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L’insegnante traduttore e il gesto pedagogico

fare scuolaLe richieste che pervengono oggi alla scuola da una società che, ancorché liquida, si appresta ormai a diventare plasmatica, impongono l’urgenza di una riflessione pedagogica sulla nuova professionalità docente. Occorre fare il punto sulle pratiche didattiche degli insegnanti e sul portato del ruolo educativo del contesto scolastico. L’articolo propone una ridefinizione e una rivalorizzazione del ruolo sociale dei docenti, assumendo come prospettiva centrale del loro “mansionario” l’aspetto sistemico-relazionale e l’ottica dello sviluppo globale della persona. In questo senso, si profila una nuova concezione della figura dell’insegnante, inteso come traduttore di contenuti di valore da un ambito comunicativo ad un altro, di spazi d’azione e di riflessione dell’educazione scolastica.

 

La nuova professionalità docente

Una mattina, mentre la maestra, seduta al suo banco, riguardava alcuni compiti tenendo sedute sulle ginocchia, una di qua e una di là, due bambine che l’ascoltavano e la guardavano innamorate, la porta della scuola si spalancò con fracasso ed entrò una donna scapigliata strillando “A me il disonore di rimandarmi il figliolo a casa! A me rimandarmi quella creatura perché aveva le mani sudice! Lavati per te, pettegola; a lavare i nostri figlioli ci pensiamo da noi!”. Fu uno scoppio di strilli e pianti disperati delle bambine che si serrarono intorno alla loro maestra come per difenderla, mentre l’infelice giovinetta, stringendosi al petto le due bambine che aveva sulle ginocchia e piegata la testa, reagiva soltanto coi singhiozzi all’assalto bestiale. (R. Fucini, Le veglie di Neri, BUR, 1988, p. 228)

È passato oltre un secolo da quando Renato Fucini descriveva la maestra di scuola elementare come vittima dell’ingerenza genitoriale nei metodi educativi di cui la scuola doveva farsi carico e, tuttavia, il brano ci dà ancora modo di mettere sul tavolo la questione del ruolo educativo dell’insegnante. Stiamo vivendo in questo periodo un passaggio epocale nella definizione della professionalità docente. Si sta profilando con sempre maggiore definizione un differente esemplare di questa nostra specie. Dai maestri correttivi, strenui difensori dell’immobilismo fisico protratto, dell’autoritarismo anaffettivo e del pensare la relazione adulto-bambino come confinata alla trasmissione di conoscenze, stiamo gradualmente cedendo il passo a sempre nuovi e nascenti movimenti progressisti e avanguardisti di comunità educanti, aperte e all’aperto, con percorsi sulle emozioni, sul corpo, fautori della progettualità più che della programmazione, della materialità, eserciti di professionisti che al pensiero computazionale preferiscono la narrazione, l’inatteso, la sorpresa e l’assurdo, l’umorismo come sentimento del contrario, l’ironia, il punto di vista, il dialogo, la domanda e non la risposta.

L’insegnante riflessivo e rogersiano non finge false neutralità tra disciplina e concessione, ma s’interroga e fa critica di sé, soprattutto quando si travalica nell’eccesso di “relazionismo”, political correctness, “educazionismo”, dialogismo o relativismo. Sostiene Marescotti, a questo proposito, che «l’educazione è schierata e chi si occupa di educazione è inevitabilmente chiamato a schierarsi, ovvero ad esplicitare cosa fa e, soprattutto, perché».

Occorre, dunque, fare il punto sulla pretesa separazione tra didattica ed educazione. Fin dove e per quanto la comunicazione del docente si ferma alle menti e ai cuori dei suoi alunni e quanto invece delle tante parole spese in classe travalica i confini dell’aula, arriva nelle case di quei bambini che ogni giorno ci osservano curiosi, riproposte nelle conversazioni delle loro cene, nelle domeniche pomeriggio sulle panchine dei giardinetti, nei gruppetti complici di genitori all’ingresso del cortile della scuola?

Il problema è che non si tratta di assumere un’orgogliosa posizione di intoccabilità della professione docente, delle scelte sui bambini una volta che questi travalichino l’atrio d’ingresso della scuola. Non ci sono cesure tra un ruolo e l’altro. Anche oltrepassata la soglia che inaugura lo spazio scolastico, i bambini continuano ad essere anche figli, fratelli e sorelle, cugini, vicini e compagni, sempre in relazione, anche in assenza, di tutti coloro che ne popolano il mondo.

Per l’insegnante riflessivo, i bambini in classe non sono mai solo i suoi alunni. Non è questione di condizionamenti e compiacimento del cliente secondario (i genitori) a cui anche, e inevitabilmente, si rivolge l’azione docente. È, piuttosto, la considerazione che siamo tutti parte di un sistema interrelato in cui la sequenzialità causa-effetto non riesce più a rispondere alle richieste della socio-complessità, mentre si affaccia sui nostri orizzonti una reticolarità di interazioni, azioni e reazioni, che coinvolge il micro e il macro dei nostri processi, in un flusso di reciprocità che nasce fondamentalmente dalla storia formativa del docente e dal suo vissuto di bambino, fino a toccare alunni e genitori con le loro altrettanto articolate storie e narrazioni personali, scolastiche, formative ed esistenziali.

L'articolo completo in italiano è disponibile in allegato per gli abbonati.

Autrice: Daniela Di Pasquale, docente di scuola primaria, specializzata in tecniche educative per l’alunno con autismo e disturbi dello sviluppo, sta terminando la Laurea Magistrale in Scienze Pedagogiche presso l’Università degli Studi Milano-Biccoca. Al suo attivo ha anche una laurea (v.o.) in Lettere Moderne, un Dottorato di Ricerca in Culture Comparate ed è stata ricercatrice universitaria in ambito umanistico-letterario

copyright © Educare.it - Anno XVIII, N. 6, giugno 2018

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