- Categoria: Racconti
- Scritto da Barbara Lanza
Il volo della farfalla
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Non fu facile per Crisiride abbandonare lo stelo di quel fiore così ospitale. La loro convivenza era stata perfetta ed erano davvero tanti i ricordi che li tenevano segretamente uniti.
Ma le sue ali, già asciutte, erano pronte per spiccare il primo volo.
«Tornerò a trovarti, te lo prometto» sussurrò Crisiride al suo amato fiore, cercando di prendere ancora del tempo prima di staccarsi definitivamente da lui.
«Mia cara Cris, so che ti ricorderai di me durante i tuoi viaggi, e questo mi basterà per sopportare il peso della tua lontananza. Ma non dovrai mai sprecare il tuo tempo per tornare indietro, verso un passato che non ti apparterrà più. Va’ a scoprire tutto ciò che il mondo ha in serbo per te. Vedrai quante meraviglie aspettano solo d’esserti svelate. Adesso basta parlare, è tempo che tu parta!».
Dopo qualche attimo di esitazione, Crisiride staccò finalmente le sue zampine dallo stelo e, senza nemmeno rendersene conto, intraprese con leggiadria il suo primo volo.
«Quando voli sei ancora più bella» le sussurrò mestamente il fiore, mentre la guardava allontanarsi.
«Ho tante cose da vedere, è vero, e il tempo forse non basterà. Ma... da dove comincio. Mi è stato detto che ogni cosa sarebbe accaduta in maniera del tutto naturale. Addirittura, che all’interno della nostra memoria sia contenuta, ormai da parecchie generazioni, una mappa che riesce a guidarci lungo i nostri spostamenti. Ma io non riesco a trovarla e non so proprio dove andare… e sono già così stanca e confusa» borbottò Crisiride, immaginando di rivolgersi ancora al suo inseparabile fiore.
Lentamente iniziò a scendere di quota, per poter esplorare con più attenzione la vegetazione sottostante, con l’intento di trovare un appoggio che potesse apparirle amichevole. Tuttavia, man mano che si abbassava, avvertiva sempre più numerosi gli sguardi minacciosi e contrariati che la puntavano, come a volerle urlare contro “Va’ via straniera, tu qui non sei la benvenuta”. Dopo alcuni inutili e umilianti tentativi, decise di riprendere quota e proseguire il suo viaggio alla ricerca di un posto decisamente più accogliente di quello appena sorvolato.
“Eppure ci sarà un luogo in cui altre farfalle, prima di me, si sono fermate… Se solo sapessi dove si trova la mia mappa, a quest’ora sarei sdraiata su una soffice corolla a sorseggiare il mio primo e più che meritato cocktail di nettare. Invece, sono costretta a volare senza sapere nemmeno dove andare” e nel frattempo in cui la sua mente era invasa da questi lamentevoli pensieri, il suo sguardo tutt’a un tratto venne catturato da uno strano oggetto, mai visto fino ad allora.
Incuriosita, Crisiride decise di avvicinarsi un po’, per vedere meglio. Quello che da lontano inizialmente le apparì come un curioso e buffo animale, non appena si trovò a breve distanza le si rivelò come qualcosa di straordinario e attraente: in mezzo a una variopinta vegetazione, un’allegra bambina saltava e correva, roteando tra le mani un coloratissimo ombrellino parasole. La bambina sembrava così felice e la sua gioia si spandeva su tutto ciò che le stava intorno.
“Che cosa la rende così felice?” si domandò Crisiride, sempre più incuriosita.
Man mano che le si avvicinava, udiva sempre più distintamente il canto melodico con cui la bambina riusciva ad ammaliare qualunque cosa su cui si poggiassero le sue incantevoli note. Crisiride pertanto ne approfittò per fare una breve sosta su un fiore che pareva essere completamente ipnotizzato da quella melodia. E in effetti, non si accorse nemmeno della presenza del nuovo ospite che, indisturbato, poté iniziare a sorseggiare dai suoi stami il più dolce nettare che avesse mai bevuto in vita sua. In effetti, era il primo! Ma le sembrava di essere lontana da casa da così tanto tempo da non ricordare quasi più ciò che era stato prima d’allora.
