Educare.it - Rivista open access sui temi dell'educazione - Anno XXIV, n. 2 - Febbraio 2024

Profughi, rifugiati, alterità: è ancora proponibile una pedagogia interculturale?

interculturaNon passa giorno senza che i media non riportino qualche episodio di “caccia al negro”, annunci xenofobi o di insofferenza verso chi “non è come noi”, di violenze e vessazioni nei confronti di chi è “straniero” o “diverso” per provenienza od origine, su cui riversare la frustrazione e la rabbia di vite stressanti, difficili o mancate, oppure semplicemente per riempire ampi vuoti di noia e di non-senso. Sono fatti spesso liquidati come banali e marginali, quasi non fossero intenzionali, ma sfuggiti “per caso” e pertanto non meritevoli di essere raccolti, notati, raccontati, sviscerati. Proprio per questa apparente e supposta banalità giova invece chinarvici, in quanto ritengo che appartengano a una microfisica di vita quotidiana sempre più disturbata, per non dire “malata”, a livello di convivenza mal riuscita, la quale, se non affrontata convenientemente, potrebbe sfociare in un’allarmante “banalità del male” (Hannah Arendt), dove queste cose potrebbero finire per non essere nemmeno più recepite perché ritenute ormai “normali”, alla stregua di “piccoli effetti collaterali” di un presente storico “difficile” e affollato di mille (altri) problemi.

La supina, acritica e fatalistica accettazione dello status quo la ritengo un atteggiamento assai pericoloso, così come provo un sentimento di smarrimento, anzi, di sgomento nei confronti di certe esternazioni o affermazioni pronunciate da esponenti di vertice del governo italiano, che invece di smorzare i toni della polemica e di ingaggiare una lettura approfondita dei problemi da affrontare – indubbiamente complessi e di non facile lettura e risoluzione, e proprio per questo suscettibili di approfondite analisi ponderate e di ampio respiro – sembrano più interessate ad agguantare consensi elettorali a suon di twitter o slogan populisti sparati a raffica, che finiscono per gettare benzina sul fuoco.
Così si assiste all’ipertrofico incremento del “populismo digitale” (Alessandro Dal Lago), che arroventa, inacidisce e imbarbarisce il clima di regressione politica e culturale:

Sull’uso spregiudicato e compulsivo dei social media, il leader della Lega ha costruito il suo successo elettorale e l’immagine di uomo forte al governo [Salvini]. (…) Frasi secche, insulti e slogan, a forte carica emotiva, che aizzano il popolo e rifuggono da qualsiasi argomentazione, destrutturando così quel discorso pubblico fatto di analisi e confronto dialettico di cui si nutre la democrazia. Un linguaggio capace non solo di esaltare la loro leadership e dettare l’agenda politica, ma di alimentare anche quella cultura del rancore che ha permesso di legittimare istituzionalmente xenofobia, razzismo e isolazionismo (1).

Mi chiedo se proprio tale clima politico-culturale vieppiù generalizzato, fatto di presenzialismo mediatico e auto-promozione della propria immagine, cavalcando i temi emotivamente più caldi ed elettoralmente più paganti come “l’invasione degli stranieri che ci portano via il lavoro e minacciano la nostra identità nazionale …”, non finiscano per contribuire a legittimare certi comportamenti smaccatamente razzisti e xenofobi.
Il ritorno in auge di discorsi legati alla “purezza” della razza (la nostra, evidentemente), alla (ri)lettura mitico-ideologica ed epico-ideale della storia italica o delle reali o presunte “origini” dell’italianità … dimenticando che fino all’altro ieri si tendeva a creare confini ben netti all’interno dello stesso Paese, con giudizi trancianti, fra un Nord virtuoso, laborioso e produttivo; un Sud parassitario, pigro e ingombrante palla al piede; un Centro corrotto e predone (“Roma ladrona”).

