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Riflessioni dopo la festa di Pasqua a scuola - Seconda parte
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A rigor di verità, non è stata questa la prima volta in cui, per una sorta di ‘eccesso di zelo’, derivante da una falsata idea di rispetto e accoglienza, ci siamo trovati ad escludere da attività a tema religioso stranieri che, invece, avrebbero desiderato partecipare. A Natale di diversi anni fa, ad esempio, quando nella mia scuola allestimmo un Presepe con le foto dei bambini in luogo dei vari personaggi, evitai di collocarvi quelle delle due bambine di religione islamica, l’una marocchina e l’altra indiana, per le quali avevo preparato una diversa attività. Mi stupii, poi, di fronte alle proteste dei genitori di una delle due alunne che, dispiaciuti per questa estromissione, continuavano a spiegarmi che per i mussulmani “Gesù è il più grande profeta dopo Maometto e Maria è sua madre” (1). Assegnai, allora, alla bambina mussulmana il ruolo della Madonna, con il compiacimento dell’orgoglioso papà mussulmano.
Di fronte a simili e ripetuti episodi, sono andata sempre più consapevolizzando come quello di noi insegnanti sia spesso un falso rispetto, un’ipocrisia, una forzatura. O, peggio, una sorta di alibi (a cui aderiamo inconsapevolmente) posto in essere da chi, per motivi vari, ha in rigetto la nostra cultura e la nostra tradizione religiosa: finiamo così col tagliare le radici della nostra storia, da un lato, accusando “gli invasori stranieri che ce l’hanno usurpate”, dall’altro. Alimentiamo così sospetti e diffidenze nei loro confronti che, invece, forse dovremmo volgere a noi stessi.
E infatti, dopo quindici anni di ruolo nella scuola, posso affermare con una certa sicurezza che a protestare contro Presepi o Crocifissi non sono quasi mai le famiglie degli alunni stranieri, ma semmai qualche nostrano laicista ideologizzato. Scrive, a questo proposito, una giornalista islamica (2):
Alcune insegnanti hanno deciso di eliminare il presepe dalla scuola sostituendolo con dei personaggi delle favole, e di togliere la parola ‘Gesù’ dalle canzoncine di fine anno sostituendola con le parola ‘virtù’. Se troviamo ridicolo, per non dire assurdo, che Cappuccetto Rosso o chi per lei sostituisca i personaggi classici delle rappresentazioni natalizie, ci sembra ancora più assurdo che qualcuno creda che un’espressione di una religiosità tradizionale possa davvero offendere qualcuno. Logico che la prima reazione di fronte ad un genitore di fede diversa che esprima disagio per un presepe è di dire: “a casa mia faccio quello che mi pare, se non ti va bene torna al tuo paese”. Peccato che ci si dimentichi di un particolare importante: per noi musulmani, Gesù rappresenta un Profeta, uno dei cinque più importanti insieme a Mosè, Abramo, Noè e Muhammad.
Smettiamo di stupirci, dunque, se, in genere, i genitori degli stranieri non oppongono resistenza di fronte alle nostre attività didattiche di una qualche attinenza col Cristianesimo: se si spiega loro di cosa si tratta, senza pregiudizi sul loro presunto dissenso, solitamente approvano compiaciuti e spesso addirittura grati per le coordinate culturali che in tal modo si forniscono ai loro figli. Forse, invece, vale la pena di stupirsi nel constatare come noi maestri continuiamo a farci miriadi di inutili scrupoli nell’avvicinare i temi del Natale o della Pasqua, mentre non esitiamo minimamente a festeggiare in classe i compleanni dei bambini, Carnevale o Halloween (3): come mai, infatti, noi che siamo così meticolosi e attenti ad evitare e/o mistificare le festività a carattere religioso, del tutto accettate e anzi stimate dagli mussulmani, ignoriamo quasi sempre che invece altri tipi di feste sono da loro considerate ‘pagane’, quindi, ai loro occhi, ben più condannabili? Ovviamente, non si tratta di sottacere Carnevale e compleanni a scuola (altro discorso occorrerebbe fare per Halloween…), ma di domandarci come mai –e per di più, del tutto inconsapevolmente– possa sussistere una tale contraddizione nel sentire e nella prassi comportamentale di noi insegnanti.
Di nuovo, di fronte a questa incoerenza, spesso nemmeno percepita, non possiamo non sospettare che quel valore dell’accoglienza, in nome del quale attuiamo, orgogliosi della nostra sensibilità, una sorta di suicidio culturale , non nasconda invece altro: un rifiuto delle nostre radici, una sorta di adolescenziale ribellione nei confronti della paternità culturale che ci genera, un rifiuto del Cristianesimo (o del Cattolicesimo) da cui proveniamo. Un rifiuto che, magari, non necessariamente è in modo diretto il nostro, ma che comunque è della cultura laicista che respiriamo e assorbiamo.