Ristorata, riuscì finalmente ad osservare con maggior attenzione il luogo in cui, quasi inconsapevolmente, aveva deciso di fare la sua prima sosta. Tutt’intorno era bellissimo: fiori molto vivaci inebriavano l’aria con il loro dolcissimo profumo corteggiati da api affaccendate, intente a saltare da una corolla all’altra con grande rapidità e precisione. Ma ciò che rendeva incantevole quel già magnifico angolo di mondo era quella bambina, con il suo coloratissimo ombrello. Era impossibile staccarle gli occhi di dosso.
“Cosa la rende così felice?”, pensò per la seconda volta la farfalla.
Così, per scoprirlo, decise di avvicinarsi un poco di più. Magari, scrutandola da vicino, avrebbe potuto scorgere qualche dettaglio utile a risolvere il suo incalzante interrogativo. Nel frattempo, la bambina continuava a cantare e ballare tra i fiori che, di tanto in tanto, salutava e accarezzava.
“Che buffa!” esclamò Crisiride.
“Cosa? Chi ha parlato?” chiese la voce squillante ed eccitata della bambina.
“Perché, riesci a sentirmi?”, le rispose stupita la farfalla.
“Sì, ma la tua voce è così sottile e non riesco a capire da dove venga. Dove sei? Fatti vedere, non aver paura. Io sono solo una bambina!”.
“Ma io non ho paura. Sono qui, non mi vedi?”.
“Dove?”.
“Proprio qui, dietro di te!”.
La bambina si voltò e, dopo qualche istante di silenziosa e attenta ricerca, scorse tra i candidi petali di un fiore una coloratissima farfalla, le cui ali le ricordarono immediatamente i merletti delle tende della sua cameretta.
“Sì! Adesso ti vedo. Sei davvero bellissima. Ma da dove vieni? È la prima volta che vedo una farfalla così bella come te!”.
Crisiride prese fiato per risponderle e dirle da dove venisse ma, presto, fu costretta a serrare le labbra perché, tutt’a un tratto, si rese conto che il luogo dal quale proveniva non aveva un nome. Del resto, lei e il suo fiore non avevano mai avuto bisogno di dargliene uno. Loro abitavano lì, e questo era tutto. Il fiore da lì non sarebbe mai andato via e lei, fino a poco tempo fa, non sapeva del viaggio che poi avrebbe dovuto intraprendere. Quindi, non c’era stata mai la necessità di dare un nome a quel luogo che era, semplicemente, la loro casa. Fu per questo motivo, forse, che Crisiride decise di rispondere alla domanda rimasta in sospeso così:
“Vengo da casa mia!”.
“Ah, ah, ah!” suonò fragorosa la risata della bambina. “Sei proprio divertente! E almeno un nome ce l’hai?”.
La farfalla, un poco risentita, le ribatté:
“Certo! Mi chiamo Crisiride. Anche se il mio migliore amico mi ha sempre chiamata Cris”.
“Che nome bellissimo. Adatto alla tua singolare bellezza. Potrei chiamarti anch’io Cris? Così potremo essere subito amiche. Che ne dici, Cris?”.
“Ma… non si è amici così, improvvisamente, per caso. Si diventa amici, dopo essersi conosciuti ed essersi presi cura l’uno dell’altro. È stato proprio così che io e il mio amatissimo fiore siamo diventati amici. Noi ci siamo appena viste. Non so se… diventeremo amiche.”
“Cris tu sei troppo complicata! Certo che saremo amiche! Basta solo volerlo. E io voglio essere tua amica… A che gioco vuoi giocare?”.
“Ma io non gioco!” rispose Crisiride, irritata da quella strana richiesta.
“Allora, dimmi tu cosa vorresti fare. Se preferisci, potrei portarti in camera mia. Ho tanti vasi con fiori bellissimi nel balcone della mia cameretta e tu potresti stare lì, se vuoi.”
