Educare.it - Rivista open access sui temi dell'educazione - Anno XXIV, n. 2 - Febbraio 2024

  • Categoria: Ricerche a scuola

Ma come fanno i marinai? Una ricerca sulle assenze ingiustificate nella scuola superiore

Un giovane Nanni Moretti si chiedeva, in Ecce Bombo, se si nota di più l’assenza o una presenza discreta. Lasciare il posto vuoto oppure sistemarsi a ridosso di un muro, accomunando le due opzioni nella stessa, ostinata, voglia di farsi notare distinguendosi, ricavando la propria identità pubblica, come fanno gli scultori, per sottrazione? È un moto di diniego verso il presenzialismo di massa che non può, agli occhi del pedagogista critico, che segnalare la persistenza di spazi di soggettività non ancora colonizzati. Nelle scuole superiori il fenomeno della presenza-assenza è di particolare interesse, perché vi convogliano diversi nodi cruciali. Innanzitutto si è di fronte a un tipico cono d’ombra: la pedagogia ufficiale, come una coperta corta, lascia scoperti lembi di processi formativi da cui è possibile intravedere un’altra realtà.

O meglio, si è davanti a un varco che consente di cogliere ciò che la struttura formale e irreggimentata tende ad occultare: crepe e fessure rivelano, come nell’analisi del geologo, la stabilità del tutto, esattamente come quei solchi nei volti dei contadini, che raccontano di anni trascorsi tra polvere e sole molto meglio di quanto possano fare le pelli plastificate che piacciono alle riviste di moda.

Il pedagogista critico deve avere la curiosità, e il coraggio, di ficcare il naso in queste crepe; deve attingere alla spudoratezza che consente di non adeguarsi alle verità consolidate per cercarne altre componenti nei rigagnoli e in tutto ciò che è scarto rispetto alla norma. Il tema, allora, rientra a pieno in quella pedagogia degli stracci che si ispira a Walter Benjamin: i cenci della quotidianità scolastica diventano oggetto di indagine perché tutto ciò che abitualmente è sottratto alla vista consente, paradossalmente, di vedere meglio. Quindi il gioco tra presenza ed assenza, messo in scena dagli studenti attraverso la scelta di consegnarsi o meno al dispositivo scolastico, è una ripetizione di ciò che, ad altro livello, separa ciò che deve essere considerato da ciò che, invece, confluisce nello scarto. E infatti le assenze sono solitamente considerate come mancanza, sottrazione, e non se ne vede la loro capacità di rivelare una presenza altra, un diverso processo in atto. Ci si accontenta di controllare all’inizio delle lezioni che i presenti rispondano all’appello e che gli assenti dei giorni anteriori portino una giustifica che neutralizzi, normalizzandola, quella mancanza, e pochissimo ci si sofferma, a meno di fatti eclatanti, su significato e funzione di quella fuga dalla routine scolastica che è, invece, ben chiara nella considerazione dei giovani, dentro e fuori dall’aula.

Questo primo nodo cruciale inscrive il problema delle assenza ingiustificate in quel campo della vita scolastica che Riccardo Massa ha acutamente allocato sottobanco [1]: non solo siamo al di sotto dell’intenzionalità istituzionale, davanti a uno scarto che, per quanto considerato fisiologico, non rientra nella normale costruzione dei processi formativi, ma siamo anche nel ventre basso della quotidianità scolastica e adolescenziale, dove convergono spinte diverse e si incrociano mondi impossibili da separare. Siamo davanti a una tipica soglia benjaminiana: area di demarcazione tra dentro e fuori, confine tra visibile e nascosto, tra lecito e arbitrario, crocicchio tra obbedienza e insubordinazione. I ragazzi sanno benissimo, anche quando ripetono un conformismo ormai consolidato, di varcare quella soglia che tiene separati due archetipi dell’immaginario scolastico: da una parte il bravo studente, ligio al dovere, partecipativo e comunque ossequioso delle regole adulte, e dall’altra il discolo Lucignolo, che furbescamente si sottrae, inganna, devia e sovente attira nella stessa disobbedienza ingenui compagni. L’indagine sulle soglie ha caratteristiche peculiari: riesce a intessere contemporaneamente un discorso su due ambiti, attraverso una visione sbilenca che, come quella di poeti e utopisti, guarda in una direzione per evocarne un’altra. È un processo polifonico, che riguarda parallelamente il dentro e il fuori, l’appartenenza e la deriva, e in questo descrive bene l’identità fluttuante del soggetto moderno.

Il sociologo Simmel [2], nel precisare gli a-priori che regolano il rapporto tra singolo e collettività, coglie che il primo è, a maggior ragione nelle società complesse, allo stesso tempo dentro e fuori, determinato e diretto da poderosi meccanismi sociali ma anche irriducibile a questi. L’individuo possiede, per Simmel, un nucleo intimo che sfugge alla coercizione sociale, una soglia instabile che incapsula dentro i comportamenti di massa il guizzo individuale (e viceversa). L’assenza, insomma, è parente stretta della presenza: non il suo contrario ma il versante ombroso che, composto dialetticamente col versante in chiaro possiede la capacità di rivelare scorci altrimenti destinati a perdersi. Il portone di ingresso dell’edificio scolastico congiunge due soggetti riuniti nel medesimo corpo ma distinti in quanto a ruolo e funzioni: percorrendo la soglia verso l’interno si incarna l’alunno, inquadrato nella sua classe e nella scansione prevista di compiti e discipline; ma il tragitto inverso consegna un adolescente, anch’egli dentro un ulteriore sistema più ampio, quello sociale, ma anche potenzialmente in grado di rivelare pezzi di soggettività inespressa. Ovviamente, il nucleo intimo dell’individuo, di cui ci avvisa Simmel, non può essere individuato forzatamente dentro o fuori l’edificio scolastico: ma percorrere l’andirivieni tra presenza e assenza può essere una traccia utile al pedagogista critico che voglia comprendere in quali anfratti sia da ricercare la parte mancante del soggetto in formazione.

È arrivato il momento di precisare il nostro interrogativo, tenendo conto che finora si sono sottolineate due aree di interesse della questione, la soglia e l’irriducibilità del soggetto. Bisogna interrogarsi su significato, ruolo e funzione dell’assenza ingiustificata, distinguendo due ambiti di riferimento: la scuola e il singolo. È evidente la difformità tra il modo in cui si considera la vacanza arbitraria dentro l’istituzione scolastica rispetto a come può essere vissuta dal protagonista: la voce dell’adulto, genitore, docente o dirigente scolastico, è senz’altro più documentata e carica di conseguenze. È la voce dell’ufficialità pedagogica, mentre quella dello studente è assimilata alla pecca del reo e inascoltata se non per essere ricondotta dentro i canoni di buon comportamento.