- Categoria: Pratiche di inclusione
- Scritto da Lucia Squillante, Bina Madeo, Teresa Veltri
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Filosofare per stare bene insieme: ecco perché «Platone è meglio del Prozac»
E se la filosofia, da insieme di rigide e già acquisite conoscenze teoretiche, diventasse un’attività creativa in grado di educare ad un abitare più consapevole e responsabile del mondo, contribuendo a renderlo un posto migliore? Se, da puro “amore per il sapere”, si facesse prassi capace di dare un senso all’esistenza scacciando i problemi meglio di un potente antidepressivo? I ragazzi di una classe quinta di un Liceo Artistico, unendo la forza del dialogo alla passione per l’arte, ci hanno provato: a partire da “Tre domande per pensare”, cioè da una ricerca dalla triplice radice, hanno vissuto “Un’esperienza di filosofia pratica” mentre risolvevano insieme alcune situazioni scomode per essere felici, aprendo la porta anche alle sperimentazioni dei più piccoli.
Genesi e fondamenti teorici: dalla filosofia accademica alla pratica inclusiva
Il progetto “Tre domande per pensare: un’esperienza di filosofia pratica” è nato, nell’ambito di un percorso di tirocinio, dalla volontà di unire le esigenze del singolo studente con disabilità di una classe quinta di Liceo Artistico a quelle dell’intero gruppo, così da rispondere congiuntamente ad entrambe nell’ottica di un’intenzione educativa e didattica comprensiva ed inclusiva. Il primo, caratterizzato, contro il suo aspetto possente ed incisivo, da una personalità riservata e introversa accompagnata da una Sindrome da Alterazione Globale dello Sviluppo Psicologico, aveva bisogno di nutrire la sua disposizione sociale ed intenzione comunicativa, data la sua tendenza all’isolamento, e un pensiero più autonomo e critico, soprattutto per la sua forte dipendenza dalle decisioni altrui. Il secondo, un’eterogenea moltitudine composta da 27 studenti di cui cinque con disabilità e due con Disturbo Specifico dell’Apprendimento, non solo necessitava di superare la sua frammentazione aprendosi a nuove interazioni, ma, essendo alla fine del ciclo scolastico e prossimo all’incontro con la vita adulta, richiedeva anche di formarsi ancora e ancora per affacciarsi adeguatamente al mondo lavorativo e comunitario, acquisendo soprattutto competenze chiave di cittadinanza, tra cui comunicare, collaborare e partecipare, agire in modo autonomo e responsabile, prendere decisioni, interpretare informazioni e progettare, e soft skills, tra cui empatia, senso critico e creativo, problem solving, consapevolezza di sé.
Per raccogliere ed inseguire tali motivazioni, che ben potevano coniugarsi tra loro, è stata utilizzata innanzitutto la filosofia, sia per accontentare l’attrazione degli studenti in questo senso, sia per assecondare il loro temperamento vivace incline a dibattiti e discussioni. E tuttavia, da disciplina prettamente concettuale e astratta, la filosofia è stata resa un’attività pratica volta a rispondere a quesiti esistenziali, a domande di senso o a dare definizione di un concetto, così da mostrare la sua concreta utilità al di là dei contenuti teorici appresi nel corso degli anni. La fonte di ispirazione principale è stato il consulente filosofico americano Lou Marinoff, il quale, collocandosi all’interno del movimento delle cosiddette Pratiche Filosofiche, nato tra gli anni ‘70 e ‘80 in Europa per cercare di rilanciare un valore sociale e non più accademico della filosofia declinandola in una prassi capace di prendersi cura dell’uomo nella misura in cui assume i suoi più profondi interrogativi, ritiene che la filosofia consenta di risolvere positivamente importanti dilemmi e fondamentali problematiche. Richiamandosi alla funzione trasformativa che come vero e proprio stile di vita ricopriva in antichità, quindi al Socrate platonico che già tentava di far uscire il vero da ogni uomo mediante un serrato confronto di opinioni, Marinoff spiega che il dialogo, se parte dall’esperienza individuale per seguire poi un andamento sistematico, può addirittura evitare o arginare forme di disagio personale, come se a tratti e in determinate circostanze fosse «meglio del Prozac» (Marinoff 2001).
