravidanza. Tuttora vive con la madre e con il patrigno, ma non ha alcuna rete amicale.
All’interno del Ser.T. Elisa viene appoggiata agli educatori, al fine di monitorare l’uso di alcol e di impegnarla alcune ore la settimana in attività che possano riattivare le sue risorse.
Quando la incontro per la prima volta con il pretesto della compilazione del curriculum vitae per la ricerca di un lavoro, Elisa si presenta come una robusta ragazza mascolina, abbigliata alla “Rambo” con occhiali scuri, quasi voler sembrare una “dura” da temere, una “che spacca tutto”.
Sin dalle sue prime risposte, mi rendo conto che qualcosa in lei non va: parla senza seguire un filo logico, fatica a ricordare la data di nascita e, come verificato in seguito, ne inventa una al momento, così come inventa anche lavori mai fatti (come quello di responsabile idraulico, che è un lavoro prettamente maschile!). Sulla base di questa prima impressione, penso che Elisa non possa essere inserita in un normale contesto di lavoro ma debba essere accompagnata verso una occupazione protetta.
Nei giorni successivi, la accolgo in quel setting educativo che identifichiamo come “Salotto”; fare con lei alcune attività molto semplici, come decorare le tegole o lavorare il cernit o giocare a calcio balilla, mi aiuta ad entrare in relazione e a creare un rapporto di fiducia che si consolida nel tempo. Mi accorgo che questa relazione modifica il mio modo di essere e mi rende più disponibile all’ironia e alla messa in gioco. La nostra frequentazione mi permette anche di rilevare alcuni comportamenti anomali di Elisa, come sbalzi d’umore, improvvise risate ed eloqui solitari. Via via prendo atto dell’esistenza di un disturbo psichiatrico sul quale, da educatore, non ho margini di intervento se non nei termini di un’azione puramente contenitiva: condivido quindi con il medico e lo psicologo di riferimento la necessità di integrare il sostegno educativo con un supporto farmacologico mirato ad aiutare Elisa ad essere più lucida e più consapevole di sé e della realtà circostante.
Questa esperienza mi porta a mettere in luce una delle possibili trappole nelle quali l’educatore può cadere se non è attento e se non monitora il lavoro che sta facendo: quella del delirio di onnipotenza. Nel caso che sto descrivendo, così come in altri, è necessario accettare il fatto che l’educazione, da sola, non possa essere sufficiente ma necessiti del contributo di altri specialisti e di diverse discipline.
Dopo una non facile ricerca, ad Elisa viene diagnosticata una “psicosi da innesto in oligofrenia”, per la quale inizia ad assumere uno specifico farmaco neurolettico, che le porta stabilità umorale ed una maggiore lucidità rispetto alla sua situazione personale. Tuttavia, ciò le procura, nel contempo, anche una grande sofferenza. Nel mese di agosto, durante l’ultimo incontro al Salotto prima delle vacanze, Elisa è particolarmente silenziosa: mentre l’accompagno in giardino a fumare, lei inizia a parlare, facendo trasparire molta angoscia ed un’assoluta assenza di speranza: “Non ci si può fidare di nessuno, sono sola, non ho la patente e non ho un lavoro” e mentre parla, segue ininterrottamente con lo sguardo una ragazza che passa con il bimbo nel passeggino.
Per un momento sento tutta la mia impotenza; sento che non posso far altro che stare accanto a lei e a provare ad incoraggiarla sul fatto che è ancora giovane e che ha ancora molte carte da giocarsi.
Mentre è in vacanza, mi attivo per cercare sul territorio risorse che possano andare a soddisfare i suoi bisogni di amicizia, di relazioni sociali e di benessere psicofisico.
Nella scelta, non posso non tener conto della sua storia personale; per questo scarto l’opportunità di inserirla in un’attività pomeridiana con i bambini e mi oriento invece sulle proposte sportive.
