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Il Sessantotto e la scuola: l’eredità di Don Milani

lettera don milaniSembra essere in atto, oggi, un massiccio ripensamento dell’intera esperienza del Sessantotto e del modello di scuola che da quel processo culturale è scaturito.  In discussione, tra l’altro, vi è l’idea, condivisa tra gli studiosi, che dalla contestazione la scuola abbia ricevuto la spinta per un profondo processo di riforma delle proprie finalità e del proprio statuto.  Una parte dell’opinione pubblica sostiene, al contrario, che il Sessantotto rappresenti il momento genetico dei mali della scuola (e più in generale dell’educazione) di oggi. A partire dall’esperienza di Barbiana, l’articolo si propone di ripercorrere e mettere a fuoco il cambiamento di paradigma che, a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso, ha trasformato la scuola, il suo statuto, il suo ruolo e le sue finalità.

 

Introduzione

L’esperienza del Sessantotto italiano va compresa all’interno del contesto politico globale, che vede il succedersi di eventi come la guerra del Vietnam, la primavera di Praga, l’assassinio di Robert Kennedy, la protesta operaia dell’“autunno caldo” in Italia. La contestazione nasce nelle aule universitarie contro un sistema educativo e un assetto accademico considerati gerarchici, autoritari, espressione della classe borghese. Nasce prima del vero e proprio Sessantotto: si ricordino le occupazioni della facoltà di Sociologia di Trento (1966), del Palazzo della Sapienza a Pisa (1967) e, nello stesso anno, dell’Università Cattolica di Milano. Le occupazioni, il boicottaggio delle lezioni, le rivendicazioni del 30 politico nascono non a caso dal livello di istruzione più elevato, allora molto selettivo dal punto di vista sociale, quindi contro un sistema considerato repressivo, reazionario ed elitario. Ciò si traduce, dal punto di vista concettuale, nella messa in discussione di due principi su cui la scuola si era sempre fondata dall’unificazione italiana in poi: il principio di autorità, ovvero il convincimento per cui la scuola appartiene non agli studenti ma agli insegnanti. Autorità significa verticalità, gerarchia tra docente e discenti e gerarchia tra le discipline (con al vertice le materie umanistiche - le lettere classiche, la filosofia, la storia - , e al di sotto quelle scientifiche e tecniche). In secondo luogo, è contestato il principio della riproduzione sociale, con la divisione classista di cui essa stessa si nutre.

Tali criticità dell’istituzione scolastica erano già state denunciate dall’esperienza di Don Milani e dal testo Lettera ad una professoressa (pubblicato nel 1967), che possono essere considerati a buona ragione il manifesto pedagogico del Sessantotto.

 

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L'articolo completo in italiano è disponibile in allegato per gli abbonati.

Autrice: Giulia Venturelli, laureata in Filosofia, è insegnante specializzata per il sostegno in un Liceo. In precedenza ha svolto attività di ricerca presso la Scuola Internazionale di Alti Studi della Fondazione “San Carlo” di Modena e la Fondazione “Ermanno Gorrieri per gli Studi Sociali” di Modena. Ha pubblicato saggi di carattere filosofico presso diverse riviste specializzate.

copyright © Educare.it - Anno XIX, N. 7, luglio 2019
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