- Categoria: Lavoro sociale
- Scritto da Vincenzo Bonomo
Il lavoro d'équipe nelle professioni sociali
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In questi ultimi anni, almeno sul piano teorico, viene affermata e sostenuta la necessità di una convergenza di competenze professionali diverse, di una multidisciplinarietà e di una dimensione collettiva nell’approccio alle problematiche del territorio.
L’operatore sociale che lavora all’interno dei servizi certamente non può affrontare da solo le molteplici situazioni problematiche che incontra nel territorio. In quanto membro di una èquipe deve essere affiancato e sostenuto dalle altre figure professionali.
La necessità della costruzione di contesti collaborativi, oltre che a richiamare aspetti valoriali, è strettamente collegata alla necessità di integrazione imposta dalla presenza, nella società attuale, di elementi quali la complessità dei bisogni e delle risorse nonché la limitatezza e scarsità di queste ultime.
Il lavoro d’èquipe è uno strumento operativo per tutta l’attività del servizio sociale. Il sistema dove l’assistente sociale è inserito è fatto di una organizzazione di servizi che si sovrappongono ed è qui, all’interno di un sistema complesso e burocratizzato com’è quello dei servizi pubblici dove si sviluppano interventi significativi, che dovrebbero inserirsi il lavoro d’èquipe: unica strategia di lavoro utile per contenere tale impatto organizzativo.
In questi ultimi anni sotto la spinta delle grandi trasformazioni organizzative delle istituzioni e all’emergere sempre di più di nuove figure professionali si sono formate èquipe inter e multidisciplinari che impongono nuovi percorsi formativi e di crescita. Tra le più importanti èquipe multiprofessionali nate dal sorgere di nuove aree d’intervento possiamo citare, in particolare, quelle che sono state istituite all’interno dell’area dell’handicap, SerT, materno-infantile, ecc.
Il lavoro d’èquipe rappresenta una vera e propria risorsa del lavoro sociale all’interno di servizi diversi; è il metodo più efficace di lavoro per favorire il raggiungimento degli obiettivi professionali ed inoltre tutela l’operatore da eventuali rischi di isolamento e di burn-out professionale (1).
La trasformazione innescata nei servizi socio-sanitari dalle leggi di trasferimento delle competenze dello Stato agli enti locali ha lasciato spazio ad assetti diversi per quanto riguarda orientamenti, metodologie e procedure e ha portato l’assistente sociale dall’esperienza in cui era il solo titolare della funzione, operatore unico, ad una attività interprofessionale, applicata mediante il lavoro di èquipe.
Lavoro d’èquipe
Visto che competenza richiede specializzazione dello studio e dei compiti, nasce la necessità che le problematiche debbano essere affrontate da diverse professionalità, ognuna delle quali le deve considerare nella propria competenza specifica, per poi passare ad una sintesi collettiva che valuti la situazione, appunto, di équipe, sia per chiarire le cause del disadattamento o disabilità che per instaurare tutto quanto è necessario all’integrazione ed al recupero.
L’équipe per funzionare, deve essere composta da operatori tutti allo stesso livello, con eguali spazi d’intervento e d’espressione, rispettando il grado d’autonomia decisionale d’ogni professionalità. L’autonomia tecnica che caratterizza le professioni consente a ciascun operatore di decidere responsabilmente, nella consapevolezza che agendo in questo modo si mantengono degli ambiti di riservatezza che salvaguardano la persona senza sottrarre elementi utili ad una valutazione congiunta. Come riporta la Cellentani (2) che, riassumendo riguardo al come pensare l’èquipe, afferma che ogni gruppo si costituisce sempre a partire da un compito, che il compito rappresenta l’aspetto razionale dell’attività mentale di un gruppo e che in ogni gruppo si muovono sempre tendenze emotive molto forti che possono ostacolare il processo di sviluppo del gruppo verso il compito. Ciascuna professione ha bisogno di spazi di riflessione, di momenti di scambio che siano tra pari, che consentono di rassicurarsi rispetto all’identità professionale, identificare dei confini chiari, non per trincerarsi dietro. Ma per potere più serenamente aprirsi ad un confronto interprofessionale (3).
Il lavoro d’èquipe richiede, pertanto, una formazione specifica che consenta alle diverse figure professionali di mettere a disposizione il patrimonio di conoscenze senza paure di prevaricazioni e senza atteggiamenti di delega o disimpegno. Deve essere costruita una cultura muntidisciplinare in cui il tempo per lavorare in gruppo sia programmato e "protetto" con responsabilità, assicurando la presenza e la partecipazione attiva di tutti i membri dell’èquipe.
