Educare.it - Rivista open access sui temi dell'educazione - Anno XXIV, n. 2 - Febbraio 2024

Le famiglie immigrate

L'immigrato singolo tende alla invisibilità sociale. Anche qualora sia parte di una associazione o un gruppo della sua stessa etnia, egli tende a risolvere ed esaurire nel suo ambito molte delle esperienze di vita relazionale. L'arrivo del marito, o della moglie, e dei figli, lo obbliga invece ad assumere una identità sociale che mette in discussione i modelli culturali condivisi nella comunità cui ora appartiene. Il nucleo familiare, specie se con figli, diviene visibile, necessita dei servizi e degli operatori (sanitari, sociali, educativi...) e deve necessariamente confrontarsi con la società ospitante.

Contemporaneamente, il ricongiungimento del nucleo familiare permette la ricostruzione di modalità di vita propri della cultura di origine ed una più agevole salvaguardia della propria identità.

Ma le difficoltà a reperire un alloggio e un lavoro nello stesso territorio costringono alcune nuclei ad una nuova separazione. Non sono rari i casi di famiglie immigrate che si sono stabilite nel Meridione, ove è più facile trovare un alloggio a costi più contenuti. Poi però la mancanza di lavoro costringe il marito ad una ulteriore migrazione al Nord in "cerca di fortuna", accontentandosi di sistemazioni alloggiative instabili (una stanza, un centro di accoglienza, quando non addirittura la stessa vecchia automobile).

La precarietà di molti ricongiungimenti è riscontrabile anche dall'aumento del numero degli aborti tra le donne extracomunitarie (1).

In questo percorso di ricongiungimento (o di costruzione della propria famiglia) i minori soffrono sovente di privazioni dovute alle gravi difficoltà ambientali. Questo problema è ben delineato da Luigina Passuello quando scrive che "i bambini stranieri sono bambini di altra cultura ma anche, spesso, bambini con una situazione familiare e sociale più o meno precaria sui quali si riflettono, in forme diverse, insicurezze e problemi degli adulti alle prese con una quotidianità difficile e talora drammatica" (2).

A questo proposito denuncia Garelli: "si tratta (...) di rapporti madre-figli, più raramente genitori-figli, spezzati, spezzettati.... semplicemente perché a queste persone non è riconosciuto nei fatti il concreto diritto ad una famiglia unita, una casa, un lavoro con un orario definito, la possibilità di scambiare quotidianamente con i propri figli affetto, ricordi, cultura, educazione, progetti e speranze" (3).

La famiglia per i minori immigrati: un luogo di doppia mediazione

La famiglia svolge un ruolo primario e insostituibile nella vita di ciascuno. Secondo Roveda "solo il focolare offre le condizioni ottimali di stabilità, di affettività e di saggezza per la trasmissione e l'interiorizzazione dei valori" (4). In particolare "l'altro e il coetaneo, l'adulto e l'anziano, le figure maschili e femminili, lo sconosciuto e il conosciuto, l'amico e il nemico, il vicino e il lontano (in tutti i sensi geografici e umani) sono sperimentati e vissuti in modo adeguato o distorto anzitutto tra le pareti di casa, con evidenti ripercussioni sulla personalità e sul modo di rapportarsi in ogni evenienza e ambienti futuri" (5).

Da qui la necessità di considerare la fondamentale importanza della famiglia nel processo d'integrazione del bambino immigrato (6), chiamato, attraverso una costante ricerca, a costruire un’identità complessa a partire da almeno due diversi riferimenti culturali.

Si è soliti distinguere la condizione dei minori nati in Italia da quella di chi vi è giunto successivamente per ricongiungimento familiare, per studio e per altri motivi (7). Nel primo caso ci troviamo di fronte a bambini figli di immigrati, alla cosiddetta "seconda generazione"; nel secondo caso, a minori che hanno vissuto in prima persona l'esperienza della separazione dal padre o dalla madre, dell'appartenenza al Paese di origine e, di nuovo, della separazione dalle figure parentali di riferimento con cui sono cresciuti per ricongiungersi al genitore naturale.

In chiave pedagogica, la distinzione risulta meno significativa di quanto possa sembrare a prima vista. Anche il bambino nato in Italia, infatti vive, nelle proiezioni fantastiche dei genitori, una situazione di separazione dalle origini e di non appartenenza rispetto al Paese di accoglimento. La sua realizzazione come persona può essere altrettanto difficile di quella del suo fratellino maggiore, arrivato già cresciuto. Affinché questo avvenga senza traumi e ambivalenze, è necessario che vi siano alcune condizioni.

Innanzitutto è necessario che i genitori stranieri siano convinti che l'appartenenza a due culture, tra loro in ibridazione, sia più arricchente di quanto non sia il riferimento ad un solo mondo culturale. Questo significa, in alcuni casi, accettare che il figlio sia in parte diverso da come i genitori se l'erano rappresentato, meno "fedele" alle origini di quanto in certi casi essi vorrebbero.

La famiglia immigrata funziona allora come un luogo, reciprocamente arricchente, di mediazione tra due mondi, resa possibile dal fatto che i genitori e figli si concedono una "doppia autorizzazione".

I genitori "autorizzano" e incoraggiano l'appartenenza del figlio alla nuova realtà, alla sua lingua, ai valori e comportamenti. Essi riconoscono che la storia del bambino, il suo progetto, sono legittimi anche se non ricalcano i percorsi che a loro volta hanno compiuto.

Il figlio, da parte sua, "autorizza" i genitori ad appartenere alla cultura d'origine, conosce e stima i loro sforzi e progetti, valorizza i loro saperi. Allora le storie delle due generazioni si articolano e si sviluppano secondo una continuità che accetta la presenza non solo di elementi di somiglianza, ma anche di differenze.

Ma, secondo Portera, "le famiglie immigrate difficilmente posseggono queste caratteristiche. La loro situazione è piuttosto caratterizzata dall'alienazione alloggiativa, lavorativa, economica e sociale. Per loro l'ambiente esterno è solo qualcosa di estraneo o ostile, col quale è meglio avere pochi contatti per mantenere integra la propria identità". Allora "la famiglia, da stimolatore e mediatore dell'ambiente sociale, si trasformerà spesso in istituzione disocializzante" (8).

In questa dinamica familiare, tra mantenimento e mutamento, la madre ha un ruolo fondamentale di trait-d'union. Essa deve continuamente tessere i legami tra il mondo del bambino -che è già quello del futuro- e quello del padre, del passato, dei ricordi, della memoria e della nostalgia. Spesso però le donne sono lasciate sole in questo compito. Può succedere inoltre che, a causa di situazioni di inserimento problematiche e di scarsa padronanza della nuova lingua, madre e bambino non si capiscano più, non siano più in grado di comunicare e di cambiare.

Quando madre e figlio non condividono più uno stesso idioma, si aprono problemi profondi e terribili, con domande ed emozioni spesso senza risposte. E più passa il tempo, più la vita e gli accadimenti interrogano le madri straniere e più aumentano le domande dei figli, alle quali esse non sanno dare risposta.

L'assenza della famiglia allargata, delle figure femminili adulte che intervengono accanto alla madre nella cura dei piccoli, non raramente viene vissuta come grave frattura e perdita dei legami fondamentali da parte delle donne immigrate.

Per molte madri extracomunitarie i concetti di "famiglia" e di "casa" rimandano più spesso alla famiglia di origine ed alla casa lasciata o costruita nel proprio Paese. Esse si considerano come un segmento familiare che si sviluppa lontano dalle proprie radici e, dunque, l'autonomia assume, per alcune, l'aspetto di una solitudine inaccettabile (9).