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I conflitti in mediazione: effetti e soluzioni

Il conflitto è una presenza costante nella nostra vita e riguarda la sfera relazionale e intrapsichica: quando si combatte per sostenere una posizione o per soddisfare le proprie necessità che si vedono minacciate dall’altro, quando si è combattuti rispetto ad una decisione, allora c’è un conflitto.
Per capire come nasce il conflitto in una coppia si può fare riferimento al modello di personalità che Benjamin ha proposto nel 1996 e che può spiegare le forme di normalità e di patologia del comportamento interpersonale. Questo è inquadrabile entro due dimensioni: quella dell’affiliazione e quella dell’interdipendenza.

La prima dimensione si estende su un continuum che va dall’amore all’ostilità, la seconda si estende dal polo del controllo a quello dell’autonomia.
In una relazione affettiva la conflittualità si situa nel punto in cui convergono il sentimento amoroso con l’esigenza di esercitare un certo controllo sull’altro che, a sua volta, vorrebbe esercitare potere sulla relazione.
La teoria si traduce in comportamenti di ostilità o di amore quando si assume l’una o l’altra posizione,  di autonomia o di controllo; per esempio, se un partner si propone all’altro in modo sia affettivo che rispettoso dell’autonomia, la relazione interpersonale sarà caratterizzata dalla capacità di amare e di nutrire interesse per i bisogni e per le emozioni dell’altra persona, e se anche l’altro coniuge si posiziona in modo corrispondente, allora si avrà una relazione di affermazione della propria autonomia, pur mantenendo la motivazione a rimanere insieme: questa situazione relazionale può essere definita “amore maturo”. Questo tipo di coppie è altamente propositivo nel procedimento di separazione, mostrando un livello di conflittualità basso e un discreto livello di collaborazione per il raggiungimento degli accordi.
Se invece la corrispondenza è caratterizzata da alti livelli di controllo e di dipendenza (o sottomissione), ci sarà ostilità, e questo si può osservare durante le sedute di mediazione quando i coniugi danno in escandescenze rinfacciandosi episodi in cui si sono sentiti non riconosciuti dall’altro come individui dotati di proprie motivazioni o intenzioni.

Nelle situazioni come queste la coppia è incapace di considerare la separazione come un rimedio; quando ci sono dei figli, inoltre, è noto che la conflittualità genitoriale è un evento stressante che a volte può essere causa di un vero e proprio trauma dovuto alla indisponibilità affettiva e alla disregolazione dell’interazione che il conflitto determina all’interno della famiglia. In tali casi si possono avere manifestazioni anche nei figli comportamentali o emotive estreme,  fino all’insorgenza di sintomi patologici. Tra i primi contempliamo l’aggressività o la devianza, sintomi legati alla vittimizzazione, l’acting-out e problemi scolastici anche gravi come l’abbandono degli studi; rispetto agli stati emotivi compare soprattutto l’ansia, la perdita dell’autostima, la paura, la rabbia e la colpa nei casi di divorzio. Tra gli effetti psicopatologici si notano soprattutto la depressione, i disturbi della condotta e anche sintomi del disturbo post-traumatico da stress (Mazzoni S., De Stefano B.).

Inoltre, nei casi in cui il conflitto conduca alla scelta del divorzio, può accadere che i genitori si trovino nell’incapacità di preservare la loro genitorialità, come se non essere più coniugi significasse anche e per forza non essere più genitori, con conseguenze negative per i bambini. In tali casi i figli potrebbero compiere un’opera di scissione dei genitori (quello buono e quello cattivo), anche spinti da loro stessi quando li mettono nella situazione più o meno esplicita di dovere scegliere tra il “favoreggiamento” del papà o della mamma, con facili conseguenze di disagio psicologico (Dell’Antonio, 1984).