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Da qualche anno anche la scuola si è accorta di quanto l’essere umano sia uno storytelling animale ha iniziato a proporre la lettura, individuale e di gruppo, di storie e romanzi, non solo con la finalità di conoscere e analizzare sintassi, grammatica e tipologie testuali, ma anche e soprattutto come palestra di socialità, creatività, costruzione dell’identità e apertura mentale. La ricerca scientifica ha dimostrato l’esistenza di un’associazione tra lettura e sviluppo della competenza emotiva. Abitudini di lettura elevate, così come interventi che utilizzano lo strumento della lettura in varie forme e modalità, hanno un impatto positivo sullo sviluppo emotivo in differenti età agendo sui processi cognitivi sottostanti al costrutto emotivo.
La formazione dei futuri docenti è costituita da un insieme di competenze complesse e articolate su diverse dimensioni: il sapere, il saper fare, il saper essere e il sapere stare con gli altri. Tali competenze sono orientate verso la costruzione di un fare progettuale, di un fare relazionalee di un fare riflessivo e sono essenziali per l’educazione delle nuove generazioni in un mondo complesso e multiforme, come quello che viviamo oggi. Formarsi comporta sempre un riflettere sul proprio agire, ponendosi nell’ottica del rivedere, trasformare e modificare i propri atteggiamenti. Il dialogo fra scuola e università nasce dall’importanza che riveste il tirocinio diretto all’interno del percorso di Studi in scienze della Formazione Primaria come spazio-tempo della riflessione sulla pratica educativa. Il tirocinio è un’opportunità per sperimentare, mettersi in gioco e partecipare attivamente alla costruzione della conoscenza.
Il Censis ha reso nota la classifica delle Università italiane, giunta alla sua ventesima edizione. La graduatoria viene stilata attraverso la valutazione delle strutture disponibili, dei servizi erogati, del livello di internazionalizzazione, della capacità di comunicazione 2.0 e della occupabilità. Sono consultabili anche le classifiche della didattica delle lauree triennali, delle magistrali a ciclo unico e delle lauree magistrali biennali (rispettivamente raggruppate in 15, 7 e 14 gruppi disciplinari).
In un tempo in cui la scuola rischia di appiattirsi su logiche performative e standardizzanti, il laboratorio emerge come pratica pedagogica che rimette al centro la persona e la sua esperienza. Non è solo metodo, ma dispositivo politico e poetico: un luogo di resistenza educativa, che accende il desiderio di conoscere e convivere. Il saggio esplora il laboratorio educativo secondo questa accezione, come spazio generativo in cui relazione, immaginazione e narrazione si intrecciano per promuovere un apprendimento autentico, trasformativo e inclusivo.
Le femmine sono poco portate per la matematica: un luogo comune privo di ogni fondamento, uno stereotipo di genere ancora molto diffuso - trasversalmente - nelle famiglie italiane. Diffuso al punto che questa 'credenza' inizia a generare conseguenze negative già dai 6 anni di età. A metterlo nero su bianco è uno studio dell'Università di Bologna secondo cui questo atteggiamento produce conseguenze 'nefaste' nelle bambine già dai primissimi mesi dalla scuola primaria, facendole sentire meno brave in matematica, indipendentemente dal giudizio effettivo dei genitori sulle loro capacità.

Le rappresentazioni sociali delle disabilità costituiscono l’argomento del presente saggio. Utilizzando un questionario a domande aperte, abbiamo intervistato docenti specializzati e non, di ogni ordine e grado, e genitori di allievi con e senza disabilità. La nostra analisi evidenzia come, per i docenti curriculari e di sostegno, il disabile sia un alunno con difficoltà in aree specifiche di apprendimento, ma dotato di capacità e potenzialità che meritano sollecitazione; considerano l’allievo disabile con bisogni educativi speciali; credono che l’intervento educativo-didattico debba essere di tutto il team docente. Il ruolo della famiglia non è stato citato.
Per quanto riguarda i genitori, essi si riferiscono all’allievo disabile non come ad uno “svantaggiato”, ma in grado di raggiungere, attraverso la personalizzazione degli apprendimenti, sempre maggiore autonomia, integrazione/inclusione scolastica e sociale. Inoltre, fanno riferimento prioritariamente all’insegnante di sostegno e, solo in un secondo momento, agli insegnanti curriculari. La risorsa compagni è risultata essere non importante.
