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La distrazione in classe secondo gli studi sul Mind Wandering

mind wanderingL’articolo riporta le prime riflessioni emerse da un progetto di ricerca sul mind wandering in classe. Gli autori hanno realizzato un’analisi della letteratura scientifica, una serie di studi empirici e alcuni incontri-dibattito di restituzione con insegnanti ed alunni. Questo percorso ha prodotto alcune discussioni e riflessioni utili rispetto ai processi immaginativi e generativi ed al loro ruolo nell’apprendimento. I primi risultati del lavoro di ricerca sembrano richiedere un superamento della psicologia di senso comune sull’attenzione in classe e il mind wandering.

Introduzione

La psicologia di senso comune sostiene che le risorse cognitive degli studenti sono limitate e che l’attenzione in classe va pertanto focalizzata su un punto alla volta, preferibilmente la spiegazione dell’insegnante. Questo principio costituisce la base della maggior parte delle azioni intraprese per la gestione del gruppo classe e si sovrappone ai problemi legati al sovraffollamento delle classi, alle difficoltà di applicare in concreto una didattica personalizzata, in particolare in alcuni gradi scolastici.

Come sempre le questioni relative alle migliori condizioni per favorire l’apprendimento si incrociano con quelle legate al “controllo” del gruppo classe. In questa visione, accade che ancor oggi attenzione e disattenzione risultino elementi che possono caratterizzare la valutazione di un singolo alunno, in un contesto in cui classi numerose rendono difficile una gestione personalizzata.

Eppure le cose non sono chiare come possono sembrare alla luce di una psicologia di senso comune. Cosa passa per la mente degli studenti, quando sembrano “disattenti” oppure quando con lo sguardo rivolto verso l’insegnante sembrano con la mente altrove? La reazione spontanea di un docente è quella di richiamare lo studente “all’attenzione”, di impedire che questo accada perché insomma “siamo o non siamo a scuola?” Le metafore radicate dicono che gli studenti devono cercare di stare attenti e i professori devono evitare qualsiasi fuga dal “qui ed ora”.

Nel corso del nostro percorso formativo, tutti abbiamo fatto l’esperienza di non essere riusciti a prestare attenzione al docente o di vagare con la mente in classe. Infatti, una delle soluzione pratiche più comuni per gli universitari è quella di registrare lunghe ore di lezione, perché “magari mi chiede proprio quello che non ho scritto, non ho appuntato”.

La prospettiva degli studenti e degli insegnanti

Anche dal punto di vista degli studenti, parlare di un momento di disattenzione è imbarazzante e non si può ammettere facilmente di essersi distratti, in presenza di adulti.

In alcune discussioni con alunni ed insegnanti di tutti gli ordini, abbiamo raccolto testimonianze significative, come quella di Elena, ultimo anno del liceo scientifico in un istituto veneto, che dice di essere spesso intenta in classe a immaginarsi il futuro, a vagare con la mente per scegliere e pianificare il da farsi. Nel corso di un altro dibattito, Lucia, un’insegnate d’italiano di scuola secondaria alla quale abbiamo raccontato il caso precedente, ripensando alle parole di Elena, sottolinea come secondo lei vada compreso il disagio dell’alunna in ansia di fronte alla disattenzione. La stessa insegnante, subito dopo, manifesta un senso di disorientamento nei confronti dei suoi allievi che sembrano incapaci di elaborare idee profonde ed originali, limitandosi a prendere note a margine e ripeterle quando lei chiede un’interpretazione personale. Utilizzando di nuovo concetti di psicologia di senso comune, lei parla di generazioni di studenti apatici, passivi, fragili e impermeabili. Il suo stupore è ancora più grande se si considera che chiede solo “di rispondere a delle semplici domande di un testo, con un minimo di interpretazione!”. Nel corso dello stesso dibattito, un’insegnante di matematica aggiunge subito dopo: “... o di rispondere ad una consegna”.

In sintesi, l’equazione attenzione=apprendimento=performance e distrazione=disturbo=non-apprendimento è profondamente radicata nella psicologia e pedagogia di senso comune dei contesti scolastici, innestandosi su una situazione organizzativa quotidiana che rende difficili, come sappiamo, la flessibilità e la personalizzazione della didattica.

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L'articolo completo in italiano è disponibile in allegato per gli abbonati.

Autori: Nadia Dario, PhD, insegnante, Università C' Foscari di Venezia; Luca Tateo, professore associato, Università di Aalborg (Danimarca); membri International Centre “Ideas for the Basic Education of the Future” (ECNU, Cina).

copyright © Educare.it - Anno XIV, N. 1, gennaio 2019

 

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