Il metodo PEACE in azione: struttura e sviluppo del dialogo filosofico
Nello specifico, ci si è liberamente basati sul metodo PEACE dello stesso Marinoff, acronimo delle sue cinque tappe fondamentali che hanno guidato la classe in un dialogo collettivo e rigoroso così da portarla, finalmente, a fare filosofia al posto di studiarla sui libri. Divisi in gruppi più esigui per raggiungere il numero ideale di partecipanti al dialogo, che varia tra le 5 e le 12 persone in modo da garantire sufficienti ipotesi di lavoro e, allo stesso tempo, da evitare esclusioni, gli studenti hanno scelto una domanda di ricerca, dunque il problema da risolvere (Problem), sulla base della loro sensibilità e delle loro emozioni (Emotion), e scandagliando ed esaminando di volta in volta ipotesi ed esempi (Analyzing), e poi tornando a ragionare sulle argomentazioni costruite per contro-provarle alla luce di una visione d’insieme (Contemplation), hanno trovato la definizione universale del valore cercato che fosse conciliante e soddisfacente per tutti (Equilibrium). Durante questo decorso, sono state di grande supporto le tecniche del Circle Time, che ha favorito l’ascolto di se stessi e degli altri e una funzionale comunicazione reciproca, del Brainstorming, attraverso cui è stato possibile offrire idee per arricchire la trattazione, e del Cooperative Learning, perché l’avanzamento del discorso collegiale è dipeso dal contributo di ciascun membro.
Dalle impegnate considerazioni degli studenti, sostenute da strumenti quali dispositivi tecnologici per cercare informazioni e le carte illustrate del gioco di fantasia e interpretazione Dixit per lasciarsi illuminare rispetto alle proprie tesi, sono emerse materie d’attualità e d’emergenza, oltre che dal grande impatto metafisico, sottolineando così la ricettività degli stessi giovani nei confronti di un pensiero profondo e giudizioso, che deve solo trovare il giusto contesto e la migliore modalità per estrinsecarsi. Il primo gruppo, sentendo che è un tema che lo riguarda strettamente e direttamente, si è chiesto cosa voglia dire crescere, e, assemblando pazientemente prove e dimostrazioni, ha concordato che significa “raggiungere un relativo stato di esperienza e conoscenza grazie ad un percorso di vita fatto di scelte, senza però fermarsi mai, perché non si può smettere di crescere”. Il secondo, che aveva manifestato un certo timore di fronte alla sua incertezza e indeterminatezza, si è domandato cosa sia il futuro, definendolo, a seguito di un arduo procedimento deduttivo, come l’insieme delle “conseguenze della crescita, dello sviluppo, del cambiamento sociale e industriale, che prevedono sia situazioni negative ma anche innovazioni che le risolvano, sia scelte sbagliate e giuste imparando dal passato”. Il terzo, stravolto dal recente periodo storico segnato da guerre e conflitti mondiali, ha riflettuto sulla possibilità di comprendere il bene senza il male, stabilendo, grazie all’aiuto di alcuni filosofi del passato, che “come esseri umani non possiamo capire il bene senza far riferimento al male, perché i due aspetti sono sempre uniti e paragonati e non è possibile separarli: in ogni storia, in base al punto di vista che si adotta, c’è sempre l’aspetto positivo e quello negativo”. Tali strutture dialettiche ben edificate, per guadagnare ulteriore vitalità sono state successivamente trasformate in forma sulla base del filone visivo-rappresentativo predisposto accanto a quello dialettico e curato dallo studente con disabilità e da un’altra compagna con disabilità, i quali, vedendo nel disegno la loro passione e talento più grande, hanno raffigurato graficamente con dedizione il percorso affrontato.
Risultati e trasferibilità: dal Liceo alla Scuola Primaria
Gli esiti dell’attività, superando ogni aspettativa, sono state evidentemente straordinarie: gli studenti, potendo sperimentare un’esperienza di vita sociale, comunitaria e intellettuale tra le mura scolastiche, sono riusciti ad essere cittadini autentici, cioè ad avere una mente elastica, che deve scortare in un mondo fatto di sfide complesse, e un animo conciliante e non giudicante che sia accogliente anche verso i più fragili. In effetti, lo studente con disabilità, potendo applicare le sue competenze e potenzialità, si è sentito padrone del compito e protagonista al pari degli altri e, assistendo la compagna durante la creazione delle immagini digitali attraverso dei programmi specifici secondo la logica del Peer Tutoring, ha potuto alimentare il suo senso di autoefficacia e conseguentemente di autostima, che prima appariva debole. In generale, gli studenti hanno allenato le loro facoltà cognitive e socio-affettive diventando “pensanti” nel più naturale incontro con gli altri: potendo essere liberi nell’esporsi secondo il proprio stile, insieme si sono magistralmente serviti della filosofia come una «guida pratica alle più comuni lotte della vita» e un «modo per aiutare se stessi» (ibidem).
