- Scritto da Margherita Marzario
- Categoria: Genitorialità
Educazione alla genitorialità: “istruzioni per l’uso” leggendo tra le righe di alcuni testi letterari
In un periodo in cui tutto è in crisi (si spera in senso etimologico di giudizio e di scelta), la famiglia non ne è rimasta immune; per questo si parla sempre più spesso di sostegno alla genitorialità e si organizzano convegni e corsi sulla materia.
La genitorialità, intesa distintamente come maternità e paternità, è stata in ogni tempo oggetto di riflessione nella letteratura, soprattutto in termini negativi sin dalla mitologia greca (un esempio per tutti è il personaggio Medea, da cui si è ricavata l’espressione “sindrome di Medea”, usata in criminologia e psicologia criminale). Sarebbe, invece, interessante svolgere una lettura sinottica di opere di matrice culturale diversa per cogliere indicazioni costruttive anche sotto il profilo giuridico.
La genitorialità: scelta consapevole e corresponsabile
Celebre il brano de “Il Profeta” (1923) dello scrittore d'origine libanese Gibran Kahlil Gibran: “I vostri figli non sono i vostri figli. Sono i figli e le figlie della brama che la Vita ha in sé. Essi non provengono da voi, ma per tramite vostro, e benché stiano con voi non vi appartengono.” Altrettanto esemplificativa l’immagine tratteggiata da don Antonio Mazzi prima: “I figli non sono piantine da tenere nei vasi in casa, ma alberi da piantare davanti casa.”
Essere genitori non deve significare avere dei figli come una proprietà (da cui parte anche la concezione sbagliata di diritto ad avere un figlio ad ogni costo in caso d'infertilità) tanto che si dovrebbe evitare di adoperare gli aggettivi possessivi (con un senso d'appartenenza; non a caso il nostro legislatore non usa aggettivi quando si riferisce al rapporto genitori-figli). Essere genitori significa dare la vita ai figli ed anche il codice della vita mediante l’educazione e l’istruzione, che sono e restano i compiti fondamentali della famiglia. E’ questo il nucleo della genitorialità (ormai vecchio neologismo) che indica proprio la relazione genitori - figli; è questo il vero significato di genitorialità che non s’identifica (o non solo) con geneticità o generatività ma con generosità (dal latino gens, complesso di più famiglie o popolo).
Il succitato brano di Gibran dovrebbe indurre, come già più volte auspicato, il nostro legislatore ad abbandonare il concetto e la categoria di potestà dei genitori, di memoria romanistica, per seguire l’esempio di altri ordinamenti europei e di quello comunitario in cui si parla di “responsabilità”.
La legge 19 maggio 1975 n.151 di riforma del diritto di famiglia ha convertito la patria potestà in potestà dei genitori, ma non ha abbandonato del tutto una prospettiva patriarcale. Per esempio si veda l’art. 316 comma 4 in cui ci si riferisce solo al padre; oppure negli artt. 348 e 350 compariva ancora la locuzione patria potestà, sostituita poi nel 1981 con potestà dei genitori. Si noti che nel codice civile ci si riferisce ai “diritti del minore” in senso ampio solo nel campo patrimoniale (art. 323). E comunque si parla ancora di patria potestà nel linguaggio comune e addirittura in alcune sentenze.