Critica di una pedagogia interculturale autoreferenziale

Al cospetto di un fenomeno altamente problematico, complesso e articolato come quello migratorio, credo che sia necessario disporre di categorie concettuali, di uno spessore culturale e di un grado di umanità un po’ più sofisticati e all’altezza di un compito tanto impegnativo.
È qui che interviene la Pedagogia interculturale, che forse potrebbe fornire un qualche contributo nel tentativo di concentrare l’attenzione non soltanto sulla realtà contingente degli attuali flussi seguiti dalle migrazioni, quanto piuttosto sulla preparazione, soprattutto delle nuove generazioni, a una società dell’inclusione e a un mondo un poco più solidale invece di concepire l’altro essenzialmente come un nemico o una minaccia.
Si tratta, dunque, di entrare nell’ottica di un’educazione alla cittadinanza attiva e alla sensibilizzazione a una convivenza rispettosa e inclusiva delle differenze, non tanto per spirito di “buonismo” o “ecumenismo”, bensì per prefigurare un futuro non votato alla paura o a chiusure difensive autocentrate, bensì a un confronto franco e arricchente con le tante differenze che ci circondano e portiamo dentro di noi, senza misconoscere le difficoltà, le frizioni e gli inevitabili conflitti.

Da quasi trent’anni mi occupo di educazione interculturale (2) con un impegno costante nella formazione soprattutto degli insegnanti della scuola dell’obbligo e degli operatori sociali.
Se dovessi fare un bilancio dei risultati conseguiti da parte di tutti coloro che, come me, hanno creduto fermamente in questo approccio, confrontandolo con l’evoluzione (ma sarebbe meglio parlare di involuzione) avvenuta negli ultimi lustri nel rapportarsi all’alterità, all’Altro da sé, non posso non riconoscere di provare una forte delusione, disillusione e frustrazione.
Non voglio attribuirne le cause a ragioni esterne, ma, anzi, ritengo piuttosto opportuno procedere a una impietosa e non consolatoria autocritica, riconoscendo di non essere riusciti a scongiurare questa ondata di livore xenofobo e a scalfire le certezze sovraniste di molti nell’affermazione di un primato egocentrico ed etnocentrico, che ci sembrava anacronistico e improponibile alla luce di un progetto interculturale di società inclusiva e pluralistica nel rispetto e nella valorizzazione delle differenze come propellente per la palingenesi generale all’insegna del principio/valore dell’unità nella diversità.
Ebbene, tutto questo si è rivelata una mera utopia o, meglio, amara illusione … poiché sotto sotto covava, nell’uovo/crogiolo delle nostre menti individuali e collettive, il serpentello dell’odio verso il diverso (Ingmar Bergman), di chi viene da fuori, di chi non è come noi, di chi ci disturba con la sua presenza “altra”.
Con i nostri bei convegni (auto)celebrativi, con tanti discorsi e proclami più o meno roboanti, compiaciuti degli articoli o dei libri che riuscivamo a pubblicare, dei dibattiti autoreferenziali, delle trasmissioni radio-televisive più o meno salottiere o saccenti … non ci siamo accorti che il mondo cambiava e ci franava addosso.
Non siamo nemmeno riusciti a dare il dovuto sostegno a tanti insegnanti, educatori e giornalisti, che nel loro “piccolo”, quotidianamente e con grande perseveranza e abnegazione hanno portato avanti iniziative e progetti di grande consistenza civile, pur confinati in tempi/spazi angusti, che spettava a noi ascoltare e amplificare, portandoli a conoscenza di un vasto pubblico per mostrare che certe cose si potevano realizzare a mo’ delle cosiddette “best practices” che invece andiamo a cercare nell’esotismo e nell’eccezionalità improbabile.

