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Riflessioni dopo la festa di Pasqua a scuola

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Che Pasqua, cristiani o no, sia nel nostro DNA ce lo dice la realtà che in quel periodo viviamo: vacanze e scuole chiuse, uova di cioccolato nei negozi e nelle pubblicità della TV, processioni per le strade, agnello a pranzo, campane sciolte a festa dopo quaranta giorni di silenzio, ‘lavoretti’ e poesie portati a casa da scuola dai bambini, ... Ce lo dicono anche le simbologie di matrice più o meno direttamente biblica di comune utilizzo: colomba e ramoscello, arcobaleno di pace, pulcino, agnello e perfino coniglio o leprotto.

Che Pasqua, cristiani o no, sia nel nostro DNA, ce lo dicono le espressioni che usiamo comunemente nel linguaggio quotidiano: “È una quaresima!”; “Finalmente! Alleluia!”, “Il tuo è un bacio di Giuda!”, “Che croce che sei!”, “Questo periodo è un calvario”, “Mettere in croce qualcuno”, “Contento come una pasqua”, “Di questo, se n’è lavato le mani”, ecc. E persino quelle che usano coloro che sono superstiziosi: “No! Tredici a tavola porta sfortuna!”, ... Ce lo dice anche la consuetudine e la dimestichezza con cui utilizziamo il nome stesso di questa festa (negli auguri che ci scambiamo, come nel piano ferie delle aziende; nella denominazione delle vacanze scolastiche, come negli scaffali dei supermercati): “Pasqua”, un nome ebraico, cioè “Pasach”, “passaggio”: dalla schiavitù d’Egitto alla Terra Promessa, dalla morte alla Resurrezione.
Che Pasqua, cristiani o no, sia nel nostro DNA ce lo dicono –superfluo ricordarlo!– secoli di riflessione filosofica, teologica, letteraria, artistica, pittorica, scultorea, musicale… Ce lo dicono nondimeno quei Crocifissi che, malgrado Strasburgo, sono rimasti appesi alle pareti delle nostre aule e dei nostri tribunali. Oltre che dei nostri campanili, disseminati ovunque nei nostri territori.
E se la Pasqua è nel nostro DNA, la scuola, che ha il compito di alfabetizzare gli alunni alla realtà e alla cultura che li circonda, non può sottacerla. Abbiamo il dovere di mettere i bambini nelle condizioni di leggere, decodificare e comprendere la realtà che vivono. Lo dobbiamo a tutti i nostri alunni, ma lo dobbiamo soprattutto a quei bambini stranieri che, diversamente, rischierebbero di rimanere del tutto analfabeti, non solo di fronte al mondo in cui vivono, ma anche pesantemente svantaggiati durante il percorso scolastico, di fronte al contenuto, innegabilmente legato alla nostra cultura giudaico-cristiana, delle diverse discipline di studio (artistiche, letterarie, storiche, filosofiche, ecc).

Con questa consapevolezza, la scuola dell’infanzia del piccolo paese dove insegno ha realizzato un originalissimo filmino, È risorto, che rappresenta la storia degli ultimi eventi della vita di Gesù. Ad interpretare i vari personaggi sono stati attori di tutta eccezione: i piccoli alunni della scuola, ovviamente! La proiezione del video, avvenuta, con tanto di patrocinio di Parrocchia e Comune del paese, poco prima di Pasqua, nella stracolma Chiesa parrocchiale, è stata preceduta da una breve esibizione canora degli alunni. Da sottolineare la partecipazione anche dei due alunni indiani, di religione induista (e delle loro compiaciute famiglie), del bambino senegalese, di religione mussulmana, e addirittura del padre, che ha accompagnato i canti di Pasqua dei bambini, col ritmo travolgente del suo coloratissimo bongo africano. D’altronde, ci ha rivelato poi la moglie orgogliosa (senegalese e mussulmana anche lei), suo marito sarebbe stato pronto a farlo anche a Natale, per canti della tradizionale recita scolastica che narrava della nascita di Gesù Bambino: Ibrahima, loro figlio, su desiderio dei genitori, vi aveva preso parte nel ruolo di Magio, con un uno splendido costume arabo. Ma noi insegnanti, abituati ad estromettere i bambini stranieri da ogni tipo di attività che abbia una qualche attinenza con temi religiosi (o, peggio ancora, abituali a mistificare le feste di matrice religiosa, trasformandole nelle più bizzarre feste del pane, delle renne, delle coccole, dell’inverno, ovvero –per Pasqua–, in feste della primavera, delle farfalline, della pace e chi più ne ha, più ne metta), non avevamo neppure osato pensare di poter implicare maggiormente quel papà mussulmano che, invece, aveva portato nel bagagliaio dell’auto il suo bongo africano, sperando l’avessimo coinvolto ad accompagnare i canti natalizi del nostro presepe vivente!

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