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Entrare virtualmente nei panni di un’altra persona può, mutare gli stereotipi e le nostre convinzioni. È il risultato di uno studio, pubblicato sul Cell Press journal Trends in Cognitive Sciences, nel quale i ricercatori hanno utilizzato la tecnologia del bodyswapping.
Grazie ad una specie di videogioco i partecipanti hanno potuto, infatti, abitare il corpo di una persona di colore. Sperimentando la sensazione di vivere “dentro” qualcun altro, chi è stato sottoposto all’esperimento ha dimostrato di avere meno pregiudizi nei confronti delle persone di origine diversa.
L’articolo propone una riflessione su alcuni particolari conflitti che si verificano nei contesti scolastici caratterizzati da eterogeneità sociale e culturale e su come tali conflitti possono essere gestiti dall’insegnante. A partire da una breve premessa riferita ad alcuni approcci teorici, è presentata l’analisi di due conflitti avvenuti in un gruppo di bambini e tra un genitore e l’insegnante, entrambi aventi come elemento in comune la discriminazione dell’altro per la sua diversità (odore e diverso colore della pelle). Nella gestione del conflitto l’atteggiamento assunto dall’insegnante diventa di particolare rilevanza per poter trasformare questo evento in un’occasione evolutiva della relazione e in una maggiore conoscenza tra coloro che ne sono coinvolti. Inoltre, capire quale sia il ruolo assunto dal pregiudizio e come questo venga utilizzato nelle dinamiche relazionali tra persone, può rappresentare, per l’insegnante, un ulteriore tassello interpretativo per la comprensione di quanto accade nel gruppo dei bambini e nella relazione tra adulti.
In una società sempre più globalizzata, multiculturale e multietnica, ben rappresentata dalla eterogeneità delle aule scolastiche, è sempre più urgente una formazione degli studenti ad una visione più aperta ed interculturale del mondo, basata sull’empatia, la tolleranza e il rispetto delle diversità. L’articolo analizza le competenze interculturali, esaminando il modello delle 3 C e fornendo alcuni esempi da mettere in pratica nel contesto classe.
La scuola italiana è attraversata da molteplici cambiamenti di natura sociale, culturale e professionale che rendono particolarmente cogente l’orientamento multiculturale. I principi dell’educazione interculturale diventano occasione per aggiornare strategie didattiche e formative in funzione degli eterogenei bisogni degli studenti. L’articolo illustra un intervento progettato e realizzato all’interno di un CPIA siciliano che ha consentito di sperimentare percorsi metodologici innovativi per affrontare con slancio la sfida educativa e didattica posta dalla scuola multiculturale.
Il pensiero decoloniale, sviluppato principalmente nell’America del Sud, fornisce una proposta di educazione attraverso (e per) il dialogo interculturale, che è risorsa strategica per costruire relazioni e modi di coesistenza civile in cotesti di diversità storica, esistenziale ed etnica. Entro questa prospettiva i tratti della pratica dialogica, situata, relazionale, non neutra, agiscono non solo sulle dinamiche di riconoscimento individuale e collettivo, ma soprattutto sui modi di coesistere attraverso la partecipazione di tutti i saperi e le volontà delle persone coinvolte. L’articolo ha l’intento di illustrare come il dialogo interculturale rappresenti una pratica educativa trasformativa concreta, che, entro contesti multiculturali, aiuta a contrastare comportamenti discriminatori e a sviluppare rapporti diversi, più umani e solidali, costituzionalmente tesi alla valorizzazione degli altri.
Decolonial thought, developed primarily in South America, offers an educational proposal through (and for) intercultural dialogue, understood as a strategic resource for building relationships and forms of civil coexistence in contexts marked by historical, existential, and ethnic diversity. Within this perspective, the characteristics of dialogical practice—situated, relational, and non-neutral—act not only on the dynamics of individual and collective recognition but, above all, on the ways of coexisting through the active participation of the knowledge and wills of all those involved.
The purpose of this article is to illustrate how intercultural dialogue represents a concrete transformative educational practice that, within multicultural contexts, helps counter discriminatory behaviors and fosters new, more humane and solidaristic relationships, constitutionally oriented toward the valorization of others.
L'articolo presenta le osservazioni e le testimonianze sull’esperienza del Portfolio Europeo delle Lingue in una scuola elementare francese. Molti aspetti di interesse didattico-pedagogico sono emersi dall’uso concreto del Portfolio rendendo questa esperienza ricca di nuove riflessioni e di nuovi bisogni educativi. La presa di coscienza di sé e delle conoscenze culturali, la riscoperta di sé e degli altri, la condivisione delle conoscenze culturali “altre”, il bisogno di essere riconosciuti al fine di potere dialogare apertamente e di collaborare insieme: questi sono i risultati di grande valore pedagogico ottenuti grazie all’esperienza del Portfolio.