Al rientro dalla vacanza, trovo Elisa più distesa e serena. Entrando al Salotto, mi confida: “Ho tanta voglia di fare qualcosa, di muovermi…vorrei fare volontariato, magari al Pronto Soccorso…”. La guardo e vedo nei suoi occhi una luce nuova che esprime un sano desiderio di cambiamento, la voglia di fare, di rimettersi in movimento dopo un lungo periodo di torpore e di inattività. Colgo allora l’occasione al volo e le faccio la proposta: “Cosa dici se, anziché il volontariato in Pronto Soccorso, proviamo a riprendere un po’ di sport e più avanti magari facciamo anche qualcos’altro, come un corso di PC?”. La sua reazione è decisamente positiva; mi attivo dunque per confermare la sua disponibilità e poi la accompagno a conoscere i referenti dell’Associazione di Volontariato sportivo-ricreativa.
A metà Settembre Elisa inizia a frequentare la pallavolo, poi le viene proposto di passare al gruppo di aerobica, dove non perde un appuntamento. Nel tempo i suoi ritorni sono positivi, dice di sentirsi bene e di andarci volentieri, gli esami confermano l’astinenza dall’alcol, inizia lentamente a dimagrire. “Hai visto che linea?” mi dice orgogliosa quando ci incontriamo.
Inizia anche un corso serale di PC presso la sede di una Cooperativa Sociale, che però frequenterà solo per un breve periodo.
Alla fine di Ottobre, durante un tragitto in auto, Elisa mi parla a ruota libera; dice molto chiaramente di sentirsi cambiata rispetto a quando è arrivata al Ser.T. , mostrando consapevolezza di come era e di dove è arrivata. Confessa che quando beveva a dismisura era per sentirsi più forte, per la prima volta nomina anche la sua gravidanza. Da quello che mi racconta, ora i rapporti a casa sono più distesi e c’è un rapporto più amichevole con la madre.
La Psicologa che la segue in terapia mi racconta che, in uno degli ultimi colloqui, Elisa aveva riportato di non sentirsi più “un puma incerto” come i primi tempi, che cercava la sua sicurezza nell’alcol, ma un “koala”, animale sicuramente più docile e tranquillo, disponibile a rivelarsi in tutta la sua dolcezza. L’immagine corrisponde: ora infatti Elisa “si scioglie” quando vede un pupazzetto di peluche o sente alla radio una canzone di Vasco Rossi.
Larocca, in “Handicap indotto e società”, scrive che “Una prima misura dell’educazione è il cambiamento”: posso dire che nel tempo si sono osservati in Elisa tutta una serie di cambiamenti che l’hanno vista recuperare consapevolezza di sè, di quelli che sono stati (a suo dire) gli errori del passato e prendere coscienza del suo valore personale. E’ stato bello osservare nel tempo un suo graduale dimagrimento unitamente ad una migliore cura di sé, sia nell’abbigliamento sia nel look generale: taglio di capelli, attenzione per accessori come borse e braccialetti.
Credo che tutto ciò sia frutto della sinergia tra accompagnamento educativo ed intervento farmacologico, che hanno gradualmente aperto Elisa ad esperienze positive che l’hanno aiutata a ritrovarsi e a riscoprirsi come persona ancora capace di ripartire e di rimettersi in gioco nella vita personale e nel lavoro.
Ho voluto scrivere dell’esperienza con Elisa perché per un lungo periodo di tempo mi ha particolarmente impegnata e coinvolta, sia sul piano mentale che emotivo. Si tratta di una relazione significativa che, così come ha promosso lei, giovane donna in difficoltà, ha mosso anche me, sia come educatrice professionale del Servizio per le Tossicodipendenze, sia come donna e madre.
Autore: Cecilia Bernardi, educatore professionale al SerT di Dolo dell'Azienda ULSS 13.
copyright © Educare.it - Anno XI, N. 9, Agosto 2011