Per una pedagogia interculturale incarnata nel tessuto sociale

Oggi si tratta di uscire dalle torri d’avorio e dai circuiti usuali e consolidati frequentati da compagni di strada talmente simili o già in partenza sensibilizzati a determinati temi o discorsi, da renderne pleonastica la trattazione, per invece “sporcarsi” le mani, là dove le tensioni, le incomprensioni, i conflitti realmente scoppiano e si fanno bubbone di un’intolleranza civile alle soglie della barbarie.
È giunta l’ora di misurarsi con la microfisica del disagio e della sofferenza quotidiani di tanta gente che, per mille motivi, fanno fatica a tirare avanti ed arrivare alla fine del mese, che non hanno letto milioni di libri (De Gregori) – tantomeno quelli che parlano di intercultura – ma che anzi sono fuggiti dalla scuola per la preoccupante dispersione scolastica (3) e non possono o non vogliono capire chi infioretta tante belle argomentazioni “a favore dell’amore per il prossimo …”.
Occorre andare per le strade, nelle piazze, nei quartieri periferici e nelle aree urbane più degradate, ma non per fare comizi, bensì per portarvi attività concrete di espressione socio-culturale: di confronto, scambio, crescita comune nel realizzare esperienze di reale convivenza civile (cfr. coscientizzazione alla Paulo Freire).
Bisogna assolutamente non lasciare sole e investire le energie migliori nelle nuove generazioni, dove si trovano ancora i germi di un desiderio di rinnovamento e riscatto palingenetico, come dimostrano tante manifestazioni e testimonianze di generosità riscontrabili nel volontariato di tanti giovani che si spendono per cause nobili e di grande valore umanitario.

Si reputa pure necessario, beninteso, muoversi su altri piani, non da ultimo quello politico-istituzionale, per esprimere tutta la propria indignazione nei confronti di un’Europa imbolsita e irretita in un burocraticismo colossale e in un’inerzia pavida e colpevole. Così come al cospetto della pervicace e intransigente posizione di totale chiusura nei confronti dei flussi migratori del ministro degli interni italiano, che ha tenuto in ostaggio per giorni centinaia di migranti sfiniti nell’applicazione del suo metodo o protocollo volto a blindare ermeticamente tutti i porti dell’intero Paese per evitare lo sbarco dei profughi, infischiandosene del diritto internazionale e dei contenuti della Costituzione italiana. Per fortuna, vi è stata la reazione di magistrati illuminati e la mobilitazione di cittadini e organizzazioni che, ancora una volta (come nel caso di tanti pescatori di Lampedusa), hanno invocato e fatto valere princìpi di solidarietà e di soccorso umanitario, dimostrando il volto più apprezzabile e lodevole del Bel Paese (4).
Ma non si può più tergiversare, poiché le manifestazioni di degrado etico-civile, unitamente alla pochezza e non di rado allo squallore del confronto politico-istituzionale e del dibattito pubblico, richiedono un consistente sforzo culturale e una incisiva mobilitazione pedagogica, capaci anche d’indignazione (5) e di ‘resistenza’ per affermare il diritto all’uguaglianza in dignità di tutti, pur nel riconoscimento delle innumerevoli differenze esistenti, in funzione di una società pluralistica, solidale e aperta (6).

Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti. (…)
Odio gli indifferenti anche per questo: perché mi dà fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti. Chiedo conto a ognuno di loro del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime.
Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti (7).

La nostra vergogna di fronte ai ‘senza nome’

Condivido (come cittadino europeo, italiano e svizzero) il sentimento di frustrante impotenza e di profonda vergogna, nonché la forte e vibrante indignazione esternati da Massimo Cacciari di recente (8) in merito all’immane tragedia degli annegati nel Mediterraneo, i quali finiscono per perdere persino il diritto e la dignità di possedere un nome, inghiottiti anonimamente – a causa della nostra crassa indifferenza – dalle profondità di quel mare che talune volte ci ostiniamo ipocritamente a chiamare “culla di civiltà”, crogiolo e incrocio di popoli e culture.

N. N.
Mio fratello lo sapevo che dormiva nel mare
ma dissi a mia madre partendo – tranquilla, io no.
Sono invece anch’io sul fondo con loro, d’acqua il viso
la bocca? d’acqua le lettere del mio bel nome cognome?
alfabeto muto di pesci? Voi che potete, pescate le nostre A,
le nostre B, restituite i nostri nomi a chi ce li diede.
Vivian Lamarque

Abdelnur
Ehi voi, lassù, che siete ancora in vita, qualcuno si ricorda
di me? Sono Abdelnur, garzone in un forno della Medina,
il padrone mi ha scacciato, avevo tenuto per me un pugno di farina.
Per questo sono partito. Mia madre si è strappata tutta la notte i capelli,
all’alba ho abbracciato ad uno ad uno i miei nove fratelli.
I loro volti, quelli ho rivisto, di colpo, quando il mare mi ha coperto.
Il mare, infinito, infido, preda del vento come il deserto.
Io, il «Servitore della Luce», ho questo fondale buio per sepoltura.
I pesci mi hanno spolpato a cominciare dagli occhi, le mie ossa ora
sono qui, a pezzi, confuse tra cespugli di alghe e meduse.
Giuseppe Conte

