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Narrarsi per educarsi: lo strumento narrativo come tecnica del sé

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Per il filosofo Paul Ricoeur il sé esplicita la sua forma nella dimensione narrativa, come tempo di attuazione della promessa [1]. Ogni storia è, quindi, la storia irripetibile di ognuno, che è molto più del semplice scorrere indifferenziato nel tempo della vita di fatti, eventi, volti, pensieri, sensazioni ed emozioni.
Fatti, eventi e volti e, quindi, pensieri, sensazioni ed emozioni non solo s'intrecciano, come nella trama di un romanzo, ma acquisiscono un particolare significato in relazione alle intenzioni di chi, in prima persona, vuole attribuire significato e senso [2] agli eventi del quotidiano. Di chi, in poche parole, vive la propria storia, percependosi nella piena temporalità dell'esistenza.

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Il fascino del sapere narrato

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L’atto del narrare è una caratteristica che l’uomo possiede e, vanta naturaliter, che permette di essere pienamente umani, di non rinunciare a quelli che sono i nostri segni distintivi e a quelli che sono il prodotto dell’educazione, del lavoro dell’uomo che ha fatto su di sé per migliorarsi.

L’uomo è per natura narratore, dal momento che porta in sé, nel suo intimo, il bisogno di raccontare, caratteristica innata e non acquisita attraverso l’esperienza o altre attività.
A sostegno di tale affermazione basta pensare, ad esempio, alle scene di caccia trovate dipinte o graffite nelle caverne, opera degli uomini cosiddetti primitivi, realizzate migliaia e migliaia di anni prima che sorgessero le varie civiltà: esse non vogliono essere soltanto comunicazioni circa qualche evento, ma per il linguaggio di segni di cui sono composte, racconti e narrazioni di come si svolsero quegli stessi eventi.

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La fiaba come strumento dell'educazione

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Bimba dalla fronte pura, dai tratti sereni
dagli occhi sognanti, di meraviglia pieni!
Benché tanti anni per me sian passati,
anche se da mezza vita noi due siam separati,
il tuo sorriso amorevole gradirà di cuore
una fiaba come mio dono d'amore

C.L. Dogson, Alice attraverso lo specchio

In una società delle immagini dove la realtà (la natura) è sostituita dall’immagine della realtà, dove l’uomo è sempre più solo ed isolato in quanto l’interazione privilegiata è tra uomo-macchina, avanza la consapevolezza che la preziosità della fiaba popolare va ben oltre la funzione letteraria, come filone narrativo di produzione per l’infanzia.

La famiglia e la scuolacercano attraverso la loro opera educativa di recuperare i linguaggi verbali, la parola come media primario, allo scopo di ricostruire solide comunicazioni dirette tra le generazioni; in questa prospettiva la fiaba rappresenta uno degli strumenti classici, naturali, primitivi.

La fiaba realizza una naturale relazionalità, non apparente come quando nei salotti tutti parlano ma ognuno per sé, ma una compartecipazione comunicativareale, che coinvolge gli apprendimenti, le motivazioni, le espressioni creative. La fiaba infatti viene letta o raccontata e non "mostrata" e nella relazione narrativa che si instaura tra l’adulto e il bambino-ascoltatore si attivano proficui momenti di convergenza di affetti e di intenzioni. L’adulto è spinto a dedicare ogni attenzione al bambino, a partecipare per intero al fatto narrativo perché non è ammessa la distrazione. Il bambino infatti è giustamente esigente e difende questi momenti di possesso del genitore, approfittando dell’occasione per godere dei propri legittimi diritti di convivialità famigliare, che così spesso gli sono negati.

Narratore ed ascoltatore così vivono la storia per intero, partecipando senza riserve: il bambino vi si abbandona fino allo smarrimento, l’adulto trascura o dimentica, per pochi momenti, problemi e pensieri. L’autentico significato e impatto di una fiaba possono essere apprezzati e il suo incontro può essere recepito solo se la storia è nella sua forma originale. Riassumere una fiaba non ci permette di coglierne l’essenza così come riassumere una poesia non ci permette di apprezzarla. Le fiabe parlano simultaneamente a tutti i livelli della personalità umana, comunicando in modo tale da raggiungere sia la mente semplice del bambino sia quella del "sofisticato" adulto.

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La favola in televisione

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Le favole che la TV propone oggi sono diverse nel genere e nella struttura, con presenze apprezzabili sul piano linguistico e valoriale; resta tuttavia dominante la narrazione marcata dai caratteri della tecnologie e della violenza (episodi guerreschi, terrestri, stellari).

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La fiaba e il mito, la fiaba e la favola

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Certe fiabe popolari si sono evolute dai miti, perciò miti e fiaba hanno molto in comune. Nei miti l’eroe è presentato all’ascoltatore come una figura che egli dovrebbe, il più possibile, emulare.

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La fiaba popolare: che cos'è?

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Nel linguaggio corrente fiaba, favola, storia, racconto sono usati come sinonimi; ma così non è, come vedremo diffusamente più avanti. La fiaba è uno stile letterario particolare, con caratteristiche proprie, ben distinto dalle altre forme letterarie.

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Una fiaba per vincere le paure

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Un sentiero, di quelli sterrati, striscia lungo il limitare del bosco. A guardarci dentro si possono vedere solo ombre nell'ombra. "Giochi di luce e il vento che muove le foglie", questo è quello che pensa la fanciulla che cammina su quella stradina e ogni tanto leva gli occhi verso il bosco.

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La cura nell'approccio narrativo

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L’ideale di comunicazione e informazione non è altro che una declinazione di rapporti tra società e istituzioni [1]. Un’azione che narrativamente, nella letteratura classica, si traduce in un gesto di amore, di apertura e di cura dell’altro. A quell’amore che può tutto, che rende uguali e “ingentilisce”. Simbolo di quell’utopica e remota età dell’oro, governata dalla giustizia, dove la felicità e il benessere non si legavano alla ricchezza o al potere, dove la violenza era bandita, e dove eterna vi sostava la primavera [2]. Ma è un’illusione.

Il nodo non risolto delle contraddizioni sociali è sempre presente. La frattura tra istituzioni e società sta proprio nel perenne rapporto di disuguaglianza, nel loro essere sede sempre e comunque del potere che si autolegittima attraverso gli strumenti “forti” della burocrazia, delle regole, del linguaggio criptico e nello sguardo all’altro continuamente negato. L’antitesi di quello che è definito l’approccio Patient-Centered. E’ da questa frattura sociale che deriva la violenza dell’istituzione, che si coagula nella difesa al fortino amministrativo, simbolo di una vera gerarchia di casta, attraverso cui esprimere la propria resistenza al cambiamento. Dall’altra parte, la società risponde con una progressiva intolleranza al disservizio e all’abuso, facendo sentire sempre più forte il proprio disagio.

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Il viaggio verso l'età adulta

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Accade sempre che ad un certo punto “qualcuno” se ne deve andare. Parte. Non è sempre chiaro il perché, per chi resta intendo; unica cosa certa è che questo “qualcuno” deve partire, via, lontano. Può essere un giovane uomo di 25 o 30 anni che decide di uscire di casa (finalmente!) per farsi la propria famiglia, può essere uno studente universitario che si trasferisce per inseguire un progetto di studio, può essere il diciottenne perché è arrivato il momento. Già. Ad un certo punto si parte.

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