Cet article présente les observations, le suivi et les témoignages sur l'expérience du Portfolio Européen des Langues à l'école primaire. Plusieurs aspects d'intérêt didactique-pédagogique ont émergés de l'utilisation concrète du Portfolio en rendant cette expérience riche de nouvelles réflexions et de nouveaux besoins éducatifs liés à la figure de l'apprenant et de l'enseignant. La prise de conscience de soi et de ses connaissances culturelles, la re-découverte de soi et des autres, la reconnaissance, la compréhension et le partage des connaissances culturelles autres, le besoin d’être reconnu afin de pouvoir dialoguer ouvertement et de collaborer ensemble: ce sont les résultats d'une grande valeur pédagogique obtenus grâce à l'expérience du Portfolio.
This paper presents the observations and the testimonies concerning the experience of the European Language Portfolio in a primary school. The concrete use of the Portfolio has led to the identification of several aspects of educational-pedagogical interest. These aspects have enriched the experience we present here after with new ideas and new educational needs, related to both the learner and the teacher. The results, of great pedagogical value, obtained by use of the Portfolio are: self-awareness and on cultural knowledge, rediscovery of oneself and of others, recognition, understanding and sharing of different cultural knowledge. All these aspects have to be recognized in order to build an open and constructive dialogue and to work together.
Il fenomeno migratorio in Italia, sviluppatosi già a partire dagli anni '80 e fattosi sempre più pressante nell'ultimo decennio, rappresenta una sfida aperta non solo dal punto di vista politico, ma anche sotto il profilo educativo, didattico e culturale.
L'articolo, dopo un breve prospetto sulla presenza straniera in Italia, delinea e analizza le maggiori criticità della nuova educazione interculturale sotto il profilo didattico, con particolare riferimento alle difficoltà linguistiche. Propone quindi una fotografia delle scelte interculturali della scuola italiana, suggerendo al contempo una visione positiva dell'intercultura intesa come valore ormai irrinunciabile.
Non passa giorno senza che i media non riportino qualche episodio di “caccia al negro”, annunci xenofobi o di insofferenza verso chi “non è come noi”, di violenze e vessazioni nei confronti di chi è “straniero” o “diverso” per provenienza od origine, su cui riversare la frustrazione e la rabbia di vite stressanti, difficili o mancate, oppure semplicemente per riempire ampi vuoti di noia e di non-senso. Sono fatti spesso liquidati come banali e marginali, quasi non fossero intenzionali, ma sfuggiti “per caso” e pertanto non meritevoli di essere raccolti, notati, raccontati, sviscerati. Proprio per questa apparente e supposta banalità giova invece chinarvici, in quanto ritengo che appartengano a una microfisica di vita quotidiana sempre più disturbata, per non dire “malata”, a livello di convivenza mal riuscita, la quale, se non affrontata convenientemente, potrebbe sfociare in un’allarmante “banalità del male” (Hannah Arendt), dove queste cose potrebbero finire per non essere nemmeno più recepite perché ritenute ormai “normali”, alla stregua di “piccoli effetti collaterali” di un presente storico “difficile” e affollato di mille (altri) problemi.
In un mondo delimitato dalle frontiere, dove le persone sono divise in base al colore del passaporto, sembra quasi naturale che una bambina nata in Liberia sia costretta ad affrontare più difficoltà, ad avere meno opportunità e a rischiare di morire prima di una bambina nata negli Stati Uniti o in Europa.
La cittadinanza, però, è un tratto distintivo puramente artificiale. La contingenza della nascita, un cavillo della legge o il capriccio di un burocrate possono fare la differenza tra una vita agiata e una vita di stenti.
Siamo talmente abituati a questa roulette geografica da non accorgerci di quanto sia moralmente indifendibile la separazione degli abitanti della terra tra ricchi e poveri, fortunati e svantaggiati, vittime e sopravvissuti, il tutto secondo un criterio largamente arbitrario e totalmente fuori dal controllo degli individui.
L’articolo presenta un progetto interculturale che ha avuto il principale obiettivo di valorizzare la lingua madre di ogni bambino, a partire dalla lettura di alcuni albi illustrati. Il percorso ha preso avvio da un’indagine sulle lingue parlate in famiglia che sono state proposte a scuola grazie al coinvolgimento di alcuni genitori. In particolare, le lingue “straniere” sono diventate un’occasione per conoscere altre parole, per ascoltare suoni sconosciuti che sono stati messi a confronto con altrettante parole della lingua italiana, scoprendo così differenze e somiglianze.
L’articolo offre un’esemplificazione concreta delle riflessioni approfondite nell’articolo dal titolo “Profughi, rifugiati, alterità: è ancora proponibile una pedagogia interculturale?” pubblicato su Educare.it n. 2/2019. Nello specifico si tratta di un Progetto pluriennale realizzato nel Cantone Ticino (Svizzera) che ha visto protagonisti una cinquantina di ragazzi per annata, dai 15 ai 20 anni, con origini e appartenenze culturali assai diverse.
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