Amir
Amir aveva i numeri
in quei suoi occhi, scuri, che mangiavano il mondo.
Voleva spiegar tutto verso l’alto,
e tanto aveva, che quel che gli mancava era come se non esistesse.
E mi batteva in testa a ogni passo, ridendo quel suo ridere totale.
Invece è stato il sole, nel correre il deserto, a dirmi quel che forse fa più male:
vogliamo ciò a cui diamo più valore, come se, nel mondo, uno non valesse
sempre uno in mano a qualcun altro
e ora, in mezzo a zero, è nulla chi va a fondo
in urla mute e amori ormai di ieri
Simone Savogin

Dominic Konneh
Vedevo il diavolo nelle bisce di terra
perché così credeva la gente in Liberia
e solo loro mi mettevano paura
scacciando la calma e il sangue freddo
con cui sempre ho guidato i furgoni,
anche se i negri al volante fan danni
mi dicevano tutti a Rovigo, ma se avessero
revisionato i freni come io chiedevo alla ditta
adesso forse sarei vivo, e non capirei perché
il mondo vede il diavolo in quelli come me.
Francesco Targhetta (9)

Tentativo di risveglio o/e possibilità di riscatto

Svegliamoci, dunque, dalla pigrizia e dal sonno mentali (Eraclito), se non vogliamo condurre una vita non degna di essere vissuta perché non sufficientemente “esaminata” o “indagata” (Socrate) sul piano del ‘senso’ del nostro essere nel mondo, all’insegna di una “comunità di destino planetario” (Edgar Morin), in maniera da evitare di vivere come sonnambuli, imbambolati e intrappolati in esistenze contrassegnate da un consumismo compulsivo e incapaci di guardare oltre il proprio ombelico.
Ma non dobbiamo farlo per buonismo fine a se stesso, per tacitare le nostre coscienze anestetizzate o avvizzite e nemmeno per conquistare un ipotetico paradiso. Quanto piuttosto per andare realmente alla radice della nostra essenza identitaria più distintivamente qualificante, vale a dire quel retaggio di valori umanistici che rappresentano il nerbo più nobile della storia e della tradizione europea.
La ricerca e la riedizione innovativa e creativa di quell’umanesimo, dunque, che nei momenti più bui del nostro passato sembrava perso per sempre, ma che siamo riusciti a riesumare anche dopo i terribili capitoli dei due conflitti mondiali del secolo scorso. Proprio con questo retaggio culturale, di pensiero, di sensibilità scientifico-letteraria, ma al contempo con la volontà di incidere realmente (politicamente) nella realtà concreta e nella vita di tutti i giorni, possiamo “armarci” per (ri)affermare costantemente i princìpi e i canoni della democrazia, che per quanto fragili e imperfetti appaiono ancora come i migliori capisaldi per una convivenza civile degna di questo nome.
Solo un impegno costante nella microfisica della nostra quotidianità professionale ed esistenziale, al fianco soprattutto di chi fa più fatica o non ha voce in capitolo, forse può scongiurare l’avanzare della barbarie, che permane subdolamente in agguato, assumendo coloriture e fattezze sempre nuove e cangianti.
La pedagogia, militante e non parolaia e predicatoria, non può sottrarsi a questo compito d’investimento politico-culturale, contribuendo a fare la sua parte nell’accompagnare le giovani generazioni a non cadere nelle spire dei venditori di facili miraggi di salvezza autarchica e sovranista.

