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La favola in televisione - Fiabe popolari e favole televisive a confronto

 

Fiabe popolari e favole televisive a confronto

Grazie alla televisione siamo entrati nella civiltà delle immagini, dove l'interesse a "raccontare fiabe" non è scomparso, ma dove sono mutate le finalità e modalità di conduzione. In questa civiltà trovano poco spazio le relazioni verbali, la narrazione orale e l'amore per la natura, cardini del mondo narrativo e fiabesco.

Le favole televisive immergono nella realtà storie ed ambienti completamente irreali, confondendo il bambino che non riesce più a comprenderne i limiti: dove finisce la realtà e dove inizia l'irrealtà? Mentre legge una favola il bambino ha ben presente dove comincia l'irrealtà: il protagonista parte da una situazione problematica reale, va verso il luogo magico che è lontano (la caverna, la montagna, il paese sconosciuto) e quando torna alla realtà ha trovato una soluzione al suo problema. Dopo aver fatto viaggiare il bambino in un mondo meraviglioso, alla fine la storia lo riconduce alla realtà, e in modo molto rassicurante. Ciò insegna al bambino ciò di cui in questo periodo di sviluppo ha più bisogno di sapere: lasciarsi trasportare un po' dalla fantasia non è dannoso, purché non se ne rimanga per sempre prigionieri.

Il bambino comprende a livello intuitivo che queste storie, benché irreali non sono false, e che nonostante quanto è narrato non avvenga nella realtà, deve avvenire come esperienza interiore e sviluppo personale; la fiaba descrive in forma immaginaria e simbolica le tappe fondamentali del suo processo di sviluppo, teso al raggiungimento dell'autonomia. Quando il bambino chiede se una storia è vera, vuol sapere se essa contribuisce con qualcosa d'importante alla sua comprensione delle cose, e se ha qualcosa da dirgli circa quelle che sono le sue principali preoccupazioni.

Quale favola televisiva è in grado di fare questo dono al bambino? I nippo-cartoni sono fatali scivoloni in forme narrative patetiche, paurose e inneggianti al sentimentalismo; in poche parole, banali e retoriche. Violenza, guerra e odio non mancano nella fiaba, che quando le incontra non si sofferma, evita di descrivere, punta direttamente sull'azione che viene dopo.

I fatti che in sé possono essere orridi e cruenti (trasformazioni, mutilazioni, rapimenti, squartamenti, antropofagie...) nella fiaba non sono mai eccessivi, sono ridotti all'essenziale. Il momento violento è improvviso, non è preceduto da un crescendo di tensione, né conosce premeditazioni, né strascichi. Molto spesso il motivo generatore di paura è risolto, nella fiaba, con finissima ironia o col ricorso di immagini ridicole (orchi e giganti primeggiano in stupidità e la sconfitta del nemico è netta e clamorosa). I diavoli nella fiaba sono godibilissimi, mentre in TV tutto è esaltato dalle immagini che non si sprecano nei particolari pulp e nella musica che accompagna lunghi, immobili e inquietanti primi piani o vorticose "supersoniche" azioni.

L'eccessiva cruenza nei racconti è spregevole e molti genitori credono che al bambino dovrebbero essere presentate solo la realtà conscia o immagini piacevoli e capaci di andare incontro ai suoi desideri: egli dovrebbe insomma essere esposto solo al lato buono delle cose. Queste proposte unilaterali però non formano una mente in modo completo: la vita non è tutta rose e fiori e il bambino la sa bene perché vive dentro di sé ansie e sentimenti di vendetta che lo tormentano e lo rendono insicuro. Quei genitori vorrebbero far credere ai loro bambini che tutti gli uomini sono buoni per natura; ma i bambini sanno che loro stessi non sono buoni e spesso, anche quando lo sono, vorrebbero non esserlo. Ciò contraddice quanto viene loro detto dal genitore, e quindi rende il bambino un mostro ai suoi stessi occhi.

Per rispetto ai nostri bambini è meglio non nascondere loro la realtà così com'è: difficile, triste, imprevedibile, meravigliosa, in modo che sperimenti queste emozioni e cerchi una via per superarle nel modo migliore.

Molte storie, per esempio, cominciano con la morte di una madre o di un padre, in queste fiabe la morte dei genitori crea i problemi più angosciosi, così come essa (o la paura di essa) li crea nella vita reale. L'eroe però esce da solo nel mondo e nonostante la sua inesperienza trova luoghi sicuri seguendo la sua giusta via con profonda fiducia interiore, aiutato da amici, animali o esseri sovrannaturali che incontra lungo il suo cammino.

Comunque, se si ritiene la narrazione emotivamente pesante, colui che legge la fiaba può glissare, sorvolare aspetti a rischio, scegliere e filtrare (soprattutto il materiale proveniente da raccolte originali e non filtrate), cosa che non può avvenire per un bambino solo davanti alla TV: è esposto indifeso a qualunque immagine provenga dal "narratore tecnologico".

Il rapporto che si instaura con il video infatti è unidirezionale: il flusso informativo va dal video allo spettatore che ha scarsa o inerte partecipazione cognitiva ed operativa alla percezione e comprensione dei messaggi televisivi. La TV diventa la padrona del tempo libero e del tempo conviviale (ad esempio i pasti): essa costringe al silenzio le famiglie e si relaziona individualmente con i componenti della famiglia, isolandoli l'uno dall'altro. La silenziosità della famiglia colpisce soprattutto l'infanzia che ha assoluto bisogno di comunicazioni linguistiche ed affettive con i genitori.

Proprio qui, in questo nodo problematico, si inserisce la fiaba e si distingue per la sua grande valenza educativa.

 


copyright © Educare.it - Anno I, Numero 3, Febbraio 2001