A partire da tali fortunati risultati, confermati anche al momento finale di Debriefing che ha fatto risaltare l’innovazione e il coinvolgimento concesso dall’esercizio, ci si è chiesti se lo stesso possa funzionare in altri contesti, contraddistinti magari da simili bisogni pur avendo una divergente conformazione. Ecco che, in accordo con i docenti di riferimento, è stato pensato di trasportare e riprodurre lo stesso progetto, con i dovuti aggiustamenti, nella scuola primaria dove, allo stesso tempo del tirocinio, mi trovavo in servizio come insegnante di sostegno, così da verificare, tramite il confronto tra più generazioni e i miei due ruoli, se la filosofia possa già in tenera età avviare ad una mentalità riflessiva, migliorare l’interazione tra pari e soprattutto sostenere un’educazione inclusiva e di spessore con gli alunni con disabilità. Con i nuovi destinatari del progetto, 15 alunni di una classe terza di cui due con disabilità e due con Disturbo Specifico dell’Apprendimento, è stata adottata l’impronta della Philosophy for Children di Matthew Lipman, che già intendeva produrre una comunità di ricerca tra i più piccoli per trasmettere loro abilità sociali e di pensiero complesso in vista di una vita responsabile, civile e democratica (Lipman 2005): ai bambini, questa volta, è stato dato uno stimolo, costituito dalla lettura dinamica e partecipata dell’albo illustrato Cosa c’è nella tua valigia?, che narra di accettazione e valorizzazione della differenza. Subito dopo, sono state sollevate e rivolte loro una serie di domande di stampo socratico, del tipo “cosa hai compreso dalla storia?”, “cosa ti ha colpito di più?”, “cosa ne pensi?”, “cosa faresti se…?”, “potresti fare un esempio concreto?”, così da sollecitare la loro riflessione, e a turno ogni bambino poteva esporre e appuntare la sua opinione, nel modo che riteneva più opportuno, sull’agenda di gruppo, costituita da un cartellone posto al centro dello spazio circolare del dialogo. Anche in questo caso, gli effetti sono stati davvero sorprendenti, non solo perché il gruppo, tendenzialmente esuberante e propenso a tensioni, ha dimenticato le sue scaramucce per collaborare armoniosamente completandosi a vicenda teorie e prestandosi materiali, ma anche perché le alunne con disabilità, che talvolta tendono ad isolarsi perché non si sentono all’altezza dei compiti a causa delle loro difficoltà, sono state pienamente inglobate nei lavori, potendo contare su modalità espressive e di apprendimento ridondanti e alternative. Nonostante la diversa età anagrafica e cognitiva, numerosità della sezione e tipologia di Bisogni Educativi Speciali, la filosofia è stata in grado ancora una volta di creare un clima sereno e affascinante capace di condurre gli alunni a parlare di amicizia, perdono, gentilezza e uguaglianza, incentivando il loro diritti ad una formazione globale e completa mediante un sano ancoraggio con la realtà.
