L’ideale di comunicazione e informazione non è altro che una declinazione di rapporti tra società e istituzioni [1]. Un’azione che narrativamente, nella letteratura classica, si traduce in un gesto di amore, di apertura e di cura dell’altro. A quell’amore che può tutto, che rende uguali e “ingentilisce”. Simbolo di quell’utopica e remota età dell’oro, governata dalla giustizia, dove la felicità e il benessere non si legavano alla ricchezza o al potere, dove la violenza era bandita, e dove eterna vi sostava la primavera [2]. Ma è un’illusione.
Il nodo non risolto delle contraddizioni sociali è sempre presente. La frattura tra istituzioni e società sta proprio nel perenne rapporto di disuguaglianza, nel loro essere sede sempre e comunque del potere che si autolegittima attraverso gli strumenti “forti” della burocrazia, delle regole, del linguaggio criptico e nello sguardo all’altro continuamente negato. L’antitesi di quello che è definito l’approccio Patient-Centered. E’ da questa frattura sociale che deriva la violenza dell’istituzione, che si coagula nella difesa al fortino amministrativo, simbolo di una vera gerarchia di casta, attraverso cui esprimere la propria resistenza al cambiamento. Dall’altra parte, la società risponde con una progressiva intolleranza al disservizio e all’abuso, facendo sentire sempre più forte il proprio disagio.
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