Prima di tutto vennero …
Prima di tutto vennero a prendere gli zingari, e fui contento,
perché rubacchiavano.
Poi vennero a prendere gli ebrei, e stetti zitto,
perché mi stavano antipatici.
Poi vennero a prendere gli omosessuali, e fui sollevato,
perché mi erano fastidiosi.
Poi vennero a prendere i comunisti, e io non dissi niente,
perché non ero comunista.
Un giorno vennero a prendere me,
e non c'era rimasto nessuno a protestare.
Bertolt Brecht


Autore: Fulvio Poletti è responsabile del Servizio didattica e formazioni dei docenti della SUPSI nella Svizzera italiana (www.supsi.ch/go/sedifo). Ha sviluppato i suoi interessi soprattutto attorno alle problematiche dell’educazione e della formazione, alle questioni giovanili e nell’ambito dell’interculturalità.


Note

(1) Libero D’Agostino, L’estate bestiale del sovranismo, in “Il Caffè”, settimanale svizzero in lingua italiana, Locarno, 12 agosto 2018, pp. 4-5.

(2) Poletti, F. (Ed.) (1992). L’educazione interculturale. Firenze: La Nuova Italia.

(3) Il Dossier, dal titolo eloquente ‘La scuola colabrodo’, elaborato dalla rivista mensile “Tuttoscuola” riporta dati assai inquietanti: “Dal 1995 a oggi 3 milioni e mezzo di studenti hanno abbandonato la scuola statale, su oltre 11 milioni iscritti alle superiori (-30,6%). Il costo è enorme: 55 miliardi di euro. E l’emorragia continua: almeno 130 mila adolescenti che iniziano le superiori non arriveranno al diploma.” https://www.tuttoscuola.com/prodotto/la-scuola-colabrodo/; Cfr “L’Espresso”, N. 37, Anno LXIV, 9 settembre 2018, ‘Fuga dalla scuola – Addio Prof’, pp. 8-17.

(4) “I minori che si trovavano sulla Diciotti [la nave della Guardia costiera che per 8 giorni, a partire dal 16 agosto 2018, non ha potuto far sbarcare i quasi 200 migranti che aveva soccorso in mare], assieme ad altre 150 persone, sono stati trattenuti violando le norme e le convenzioni internazionali”, ha dichiarato Maria Francesca Pricoco, presidente del tribunale dei minori di Catania. Durante i giorni di stallo della Diciotti, l’Associazione italiana magistrati per i minorenni e la famiglia, ha diffuso un duro comunicato: “Riteniamo necessario che gli obblighi affermati dagli atti internazionali e dalle norme nazionali siano effettivamente rispettati e che perciò sia consentito a tutti i soggetti vulnerabili, certamente ai minori, di lasciare la nave e sbarcare a terra, perché sia possibile l’apertura di procedimenti giudiziali a loro tutela e l’inserimento in strutture di accoglienza adeguate”.
Sempre Pricoco aggiunge: “In questi anni – prima della legge n. 47 del 2017, la cosiddetta legge Zampa, dedicata ai minori soli e non accompagnati – abbiamo gestito il flusso dei minori stranieri cercando di tutelarli attraverso una interpretazione sistematica delle normative vigenti basandoci sulle convenzioni internazionali e sulla Costituzione. (…) Ci siamo impegnati affinché il diritto alla cura e all’istruzione diventassero realtà. Nulla di eroico, diritti che dovrebbero valere per tutti. La nostra preoccupazione è che a queste conquiste, ottenute con grandi sacrifici, e oggi codificati in una legge della Repubblica, segua un arretramento inaccettabile dal punto di vista del diritto. E quanto accaduto sulla Diciotti, e non solo, è più di un semplice segnale”, “L’Espresso”, N. 37, Anno LXIV, 9 settembre 2018, pp. 34-35.

(5) Hessel, S. (2011). Indignatevi!. Torino: ADD Editore; Hessel, S. (2013). Non arrendetevi!. Firenze: Passigli Editori.

(6) Secondo Ivan Krastev, la caratteristica principale del populismo non è tanto l’ostilità all’elitismo quanto piuttosto l’avversione nei confronti del pluralismo: Krastev, I. (2017). After Europe. Philadelphia: University of Pennsylvania Press.

(7) Antonio Gramsci, 11 febbraio 1917, In "La Città Futura", rivista da lui fondata.

(8) https://www.youtube.com/watch?v=9XoV3nd9OZE

(9) La Spoon River dei migranti, in “Corriere della Sera – La Lettura”, 19 agosto 2018, pp. 20-21.


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