Social representations of disability are the topic of this paper. By using a questionnaire with open questions, we interviewed specialized and generic teachers, to all levels as well as parents of students with and without disabilities. Our analysis shows that, both specialized and generic teachers consider students with disability as subjects with some difficulties in specific areas of learning, but also having some potential abilities; they deserving students with special educational needs; they expect an educative and didactic support by teacher’s team. The role of the family was not mentioned.
Parents still don’t refer to student with disability as “disadvantaged”, but as a student that, through an individually teaching, is able to reach scholastic and social autonomy as well as inclusion/integration. Moreover, they mainly refer at first time primarily as to specialized teacher, and, only a later, to generic teachers. School friends hasn’t resulted as very important.
L'uso delle tecnologie dell'informazione e della comunicazione (TIC) nell'istruzione sta rivoluzionando le caratteristiche del processo di insegnamento-apprendimento (Colás e De Pablos, 2004). Le tecnologie, in particolare, influiscono nella costruzione collaborativa della conoscenza, nel problem solving, in presenza di gruppi-classe eterogenei (età, genere, origine etnica), e favoriscono la flessibilità necessaria alle esigenze diverse e sempre più complesse degli alunni. Anche in Educazione Fisica le TIC sono considerate una risorsa preziosa di supporto didattico (Lleixà, 2003, 2000) e, come sostiene Guardia (2002), uno strumento in grado di integrare nuove modalità di conoscenza a beneficio di studenti ed insegnanti. Dopo una definizione dello scenario culturale e pedagogico, l’articolo si sofferma sulle possibili applicazioni delle TIC nella didattica dell’Educazione Fisica.
Le competenze del XXI secolo, definite dal World Economic Forum come abilità chiave per il successo nel mondo contemporaneo, includono collaborazione, creatività, risoluzione dei problemi, nonché qualità caratteriali come perseveranza, curiosità e iniziativa. L'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) ha sottolineato che queste competenze assumono un ruolo sempre più cruciale in un mondo in cui le abilità tecniche e ripetitive possono essere facilmente automatizzate grazie all'avvento dell'intelligenza artificiale, della robotica e delle tecnologie avanzate.
La scuola primaria non è soltanto il luogo in cui si apprendono competenze fondamentali come leggere, scrivere e calcolare. È anche il contesto in cui i bambini iniziano a conoscere meglio se stessi, a dare un nome a ciò che provano, a confrontarsi con i compagni e a costruire una prima consapevolezza del proprio mondo interiore. In questo cammino la lettura occupa un posto speciale, perché un libro ben scelto non trasmette soltanto contenuti, ma apre domande, suscita identificazione, alimenta la fantasia e offre parole per interpretare l’esperienza.
I Consigli di classe di tutt’Italia, o giù di lì, si stanno dibattendo con le costrizioni dei tetti di spesa imposti ai libri di testo della scuola secondaria. Intanto i tetti sono fermi all’a.s. 2012/13, i prezzi –un euro qua, due euro là- sono costantemente in aumento e parallelamente si abbatte la scure della riduzione del budget. Ma un'altra insidia informatica minaccia i portafogli dei genitori e la tranquillità delle scuole.
Licei brevi, formazione o selezione? Cosa cambia veramente?Spunti per una prima riflessione da parte della commissione scuola APEI (Associazione Pedagogisti ed Educatori Italiani) in merito al recente decreto della min. Fedeli sulla sperimentazione dei “licei brevi”.
Se il concetto di inclusione si sta diffondendo tra chi opera nella scuola, la sua implementazione nelle pratiche segna ancora il passo. L’articolo offre una declinazione operativa di come possa essere promossa l’inclusione degli alunni con bisogni educativi speciali, in particolare nella scuola secondaria di secondo grado.
La scuola è, da sempre, una palestra di relazioni umane in cui si cresce e si socializza. Pertanto, rappresenta un osservatorio privilegiato dell’infanzia e dell’adolescenza, può captare i segnali di disagio che gli allievi manifestano prima che la loro situazione diventi difficile o addirittura impossibile da gestire. E' un impegno che gli insegnanti e dirigenti non possono sostenere da soli: occorre un lavoro di rete che preveda il sostegno di altri professionisti, capaci di fornire elementi operativi utili al “lavoro sul campo” e all’agire quotidiano.
In questa prospettiva la creazione di uno sportello sociale nelle scuole, gestito da operatori esterni, può rappresenta un’opportunità per fornire agli insegnanti da un lato le conoscenze adeguate per riconoscere i segnali di disagio, dall’altro gli strumenti necessari per lavorare in rete con i servizi territoriali, nell’ottica della tutela del minore e della sua famiglia attraverso interventi globali e non settoriali.
