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La grande sfida di accompagnare alla vita

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insegnanti adolescentiLa fine dell'anno scolastico mi spinge a fare qualche riflessione sulle metodiche messe in atto nella relazione educativa. Partendo dal presupposto che non esistono alunni ideali e perfetti, nè vincitori e vinti in un clima di confronto paritetico e di accoglienza, vorrei sottolineare la complessità ed anche la difficoltà quotidiana di una professione che solo in apparenza riveste un ruolo di rispetto e privo di contestazioni.

Ho sempre creduto che la dimensione educativa rappresenti un canale privilegiato per la comunicazione che oggi, purtroppo, risente della crisi dei valori e che tende a non fornire più quella credibilità e rappresentatività necessaria per l'intera comunità educante. In questo contesto, dove si percepisce, in modo evidente, lo scollamento tra realtà e progetti di vita, seminare interessi e motivazione costituisce un terreno poco agevole, un percorso accidentato in cui ogni giorno bisogna rimettersi in gioco, rivedere le proprie posizioni con l'umiltà e la diplomazia dell'esperienza accomulata nel corso degli anni.

La "buona scuola" è fatta molto spesso di lavoro sommerso, quello che sulla carta non appare e che rappresenta un bagaglio culturale in continua evoluzione, teso a colmare le lacune di una società in cui le parole hanno perso il loro significato perchè esiste una realtà che non le rappresenta, realtà ormai da anni gravata e appesantita dalla crisi sociale e istituzionale che spengono sul nascere il desiderio di futuro e la spinta al cambiamento.

Il rapporto di asimmetria tra genitori e figli, insegnanti e alunni, pone in essere molto spesso, sul piano psicologico, il contrasto di idee e modelli comportamentali, due mondi diversi che si scontrano più che incontrarsi, ognuno nella convinzione che il proprio modo di pensare sia giusto e non suscettibile di modifiche e cambiamenti. Tutto questo costituisce un limite e un impedimento allo scambio generazionale, necessario per non disperdere e vanificare lo sforzo comune di migliorare la comunicazione senza tuttavia rinunciare alla trasmissione culturale fatta di valori e insegnamenti che rappresenta le nostre radici.

La pedagogia dell'ascolto rappresenta il filtro di una educazione che accoglie la diversità, il disagio adolescenziale che si oppone ai divieti senza comprenderne il significato scegliendo spesso strade pericolose e autodistruttive. I nostri figli, i nostri alunni hanno bisogno di essere ascoltati prima di essere rimproverati e puniti, mettendo da parte pregiudizi e stereotipi che relegano l'azione educativa in un ambito rigido e spesso autoreferenziale. In questa ottica c'è la necessità di trovare un percorso educativo che accompagni la crescita senza forzarne i tempi, ammorbidendo le asperità che portano quasi sempre alle incomprensioni, all'isolamento e al rifiuto. Ascoltare i bisogni degli adolescenti significa interpretare e decodificare il loro vissuto interiore spesso complesso, cercare di sviluppare l'autostima e la capacità di gestire emozioni e sentimenti che spesso ingigantiscono solitudine e rabbia. La conquista della propria identità è un viaggio lungo che necessita di punti di riferimento, il sostegno e l'ascolto che gli educatori devono fornire senza pregiudizi e imperativi categorici. L'analisi dei bisogni e delle risorse individuali costituisce il potenziale cognitivo messo in campo per educare, orientare e promuovere una cultura nella quale la conoscenza rappresenti un serbatoio di potenzialità e risorse per la formazione integrale della personalità.

copyright © Educare.it - Anno XXII, N. 5, Maggio 2022
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