- Categoria: Bambini
- Scritto da Maria Teresa Vendramini
Il senso della morte durante l'infanzia
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In modi diversi, bambini, ragazzi ed adolescenti si interrogano circa la morte. Essa colpisce perché è sentita come mistero e si impara presto che può essere via d'accesso ad un mondo dove un Dio aspetta, liberando da ogni pena. Talvolta la morte può essere immaginata come un tornare allo stato primitivo, alla polvere, un andare nel vuoto, nello spazio, un perdersi.
Di volta in volta, e spesso con radicali cambiamenti nel corso dello sviluppo, la morte viene accompagnata da sentimenti di paura, di consolazione, di curiosità, di angoscia. Di certo si tratta di un tema che non lascia indifferenti, fin dall'età in cui si acquista consapevolezza che cose, animali e persone non sono "eterne"; perciò va affrontato con cura, sempre in modo adeguato all'età dei piccoli interlocutori, perché si tratta di un passaggio necessario all'autonomia. Durante l'adolescenza poi la definizione del "senso della morte" (del dolore e della sofferenza) diventa fortemente correlato al "senso della vita" e, quindi, al più globale sviluppo morale.
Ma parlare della morte in modo sereno non fa parte della nostra cultura. Essa viene vissuta, almeno nel mondo occidentale, con angoscia, disperazione, paura, sensi di colpa. Il morire viene infatti confinato in ambienti istituzionalizzati, fuori dai contesti di vita quotidiana. Non se ne parla volentieri, quasi a voler esorcizzare il presente da quel passaggio necessario di ogni esistenza.
Il bambino e la morte
Gli studi psicanalitici, in particolare quelli di M. Klein, sostengono che il bambino, fin dalla nascita, esperimenta le angosce di morte quando il taglio del cordone ombelicale non gli consente più la simbiosi totale intrauterina con la madre. Egli si troverebbe quindi a sperimentare pulsioni di vita e di morte fin dai primi giorni della sua esistenza: la vita si identifica nel seno, nel latte, nelle cure materne, e la morte invece nell’assenza dell’oggetto, nella fame, nella rabbia distruttiva.
Nel bambino piccolo, la "paura della morte" si esprime spesso con la difficoltà di addormentamento, per cui a seconda dell’età è necessaria la presenza della madre o di un oggetto transizionale che sia in grado di attenuare le sue angosce.
Che se ne parli direttamente o meno, i piccoli si formano crescendo un certo concetto di morte; possono essere molto influenzati dal morire surreale o deformato che vedono nei cartoni animati e nei telefilm e ciò dovrebbe bastare per spingere gli educatori ad affrontare precocemente il tema della morte con i bambini.
Molti genitori invece preferiscono escludere i loro figli dai lutti familiari, convinti che sia una forma utile di "protezione sentimentale": nel caso di perdita di parenti molto prossimi, sono disposti persino a fare "violenza" al proprio dolore pur di non far trasparire alcunché ai bambini.
Ciò finisce spesso per impedire la necessaria elaborazione dell'evento luttuoso da parte della famiglia, con strascichi interminabili e bugie che finiscono per ledere la sensibilità di chi si voleva progettare.
Ritengo quindi che raccontare ai bambini la realtà, anche se spesso può essere da loro compresa solo parzialmente, non solo sia importante, ma necessario. Parallelamente vi deve però essere grande attenzione per capire le loro reazioni di fronte a ciò che si rivela.
A quale età parlare al bambino?
A due anni un bambino è già in grado di intendere che cosa significhi perdere qualcosa, anche se non è in grado di comprendere razionalmente il concetto di morte. Verso i tre o i quattro anni ha sicuramente sentito parlare della morte grazie alle fiabe, alla televisione, ha fatto esperienza del vedere morire qualche pianta o qualche insetto.
Dai quattro ai sei anni, il morire (e il "finire") è visto spesso come la cosa più naturale del mondo, in quanto la vita e la morte sono considerati due stadi conseguenti. E' a questa età che si dovrebbe spiegare ai bambini che con la morte cessa la vita fisica di una persona, che con questo evento verrà sepolta o cremata.
E’ dai sette ai dieci anni che un bambino si pone delle domande riguardo al "dopo", soprattutto se educato alla religione e alla fede; comincia ad elaborare qualche idea sull’anima e a maturare qualche riflessione sui misteri della vita e della morte.
Con la pubertà un ragazzo diventa capace di pensiero astratto e quindi è in grado di pensare la morte in un modo sempre più simile a quello dell'adulto. Cercherà dapprima delle risposte all’interno della famiglia e successivamente nel gruppo dei pari.