Tecnologie didattiche e filosofia pratica: un'alleanza per l'accessibilità
In tale articolazione nel nuovo grado scolastico, così come nel suo corpo principale alla scuola secondaria di secondo grado, il progetto non ha potuto fare a meno della tecnologia, che lo ha notevolmente arricchito e reso più accessibile e interattivo. Al liceo, esso è stato correlato da una serie di applicazioni multimediali di varia natura che, attraverso modalità differenti, ha accompagnato gli studenti nell’accesso ai contenuti, rendendoli fruibili ed avvincenti: gli stessi applicativi hanno preso parte e sono serviti a definire le fasi principali del programma, quella iniziale, quella processuale e quella finale, rendendole definite e ben organizzate. L’attività è stata introdotta con una presentazione realizzata con Canva che ha spiegato nei dettagli il contenuto, le motivazioni, le modalità e le finalità, e con un test a tempo di attivazione delle pre-conoscenze ideato con l’applicazione PanQuiz! per ripassare in modo divertente. Per lo svolgimento è stata necessaria la predisposizione di una bacheca virtuale Padlet dove gli studenti potessero rintracciare in qualsiasi momento materiali utili, come le dispense del testo di Marinoff, e depositare quelli realizzati, come appunti e bozzetti; è stato poi usato Adobe Illustrator, un software di grafica vettoriale adottato dall’Istituto e già in uso dagli studenti nel loro quotidiano, per convertire le tematiche in illustrazioni. Il progetto si è concluso, infine, con la proposizione di una domanda stimolo tramite Mentimeter, che ha avviato un’occasione di metacognizione e autovalutazione sul cammino collettivo e personale battuto, anche se il compimento vero e proprio è stato sancito dal completamento di un libro filosofico digitale realizzato con Book Creator, che conserva tutto l’itinerario tracciato dagli studenti. Quest’ultimo è stato scelto e pianificato, gestito, costruito interamente da loro, che hanno raccontato ciò che hanno vissuto non solo riportando l’evoluzione dialogica seguita dai gruppi, ma anche i disegni a mano e in digitale realizzati dagli studenti con disabilità, traendo dal loro ruolo questa volta di tutor e non più di tutee un vantaggio aggiuntivo. L’ebook, allora, è forse la sezione più significativa dell’intero prodotto perché ne porta con sé l’intera connotazione, ovvero la sua struttura libera, che non solo ha permesso ma ha, di più, richiesto l’intervento e l’apporto di ciascuno studente, anche di quelli con disabilità, e la sua natura artistica, che ha fatto leva sulle conoscenze, capacità ed interessi di tutta la classe. Le TIC sono state indispensabili anche per aprire la strada agli sviluppi elaborati nella scuola primaria, perché si sono prestate a rivelare la filosofia ai bambini in modo semplice e simpatico ovviando ai processi di letto-scrittura non ancora acquisiti da alcuni: sono stati utilizzati Scratch per produrre un coinvolgente video dialogico tra due personaggi del bosco che dessero delle indicazioni preliminari, e LearningApps per dedicarsi ad un gioco di memoria sul riconoscimento delle emozioni che facesse cogliere ai bambini le sensazioni provate e la portata dell’attività svolta.
Link alla SCHEDA DEL PRODOTTO MULTIMEDIALE
Lucia Squillante, dott.ssa in Scienze Filosofiche e docente specializzata per il Sostegno Didattico agli alunni con disabilità nella Scuola Secondaria di Secondo Grado presso l’Università degli Studi di Verona. Insegna alla scuola primaria da tre anni, dove ha introdotto metodologie filosofiche, e ha avuto diverse esperienze didattiche in ambito accademico come tutor d’aula e degli insegnamenti. È anche un’appassionata di danza classica, che ha insegnato in varie scuole del veronese.
Bina Madeo, docente di Lettere presso la scuola secondaria di primo grado. Collabora con l'Università di Verona in qualità di tutor di tirocinio indiretto e docente a contratto nei laboratori di Didattica delle Educazioni e dell'rea Antropologica, nonché in Interventi psico-educativi e didattici per disturbi comportamentali e relazionali. Attualmente ricopre il ruolo di tutor coordinatore per i percorsi di Formazione Iniziale da 30 e 60 CFU presso l'Università Ca' Foscari di Venezia. Esperta in pedagogia ed educazione interculturale con particolare attenzione agli studenti e alle famiglie con background migratorio e specializzata in didattica dell'insegnamento dell'Italiano come Lingua Seconda.
Teresa Veltri, docente presso la scuola primaria. Ha collaborato con l'Università di Trieste e Bologna. E' stata Tutor di tirocinio presso Scienze della Formazione Primaria. Attualmente collabora con l'Università di Verona in qualità di tutor di tirocinio indiretto, docente per le TIC e tutor d'area. Formatrice esperta: PNRR, team per l'innovazione. Esperta in metodologie e didattiche innovative con le nuove tecnologie per studenti con BES.
copyright © Educare.it - Anno XXV - N. 7, luglio 2025
