Educare.it - Rivista open access sui temi dell'educazione - Anno XXIV, n. 2 - Febbraio 2024

  • Categoria: Ricerche a scuola

Il turpiloquio come segno di colonizzazione del soggetto. Analisi pedagogica e sociologica dei significati dell'osceno a scuola

Se la Ragione (pedagogica) da sola non è sufficiente a dare conto della complessità umana, bisognerà chiamare in causa anche le ragioni del desiderio. I lumi dovranno rivolgersi alle ombre, e dirimere il problema, davvero fondante nella storia del pensiero, delle interrelazioni tra razionale ed irrazionale.
Il desiderio, come è noto, non è ospite gradito nelle officine dove si lavora l’uomo: scuole, conventi e caserme, così come oratori, famiglie e penitenziari, vedono aleggiare pericolosamente questo intruso che sembrerebbe riportare l’umano alla boscaglia primordiale. Si nomina, il desiderio, per prenderne le distanze, per renderlo neutro, per tracciare una netta separazione tra ciò che deve, al massimo, rientrare nel corredo dell’uomo privato e ciò che invece ha titolarità per concorrere alla formazione.

In una versione più raffinata, l’aspetto desiderante è tradotto in veste psicologistica e diventa motivazione, spinta accessoria, senza perdere quell’alone di impalpabilità che ne suggerisce comunque un uso moderato e accorto.
Laddove il desiderio indossi la veste più paradigmatica, ossia quella dell’appetito sessuale, se ne può fare un uso temperato ricorrendo all’etica o alla asetticità della scienza, con sapienti e virtuosi che convergono sulla necessità di preservare fanciulli e fanciulle da esposizioni autonome e fuori misura alla pruderie del desiderio. Nelle fenditure, quando il sistema educativo rallenta il ritmo e mostra una crepa o un sospiro, l’ospite indesiderato riemerge puntuale: basta mettere piede in una scuola media durante il cambio d’ora o la pausa ricreativa per cogliere tutto un fiorire di battute pecorecce, doppi sensi e chiamate a gran voce dell’oggetto del desiderio. Oggetto, appunto, perché l’occultamento sembra favorire esattamente ciò che vuole nascondere, e fissare il desiderio ben lontano da quell’anelito verso le stelle a cui riconduce l’etimo del termine, ma più prosaicamente in parti anatomiche e pezzi di corpi. Sintomatico di un sistema che, come la fabbrica, determina unità lavorate, e non concepisce altro se non prodotti enumerabili, identificabili e dotati del relativo prezzario prima di essere collocati nelle fauci del mercato.

Insomma, quando si sospende il dominio della ragione, appena si allenta un attimo la tensione del dispositivo pedagogico, ecco che entra in scena un impensato a cui tutti pensano, e il desiderio inizia ad arrossire guance e guidare piccoli gesti, pensieri minuti e, talvolta, parole grosse. È lecito ipotizzare che questo irrompere della dimensione desiderante e irrazionale nel continuum del congegno pedagogico svolga una funzione di resistenza o, più modestamente, di calmiere. Nel primo caso si tratterebbe di una componente interessante per il disegno di un’altra pedagogia, che sappia sottrarsi al dominio e al dominare; nel secondo caso resterebbe comunque un indicatore prezioso di conflitti, dinamiche e routine della situazione formativa.