Educare.it - Rivista open access sui temi dell'educazione - Anno XXIV, n. 2 - Febbraio 2024

  • Categoria: Ricerche a scuola

Non a caso ... un caso: riflessioni su una tecnica d'aula

Lo sforzo di molti produce risultati migliori dell'impegno di uno solo
Omero

Chi si trova ad avere la possibilità di lavorare con una classe [1] è buona costumanza non finisca con confondere "una" tecnica con "la" tecnica metodologica. Ogni strategia partecipativa che viene utilizzata porta con sé inevitabilmente pregi e limiti che il facilitatore [2], al di là della sua specifica formazione, sappia sempre riconoscere. Al caso possiamo dare la paradossale definizione di "tecnica che cerca una soluzione ma che non possiede la soluzione".

I laschi confini della definizione rendono ancor più evidente come il caso sfugga ad una rigida collocazione di contesto, ma anzi si offra con estrema duttilità al trattamento di problemi "a misura e su misura" del pubblico di riferimento. L'utilizzo che da tempo viene fatto di questa tecnica [3] in campo aziendale è ormai cosa nota: la proposta che qui intendiamo fare, invece, va verso un'estensione a contesti sociali, organizzativi ed educativi diversi seguendo un'analisi di tipo sociologico aprendo prospettive interdisciplinari che potrebbero conferire ancor più efficacia a processi progettuali predefiniti.

Il caso si svolge dentro una "cornice" che contiene e la storia descritta (esterna ai partecipanti) e la storia personale dei partecipanti. La storia descritta nel caso è una storia ora vera, mai falsa, ma sempre verosimile; ritorna qui adatto, anche se adattato, quanto afferma Natoli "...non bisogna ridurre il possibile al cosiddetto reale, ma bisogna guardare il reale in vista del possibile e in funzione della sua interna mobilità" [4]. Si consenta riguardo alla struttura di racconto un brevissimo excursus sui processi cognitivi applicati a situazioni problematiche: i risultati riportati da Gherardi e Masiero [5]- nel contesto tematico dei processi decisionali - sottolineano che "l'individuo, mentre riceve informazioni, elabora alternative, immagina conseguenze...quando si racconta, si narra, si è costretti entro una successione lineare cadenzata dalla parola. Nel pensiero passato e immagini del futuro sono compresenti, nella parola uno viene prima l'altro dopo."

Non ultimo: la storia presentata nel caso produce una conoscenza che si ripercuote a cascata in livelli di auto-organizzazione e di organizzazione di rete più ampia [6] dal momento che le risorse umane sono le uniche in grado di garantire, in condizioni operative adeguate, capacità di valorizzare le esperienze apprendendo dai problemi che esse stesse generano e quindi di produrre nnovazione. [7] Il caso può essere scelto in modo accorto tra quelli esistenti [8] o costruito ad hoc dal docente o, ancora, redatto dagli stessi partecipanti [9].

Se spostiamo il fuoco di indagine, però, ancor più interessante risulta la storia vissuta e che si va vivendo dai partecipanti. "Tutti crediamo di vivere nello stesso mondo in realtà viviamo in narrazioni diverse sul mondo. Ma siccome ognuno di noi non riconosce questa soggettivazione e pensa al proprio mondo come se fosse quello reale, il conflitto con le interpretazioni degli altri (cioè soggettivazioni) prima o poi fa capolino" [10].

Il caso, anche per queste narrazioni soggettivate, nella accezione che qui si intende proporre, supera gli angusti limiti di mera tecnica per trasformarsi in una narrazione oggettivata attraverso un gioco rappresentato da altri (la storia/caso) ma facilmente permeabile alla rappresentazione di se stessi.

Risuona forte il richiamo alla teoria esposta da Goffamn in La vita quotidiana come rappresentazione  [11] secondo il quale la vita quotidiana, appunto, è un gioco di mascheramento che conserva però il soggetto come istituzione sociale.

Il soggetto che si trova nella classe è temporaneamente esterno a processi macro-sociali e inserito in un processo micro-sociale: in questo senso il caso può diventare il filtro tra microsociologia e macrosociologia dal momento che condividiamo con A. Maturo che "l'interazione micro può essere considerata come un vero e proprio sistema sociale nel quale vigono rituali che debbono essere rispettati" [12] . Non si tratta, però, soltanto di "micro interazione" ma di "micro come interazione che non diventa sociologia - come scienza impastata di biografia umana - come storia senza storia - come albero senza il quale non c'è il bosco - come epistemologia che permette di capire che non tutta la verità vera si trova lì dentro: essa può essere anche altrove o derivata da altro e cioè dalla dimensione macro dell'esistenza" [13]. Non riusciremo certo a definire completamente hic et nunc la micro-interazione se già Luhmann ebbe a dire "un sistema può comunicare non solo su se stesso ma altrettanto e forse meglio su ciò che è altro da sé" [14]. Anzi crediamo che limitarsi a descrivere l'interazione sarebbe costringere auto ed etero negli stretti lacci della comunicazione mentre, come sostiene Cipolla, oltre alla comunicazione esistono l'azione, il fare, il percepire in una "sociologizzata" teoria del linguaggio che intende "la comunicazione quale co-istituzione di soggetto e oggetto di significante che non può costruirsi da solo e di significato che deve fare i conti col proprio contenuto - la vita non è mai solo riducibile solo a comunicazione - nulla è solo comunicazione" [15].