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Educare nei nidi d’infanzia: dagli spazi creativi e di gioco agli apprendimenti

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L’articolo focalizza l’importanza dell’educazione nel bambino, sin dai primi mesi di vita, ed approfondisce la valenza pedagogica e culturale del nido come primo luogo di apprendimento. I vari aspetti che caratterizzano tale servizio educativo vengono affrontati in modo organico, sia dal punto di vista della ricerca pedagogica che dalle recenti normative che ne potenziano l’identità e la preziosa valenza educativa.

 

Introduzione

Il nido è il servizio educativo progettato per sostenere il bambino in una fase della sua crescita particolarmente preziosa per lo sviluppo psico-fisico. E’ anche un servizio di interesse pubblico che accoglie senza alcuna distinzione di sesso, cultura, etnia e religione. Lo scopo è di offrire ai bambini un luogo di socializzazione e di stimolo delle loro potenzialità cognitive, affettive e sociali nella prospettiva del loro benessere e del loro armonico sviluppo (Buccolo, 2019).

Nell'ambito della massima integrazione con gli altri servizi educativi, sociali e sanitari rivolti all'infanzia, gli asili nido, favoriscono la continuità educativa con la famiglia, l'ambiente sociale e gli altri servizi esistenti. Ogni asilo nido è organizzato in spazi differenziati per rispondere ai bisogni delle diverse età, ai ritmi di vita dei singoli bambini, alla percezione infantile dello spazio, alla necessità di riferimenti stabili, alle attività (Gilardini, 2012).

Nel nostro paese, le istituzioni pubbliche per la prima infanzia, a gestione comunale, sono nate con la legge 6.12.1971, n. 1044 che detta le disposizioni generali e stabilisce i principi fondamentali entro i quali le Regioni possono emanare le loro norme e delegare ai Comuni - quali enti locali più vicini ai bisogni della comunità - la gestione ed il controllo degli asili nido.

La classificazione dei servizi rivolti ai bambini di età compresa tra i 3 mesi ed i 6 anni esistenti in Italia identifica i diversi tipi di risposta per fascia d’età (3 mesi-3 anni, 3-6 anni) e intensità di cura. Oggi la realtà dei servizi educativi per l’infanzia 0- 6 anni è in via di sviluppo in seguito al D.Lgs n. 65/2017 “Decreto sul sistema integrato di istruzione ed educazione da 0-6 anni”. Concettualmente il nido diventa uno spazio speciale, ritagliato a misura di bambino, il quale abbandona la visione “assistenziale” di un tempo, per mettere al centro dell’obiettivo lo sviluppo psicologico, fisico e sociale.

La pedagogia del nido

Nel secolo scorso, diversi autori contribuirono ad arricchire il dibattito pedagogico sulla programmazione del nido e sulla funzione educativa della struttura della prima infanzia. Frabboni (1990) sostiene la necessità di pensare a modalità di lavoro che permettano ai bambini di “poter scrivere e leggere i propri linguaggi” e quindi il proprio mondo esistenziale, sociale e culturale. Sulla base di ciò, il bambino non dovrebbe essere asservito allo stile di vita “consumistico”, imposto dal modello culturale dominante, ed inserito entro modelli di vita lontani dalle esperienze della prima infanzia. Frabboni considera il nido d’infanzia come il luogo che garantisce tale diritto, in quanto lo riconosce “soggetto di conoscenza e creatività fin dalla nascita” (Frabboni, 1990, p. 12). L’autore riprende il programma pedagogico di Dewey, secondo cui l’infanzia si identifica con il diritto alla conoscenza e alla creatività; il nido offre al bambino occasioni di socializzazione e di apprendimento (Dewey, 2009). L’idea è quella di nido aperto alle collaborazioni con il territorio, ma anche tra sezioni e tra gli educatori, dove far trasparire una programmazione rivolta al piano istituzionale (degli enti locali) e al piano pedagogico (dei servizi per l’infanzia). Per Frabboni lavorare come educatori al nido, significa essere dei professionisti che assumono un determinato modello di intervento chiaro e definito, nella piena consapevolezza di dove e perché si sta intervenendo.

Anche Susanna Mantovani (1990, p. 44) insiste sull’importanza della programmazione al nido, ponendola come esigenza di qualunque intervento educativo al di là di quelle che sono le pretese cognitive. L’idea è quella di una programmazione “dinamica”, quindi un’azione educativa basata su teorie e conoscenze continuamente adattate alla realtà, dove l’educatore diventa un ricercatore in azione in base alle esigenze che si propongono. Egli, infatti, dovrebbe essere in possesso di strumenti che consentono di costruire e interpretare informazioni e dati, a partire da conoscenze teoriche precise che gli consentano una programmazione dinamica, seppur rigorosa e pensata (Frabboni, 1990).

La programmazione al nido è stata fortemente sostenuta da Catarsi, facendo riferimento ad un’idea libera da rigidità e schematismi, evolutiva, in grado di svilupparsi secondo continui aggiornamenti, verifiche e ridefinizioni (Catarsi, Fortunati, 1989). Incidere sul futuro e promuovere il cambiamento delle persone è una delle funzioni dell’educatore della prima infanzia.


L'articolo completo in italiano è disponibile in allegato per gli abbonati.

Autrice: Maria Buccolo, dottore di ricerca in Progettazione e Valutazione dei processi formativi, è docente a contratto di Didattica Generale e DSA presso la Facoltà di Scienze della Formazione Primaria dell’Università La sapienza di Roma.

copyright © Educare.it - Anno XX, N. 4, Aprile 2020

 

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