La società di oggi, proprio per la sua caratteristica di complessità, ha più che mai bisogno di gruppi di lavoro in cui siano presenti diverse posizioni, differenti punti di vista che possano dar origine ad un dialogo fruttuoso ed ad un confronto costruttivo (4).
L’aumento delle professionalità coinvolte nei servizi alla persona ed alla famiglia consente di affrontare in maniera più articolata e specifica le situazioni. Lavorare in èquipe, ciascuno con la propria specificità, ma per assolvere una funzione comune, richiede ad ogni professionista coinvolto una serie di condizioni, di atteggiamenti che si possono ravvisare in:
- consapevolezza del proprio ruolo, delle proprie potenzialità, ma anche dei propri limiti, sui quali è necessario mantenere una vigile attenzione,
- lealtà e rispetto reciproci,
- competenza nella propria professione e conoscenza del ruolo delle altre,
- riconoscimento e valorizzazione degli interventi e delle prestazioni degli altri,
- definizione di una metodologia comune di intervento.
Gli obiettivi del lavoro d’èquipe sono:
- raccordare verso la persona che necessita di un intervento tutte le tecniche professionali necessarie,
- costruire omogeneità complementare per le figure professionali,
- realizzare una lettura comune e collettiva del territorio, elaborare una metodologia d’intervento simile per le diverse professionalità impegnate.
Lavorare in èquipe è utile in quanto, grazie all’apporto di professionalità diverse si arriva ad una visione più definita, integrata e globale dei bisogni espressi dalla persona. E’ essenziale che ogni operatore si metta in rapporto con gli altri con un senso di autocritica e non con un atteggiamento difensivo e conflittuale. Soltanto così potranno svilupparsi una crescita collettiva ed una collaborazione reciproca. La realtà della pratica del lavoro interdisciplinare può nascondere anche grandi difficoltà, laddove, principalmente esiste un sistema poco comunicante tra operatori e servizi e quando emergono confusioni, cioè quando l’operatore non focalizza il proprio intervento su progetti unitari che definiscono e sostengono il lavoro sul territorio.
Lavorando in èquipe si userà la tecnica della presa di decisione collettiva che prevede alcune fasi:
- raccogliere informazioni sul problema,
- analizzare il problema nelle sue varie sfaccettature,
- elaborazione comune delle possibili soluzioni del problema visto dalle varie professionalità.
Per lavorare insieme è necessario che ogni operatore facente parte dell’èquipe abbia una sua collocazione, propria della professione che esercita, uno specifico in grado di garantirgli quello spazio di autonomia professionale senza la quale ogni intervento di collaborazione diventa inutile. Il lavoro d’èquipe deve dare vita ad un processo di reciproca costruzione di un patrimonio comune riducendo la quantità di specifico professionale di ognuno ma aumentandone la qualità ed il livello di professionalità.
Il lavoro d’èquipe deve essere finalizzato (5) a:
- proficua collaborazione interprofessionale,
- scambio di opinioni, lavoro di gruppo,
- vantaggi e risorse che l’èquipe può offrire,
- valenza autoformativa,
- efficienza ed efficacia dei servizi nella risoluzione dei problemi.
Si crea così una prospettiva più ampia per l’assistente sociale nella trattazione del caso, nell’approfondimento dei fatti, nella diagnosi, favorendo così un interscambio ed un autocontrollo (6). Lavorando in èquipe si crea una particolare sinergia tra i vari operatori che consente di fornire alla persona un trattamento di tipo psico-sociale-sanitario prevedendo il confluire di più e diverse risorse e formazioni esperienziali nel caso che si sta trattando.
Il funzionamento dell’èquipe diventa a rischio se:
- l’èquipe è troppo rigida nei ruoli e nelle funzioni,
- i ruoli sono troppo statici,
- è presente competitività e rivalità tra i vari professionisti,
- sono presenti livelli di comunicazione disfunzionale.
Gli indicatori positivi per un buon funzionamento di una èquipe sono:
- presenza obiettivi comuni e condivisi,
- valorizzazione delle varie personalità e professionalità,
- senso di appartenenza all’èquipe,
- equa distribuzione delle responsabilità tra tutti i componenti,
- attribuzioni di compiti specifici ad ogni componente.
Il lavoro d’èquipe favorisce una "auto-supervisione di gruppo" e ciò si realizza attraverso l'interscambio delle proprie esperienze emotive, personali che possono essere un valido supporto professionale nella trattazione del caso. Il confronto reciproco e continuo è un valido aiuto per attenuare quegli atteggiamenti di identificazione e di proiezione che si creano nella relazione tra operatori e utente.