Cosa dire ad un bambino?
Le domande più tipiche poste da un bambino di fronte alla morte sono: "perché una persona muore?"; "che cosa succede a queste persone morte?"; "dove vanno a finire?"
Se siamo persone religiose possiamo senz’altro rendere partecipi i bambini di ciò che la fede ci porta a ritenere, ma il miglior aiuto arriva incoraggiandoli ad esprimere le loro idee e convinzioni personali. Si raccoglie in questo modo il miglior "materiale" per parlare ai bambini, vicino alle loro sensibilità e nel rispetto della loro maturità.
Nel cercare le "parole giuste", si dovrebbe evitare tutto ciò che causa confusione, turbamento, angoscia, dubbi o rimorsi. Ad esempio, si può creare un senso di colpa quando si racconta l’assenza di una figura di riferimento come un abbandono anziché come evento naturale della vita.
Di fronte ad una morte per malattia, è importante fare in modo che il bambino non associ tutte le malattie a questo evento terminale della vita. Analogamente si dovrebbe evitare di paragonare il dormire alla morte, soprattutto quando i bambini sono troppo piccoli per fare in proprio una corretta distinzione.
Soprattutto va cercata una corretta gestione delle emozioni connesse al morire. Sono convinta che l'adulto abbia il diritto di vivere il suo dolore di fronte alla perdita di una persona cara, ma deve avere la consapevolezza che il bambino recepisce fortemente gli stati d’animo di chi lo circonda. Quando è piccolo, deve poter sentire, nelle parole e negli atteggiamenti dei familiari, equilibrio, sicurezza e protezione; perciò anche nella sofferenza causata dal lutto è necessario riservare al bambino dei momenti di affettuosità che gli confermino la presenza e la protezione degli adulti.
Quando è più grande, l'adulto potrà spiegare con le parole le sue lacrime, la tristezza e il dolore: il ragazzo di undici o dodici anni saprà provare compassione e persino infondere conforto.
Da questa condivisione il ragazzo si sentirà valorizzato ed imparerà che l’adulto può manifestare i propri sentimenti senza vergogna. Ne uscirà rafforzato anche il senso di appartenenza alla famiglia, che si alimenta non solo attraverso gli eventi piacevoli, ma anche grazie a quelli dolorosi.
Sul funerale
Uno degli aspetti più controversi quando si disquisisce su questi temi riguarda la partecipazione dei bambini al funerale. A mio avviso è opportuna, perché mette ciascuno a confronto con "la morte come fatto reale", un passaggio necessario per poter elaborare la perdita.
E’ il momento in cui è consentito dimostrare disperazione, senza pudore; è il tempo adatto per dire addio alla persona che non c’è più, non in solitudine ma in mezzo ad altri che celebrano il valore e la memoria della persona defunta.
I bambini vanno ammessi ai funerali solo con il loro consenso ed avendo cura di integrarli anche dopo la cerimonia in sé. Perciò vi deve essere una preparazione adeguata, raccontando in anticipo tutto ciò che succederà, rispondendo in modo adeguato a tutte le domande. Se il genitore non si sente in grado di affrontare l'evento in questo modo, è bene che chieda aiuto ad altri in grado di vivere il lutto in modo più distaccato.
Non si dimentichi che la cerimonia funebre è un momento, anche per gli adulti, che si carica di sentimenti contrastanti, che nel bambino vanno letti ed interpretati con una particolare attenzione alla dimensione non verbale ed al comportamento in modo da assicurare comprensione, protezione ed affetto.
In definitiva la morte, il dolore, la malattia, la sofferenza possono essere importanti motivi di crescita per bambini, ragazzi ed adolescenti: vanno affrontati in chiave educativa con cura e senza falsi pudori, cercando una continua mediazione tra realtà e gli immaginari spontanei che ciascuno si forma nel proprio quotidiano.
Bibliografia di riferimento
- MAHLER M.-PINE F. - BERGMAN A., La nascita psicologica del bambino, Boringhieri, Torino, 1968.
- LILA PRO POSITIV, Aiutiamo i bambini a capire la morte, Bolzano
- FREUD S., Considerazioni attuali sulla guerra e la morte, Boringhieri, Torino,1996.
- BLACKER R. To sleep, perhance to dream…, in "The Journal of the American Association",1979;2291
- MOODY R., La luce oltre la vita, Milano, Mondadori, 1989.
- GIOVETTI P., Qualcuno è tornato, Milano, Armenia, 1990
copyright © Educare.it - Anno I, Numero 7, Giugno 2001