Dubbi e perplessità aumentano molto quando, troppo spesso, si riscontra che quegli insegnanti ostentatori del valore dell’accoglienza non coincidono poi con quelli che, nei fatti, si rimboccano le maniche per prendersi realmente cura degli alunni stranieri, delle loro famiglie e farsi concretamente carico delle loro difficili problematiche (4).
A ben vedere, comunque, questo no, non dovrebbe stupire. I maestri tacciati di ‘razzismo’ dai colleghi (come è accaduto anche a me!), perché non rinunciano a raccontare di Gesù Bambino a Natale e di Gesù Crocifisso e Risorto a Pasqua, “incuranti (!) degli stranieri”, sono spesso proprio gli stessi che maggiormente sono legati a quella cultura giudaico-cristiana che, prima nella storia, ha introdotto ha introdotto ed esaltato nel nostro mondo il valore dell’accoglienza. Chi accoglie lo straniero, nella Bibbia, accoglie niente di meno che Dio in persona: già fin dall’Antico Testamento, lo sapeva Abramo la cui tenda è divenuta icona dell’ospitalità. Lo sanno i seguaci del Cristo, che Lo hanno ascoltato ripetere:
Chi accoglie uno di questi piccoli, accoglie Me; chi accoglie Me, non accoglie Me, ma Colui che mi ha mandato. (Mt 9, 37)
Note:
1. Scrive Izzedin Elzir, Presidente della Comunità Islamica della Toscana: “Le comunità islamiche non hanno niente contro il presepe: è un’espressione della fede dei nostri amici cristiani, che non ci offende e che noi rispettiamo. Togliere il presepe o altri simboli cristiani dalle scuole e dagli ambienti pubblici, come forma di rispetto per la presenza di alunni o di persone musulmane, è un gesto che viene fatto con buona intenzione dagli insegnanti, ma non tiene conto del rispetto che l’Islam ha per le altre religioni. Da parte nostra non c’è nessun fastidio nel vedere il presepe nelle scuole frequentate dai nostri bambini, negli ospedali o negli uffici pubblici. Accettare l’altro non vuol dire cancellare se stessi e la propria identità; la libertà religiosa non si costruisce cancellando le religioni ma accettando le differenze. La pace si costruisce nel rispetto reciproco, imparando a conoscere le tradizioni e i simboli degli altri, senza per questo rinunciare ai propri. (Toscana oggi. Settimanale regionale di informazione, www.toscanaoggi.it).
2. A. DACHAN, Non bruciate quei presepi, www.islam-online.it; Cfr. anche M. ALLAM, Fate il presepe! Non offende i ragazzi islamici, “Corriere della sera”, 2 dicembre 2004, p. 3.
3. In nome dell’accoglienza, infatti, strappiamo Crocifissi e Presepi dalle scuole, camuffiamo Natale e Pasqua, ci imbarazziamo se qualcuno nomina il nome di Gesù… e iniziamo a prendere qualche distanza addirittura da Dante o Manzoni per i loro riferimenti religiosi troppo espliciti, come ho potuto constatare personalmente frequentando, qualche anno fa, le lezioni della SSIS per l’indirizzo Linguistico-Letterario.
4. Ricordo di una bambina musulmana che sospettavamo avesse subito l’infibulazione. Mancò da scuola qualche giorno e quando tornò aveva completamente mutato carattere: da allegra e vivace (pure troppo!) che era, improvvisamente si era trasformata in taciturna e passiva. Raccontava di essere stata da un dottore che l’aveva “curata lì”, indicando i genitali. Non trovavo nessuno che mi aiutasse ad approfondire la questione. Le risposte che avevo dai colleghi, fautori dell’accoglienza e dell’intercultura, erano più o meno queste: “Quelli sono matti: come fai a verificare una cosa del genere? Ti mandano in galera!”, “Fatti gli affari tuoi che è meglio”, ecc. Oppure, ricordo un altro bambino, cinese, che aveva qualche problema e non riuscivamo in nessun modo a contattare i genitori, finché la solita insegnante “cattolico-razzista”, di nuovo contro tutti che la invitavano ad infischiarmene, non si decise a salire sul pulmino e raggiungerli direttamente a casa per poter incontrarli. Ricordo di un’altra insegnante cattolico-razzista, anche lei invitata a farsi gli affari propri dai colleghi, che si adoperò a contattare la Caritas per segnalare la famiglia di un alunno senegalese in difficoltà economiche, facendo lei stessa la spola tra la sede della Caritas e la famiglia, portando il pacchetto degli alimenti.
copyright © Educare.it - Anno XI, N. 6, Maggio 2011