L’Italia è il paese europeo in cui gli insegnanti sono meno considerati e rispettati. Solo Israele e Brasile si collocano più in basso, siamo al 33° posto nella classifica di Varkey Foundation, un’organizzazione internazionale senza scopo di lucro che opera nel campo dell’istruzione.
I dati sono presentati nel Global Teacher Status Index (GTSI) 2018, lo studio più completo sul rispetto degli insegnanti di tutto il mondo, giunto alla seconda edizione dopo quella del 2013 che aveva coinvolto 21 Paesi.
L’articolo tratteggia le implicazioni psicologiche dei processi di reificazione ed etichettamento nella costruzione dell’identità personale, con particolare riferimento alla condizione di “studente svogliato”. Si sostiene che, rendendo “oggettiva” una condizione di “devianza”, si possa indurre un adolescente ad identificarsi nel ruolo assegnato e ad assumere, in ambito scolastico e familiare, l’identità che gli è stata attribuita.
A tale scopo verrà delineato brevemente il contributo di alcuni autori che hanno evidenziato la rilevanza dei processi di reificazione ed etichettamento e gli effetti che da tali processi si generano, all’interno di una cornice teorica interazionista e narrativa.
L’autonomia scolastica, sancita con la Legge n. 59/97, è fiorita su un terreno che conteneva le ragioni essenziali per una revisione del sistema, in un interscambio di influenze reciproche tra educazione e società. La scuola organizzata autonomamente è stata chiamata a impiegare al meglio risorse e strutture, secondo i criteri della flessibilità e dell’efficacia, con la compartecipazione di altri microsistemi. Alla base vi è la constatazione che il sistema scolastico sia un insieme complesso, nel quale la differenza è fatta anche dalla sua maggiore o minore capacità di stabilire relazioni efficaci tra diversi elementi sociali gioco. Oggi un istituto scolastico può muoversi giuridicamente entro una dialettica che concilia conservazione della propria identità (che rischia pur sempre di confluire in una sterile autoreferenzialità) e l’apertura dialogica ad altre culture, saperi, enti e altre scuole. L’articolo propone un’analisi delle condizioni che hanno portato alla scuola dell’autonomia, a partire dall’identificazione degli elementi di complessità tutt’ora presenti, senza trascurarne le contraddizioni.
Già in tenera età, i bambini manifestano dei comportamenti finalizzati all’esplorazione della realtà che li circonda: spinti dalla curiosità, sono impegnati a compiere sempre nuove esperienze, acquisendo così una sempre maggiore consapevolezza della realtà che è a loro più prossima. Tuttavia, la loro capacità di osservare è ancora limitata: per tale motivo si evidenzia la necessità dell’intervento educativo che, sfruttando l’istinto di conoscere il mondo, può arricchire le potenzialità presenti in ciascun bambini, introducendo elementi di riflessione volti alla scoperta delle “componenti scientifiche” della realtà.
L’articolo presenta l’indagine realizzata all’Università dell’Aquila tra gli insegnanti in formazione sul sostegno didattico in merito all’utilizzo delle tecnologie informatiche nella progettazione di una didattica accessibile e utile a favorire l’apprendimento degli alunni con disabilità.
Riordinando lo studio, mi torna tra le mani l’agenda 2019/20 ed un particolare mi balza subito agli occhi: la netta differenza di usura e di consistenza delle pagine da marzo in poi; un crescendo di appunti e appuntamenti che si intrecciano moltiplicandosi. Ricordi non lontani nel tempo riaffiorano alla mente, anche se sembra passato un secolo.
Inevitabile riconoscere il momento storico a cui mi riferisco: la pandemia covid 19. L’agenda è testimone fedele di cosa quel periodo abbia significato per me e per altri addetti al digitale nella scuola. Nel giro di pochi giorni, cercando di trasformare la difficoltà in opportunità, gli istituti dei vari ordini di scuola si sono dovuti reinventare logisticamente e didatticamente per poter continuare a garantire il servizio educativo ai milioni di bambine e bambini e ragazze e ragazzi italiani.

In una scuola che richiesta l’omologazione del pensiero alle logiche della produttività, l’articolo rilancia la necessità di una formazione critica, divergente e creativa. L’Autrice ripercorre teorie, autori e definizioni per mostrare come sia possibile improntare una didattica capace di sostenere un pensiero aperto alla complessità dei tempi in cui viviamo.
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