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La mia bimba mangia solo poche cose - Seconda parte

Una delle caratteristiche della prima infanzia è rappresentata dalle sfide e dai ricatti che i piccoli fanno ai grandi. Questi atteggiamenti se da un lato rappresentano un modo per affermare il proprio io, dall’altro divengono il terreno favorevole per i giochi di potere e di ruolo fra adulti e minori. È proprio sul mangiare che spesso si ipertrofizzano e si consolidano questi giochi di potere. Il bambino scopre quanto potere ha un suo No detto davanti ad una pietanza messa a tavola. Ciò determina uno stato di tensione nel genitore che, di fronte alla negazione del proprio figlio piccolo, non sa come comportarsi, ovvero se insistere, se punirlo o se soprassedere. Sovente gli adulti ignorano che quel No è un modo per affermare la propria personalità e presenza. È un modo per dire “ci sono anch’io, ascoltatemi; voglio entrare in dialogo con voi e dimostrare - prima a me e poi a voi - che anch’io ho un opinione che può addirittura essere diversa dalla vostra e che è molto importante!” (Montuschi, 1999).

Il genitore può vivere il no del proprio figlio come una falla nella sua autorità e questo alimenta la paura di non essere più in grado di controllare il bambino e, quindi, determina una conseguente deriva nell’autoritarismo, nella violenza e nell’aggressività. È spesso a tavola che si celebrano questi giochi di potere. Il piccolo si accorge che il suo mangiare assume un’importanza notevole per i suoi genitori. Tale percezione gli deriva dal fatto che il suo alimentarsi diventa merce di scambio per eventuali premi o punizioni. In altre parole, è proprio nel suo rapporto con il cibo che il bambino scopre di poter affermare la sua presenza, la sua importanza, che, probabilmente, non è stata tenuta in debito conto dagli adulti. Spesso i No del piccolo di fronte ai cibi vanno avanti ad oltranza in quanto egli non è cosciente delle gravi conseguenze che tali atteggiamenti possono avere.

Laddove l’adulto che si occupa di lui è fondamentalmente sicuro, fa cadere queste sfide, senza affibbiare significati che non hanno, prendendo con umorismo questi giochi di potere del piccolo. In altri termini, come afferma Montuschi "L’adulto che comprende il significato di questi gesti ha a sua disposizione altri argomenti convincenti per il bambino: «allora se non vuoi mangiare, giochiamo!». Una frase del genere disarma lo sfidante e il bambino sente di aver perso improvvisamente il suo avversario. Che senso ha combattere se non ci sono più nemici? Il terreno si libera rapidamente di ostacoli ed i rapporti interpersonali cambiano".

L’adulto deve far divenire questi No del bambino un momento di un’analisi più globale, ovvero come un’occasione per capire se all’interno della famiglia il minore è valorizzato come persona, portatrice di bisogni e desideri specifici.

D’altra parte in queste sfide che il piccolo compie è bene riconoscergli qualche vittoria, con la finalità di rassicurarlo. Ma la cosa fondamentale da fare è quella di dare il giusto significato ai suoi No, cioè come manifestazioni per affermare la sua persona e non come atteggiamenti contro gli adulti.

Nella predilezione che i bambini hanno verso determinati cibi subentra anche un aspetto emotivo. La propensione, per esempio, per le cose dolci che i piccoli manifestano rappresenta il ricordo del sapore dolce del latte materno. Quel latte che richiama la sicurezza, la tenerezza, il senso di tranquillità che il seno materno può dare e questa associazione si ritrova, poi, a tutte le età. Anche da adulti, quando si attraversano momenti di difficoltà, compare molto marcato il tropismo per i cibi dolci. Man mano che i bambini crescono e l’alimentazione varia, vengono acquisite delle altre preferenze, come quelle per i cibi salati.

L’alimentazione infantile, con le dovute eccezioni, rimane contraddistinta, comunque, da alcune inclinazioni, che portano a privilegiare alcuni alimenti e ad escluderne altri. Frequentemente, dai due anni in poi può comparire la cosiddetta neofobia, ovvero il rifiuto per tutti i cibi nuovi, che non fanno parte della dieta usuale. È un modo da parte del bambino di conservare il suo mondo, che è fatto di abitudini alimentari consolidate.

Riguardo a quello che dice nella sua lettera, i problemi che la bambina manifesta nei confronti dell’alimentazione si possono far risalire a quando la mamma, per ragioni di lavoro, si è dovuta allontanare da casa. Anche il continuare a bere il latte dal biberon la dice lunga in tal senso.

Nel suo caso, più che battaglie o pseudo battaglie sul cibo o sui singoli alimenti, si deve aiutare la bimba ad esprimere il disagio che sta vivendo. Tenendo ben presente che l’essere affezionata ad alcuni alimenti è un modo per conservare il suo mondo, che per una molteplicità di circostanze, negli ultimi tempi ha subito una serie di variazioni non volute dalla piccola.

La prima cosa che lei, la mamma e la nonna dovete fare è quella di vivere con più serenità l’alimentazione della bambina, apportando con il tempo nuove pietanze nella sua alimentazione, con gradualità e dolcezza, senza battaglie cruente e violente che possono soltanto danneggiare, piuttosto che fare del bene.

Inoltre potete utilizzare la fiaba per fare esprimere il disagio eventualmente presente, giocando con lei all’inventare le fiabe. La fiaba consente di sviluppare la creatività, che permette di affrontare meglio le problematiche della vita quotidiana, e soprattutto ha una funzione catartica, in quanto il rappresentare simbolicamente il disagio ha l’effetto di renderlo meno nocivo.

Un ultimo suggerimento è quello di far fare dei disegni liberi. Anche il disegno è uno strumento che i piccoli possono usare per esprimere e per liberarsi dalle emozioni deleterie.

 


 

copyright © Educare.it - Anno XV, N. 4, Aprile 2015

 

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