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Il fumetto come strumento psicopedagogico - Lo specchio

Lo specchio

Le icone figurative sono quelle che maggiormente interessano al nostro discorso, che per essere completato dovrà far riferimento ad un viso, o meglio, all’icona che rappresenta un viso.
Le fotografie sono indubbiamente la rappresentazione più vicina alla realtà che possiamo avere d’un volto. Anche il disegno realistico, fatto avvalendosi di particolari tecniche illustrative, si avvicina di molto alla sua controparte originale. Indubbiamente, guardando la fotografia d’un primo piano o un disegno realistico, possiamo riconoscere il volto d’una persona. (Fig. 2 e 3).

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Fig 2

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Fig. 3

I fumetti d’avventura, come ad esempio Dylan Dog e l’Uomo Ragno si avvalgono d’uno stile che si discosta parecchio dalla realtà. Vengono conservati solo gli elementi essenziali e il tratteggio dell’ombreggiatura ma il disegno è ancora perfettamente riconoscibile come quello d’un volto. (Fig. 4)

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Fig 4

Il disegno delle strip come Peanuts o Andy Capp utilizzano un disegno ancora più astratto, dove le linee sono semplificate ed il tratteggio è assente, simili alla fig. 5

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Fig 5

Semplificando ed astraendo ci siamo allontanati di parecchio dalla faccia reale della Fig. 2., ma ancora possiamo riconoscere senza dubbio un volto.
Anche se semplifichiamo ed astraiamo al massimo, in quello che risulta riconosceremo ancora un volto (Fig.6).

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Fig 6

Comprendere il meccanismo attraverso cui si riconosce un immagine molto semplificata come la sua controparte reale è quello che occorre per comprendere come sia possibile educare attraverso il fumetto.
Nella creazione d’una immagine simile a quella in fig. 7/6, non viene fatto un banale processo d’eliminazione. Al contrario ci si concentra sugli elementi essenziali, sui dettagli specifici. “La semplificazione di personaggi ed immagini per raggiungere uno scopo può essere uno strumento efficace per narrare una storia in qualsiasi medium” [15]. Una faccia veramente semplificata descrive l’universalità delle persone, poiché è connotata solo nei suoi tratti essenziali.
Eppure, per quanto semplificata, la nostra mente la riconosce lo stesso come faccia.
Il fatto è che noi siamo egocentrici, di conseguenza non “vediamo noi stessi dappertutto. Assegniamo identità ed emozioni dove non esiste alcuna. E ricostruiamo il mondo a nostra immagine.” [16].

Per riuscire a comprendere appieno questo meccanismo, è necessario rifarsi alle teorie dei sistemi, elaborate al Mental Institute Research di Palo Alto.
In una relazione tra due soggetti, ognuna delle parti ha vivida l’immagine della persona con cui interagisce: la sta guardando, n’osserva lo sguardo, la postura, la mimica facciale ed ogni dettaglio che ne attira l’attenzione.
Della propria immagine, invece, non si ha una visione altrettanto precisa: in genere di se stessi si “vedono” solo gli occhi, la bocca, la pettinatura. Altri aspetti quali la nostra postura, la mimica sono sfumati o del tutto assenti.
Questo perché nell’interazione con l’altro, per poter stabilire una vicinanza, abbiamo la necessità di annullare parzialmente noi stessi sia dal punto di vista visivo che dal punto di vista cognitivo.

Ecco perché i fumetti hanno successo.
Ed ecco perché è possibile fare educazione attraverso un fumetto.
Se prendiamo una qualsiasi produzione fumettistica, possiamo notare come la rappresentazione dei personaggi sia estremamente semplificata: alcune produzioni giapponesi arrivano addirittura a stilizzare molto i protagonisti e caratterizzare, con un disegno molto particolareggiato, i comprimari e i “cattivi” proprio per favorire questo processo d’identificazione con i protagonisti.
Il bambino, nel leggere un fumetto popolato da animali antropomorfi, andrà oltre l’attribuzione di vizi e virtù proprie degli animali, ma li caratterizzerà in modo autonomo. “In Paperino non vediamo la deriva simbolica di un indifeso animale da cortile, quanto una palese esplicitazione nevrotica dell’uomo-massa. Una parodia grottesca del disoccupato industriale classico” [17].