Crisiride accettò di buon grado. D’altronde, stava proprio cercando un posto sicuro in cui sostare e riposare un po’, prima di proseguire per il suo viaggio; il viaggio che avrebbe dovuta portarla a vedere tutte le meraviglie del mondo che aspettavano solo d’essere scoperte (era così che le aveva detto il suo amico fiore).
“D’accordo, verrò con te, ma solo per qualche giorno. Poi dovrò ripartire. Ho un lungo viaggio da fare, io”.
“Va benissimo! Sono contenta! Seguimi, casa mia è proprio qui vicino” le rispose eccitata la bambina.
Da quel momento, iniziarono a rincorrersi rapidamente giorni felici e intensi. Crisiride e la bambina diventarono due amiche inseparabili. Condividevano tutto: il loro tempo, i loro pensieri, i loro sogni. Crisiride era così felice da non pensare più al viaggio che ancora doveva compiere; tutta quella gioia aveva occupato ogni angolo della sua mente facendole dimenticare quanto il suo tempo fosse breve.
Dopo non molto, la bambina iniziò ad accorgersi che la sua Cris era sempre più stanca e faticava a starle dietro nelle loro scatenate corse in mezzo ai fiori del giardino.
“Mia cara Cris, cosa ti succede? Forse i nostri giochi ti annoiano? O non ti piace più stare qui con me? Vuoi forse andare già via? Ancora è presto… Potremmo inventare giochi nuovi, se vuoi”.
“No, non voglio andare via. E non si tratta dei giochi”.
“Allora… cos’è che non va? Ti vedo strana. Forse, sei stanca… vuoi riposare un po’?”
“In realtà … devo confessarti che… il mio tempo sta per finire…”
“Che vuol dire? Cosa dici? Quale tempo? Io proprio certe volte non ti capisco. Mi stai facendo forse uno dei tuoi soliti giochetti enigmatici, come li chiami tu, che io non riesco a capire?”.
“No, non si tratta di un gioco né di uno scherzo. Forse avrei dovuto parlartene prima. Ma ero così felice con te, che nemmeno io ci pensavo più.”
“Cosa stai farfugliando? Io non ti capisco.”
“Quand’ero piccola mi è stato detto che noi farfalle, non appena siamo pronte, dobbiamo intraprendere un meraviglioso viaggio, così da poter scoprire tutte le bellezze del mondo create apposta per essere ammirate da intrepidi come noi. È per questo motivo che siamo nate ed è questa la nostra missione…”.
“Ma tu puoi sempre farlo il tuo viaggio. Ma non oggi! Rimani un altro pochino e poi andrai” la interruppe bruscamente la bambina, che non voleva sentire oltre, e i suoi occhi iniziarono rapidamente a riempirsi di lacrime.
“Purtroppo il mio tempo è quasi finito. E quel viaggio ormai non potrò più farlo.”
“Che vuol dire che il tuo tempo è finito? Come fa a finire il tempo? Se devi partire, fallo… e poi, dopo che avrai girato il mondo, ritornerai da me, d’accordo?” balbettò singhiozzante la bambina.
“Ascoltami, amica mia. Non essere confusa e nemmeno triste. Io non lo sono. E non mi interessa affatto non aver compiuto quel viaggio. Io sapevo già che il mio tempo fosse limitato… ma, dopo averti incontrata, ho capito che era con te che volevo passarlo, istante per istante. Non mi importa di cosa non ho scoperto o cosa non ho visto. Sono semplicemente felice per ciò che ho imparato e vissuto con te”.
“E non ti dispiace nemmeno un pochino non aver portato a termine la tua missione?”.
“No. E semmai un giorno ci sarà qualcuno che dovesse pensare che io non ho compiuto la mia missione, beh, allora dovrai dirgli che si sta sbagliando. Io con te ho conosciuto le cose più importanti e più belle che in nessun altro angolo del mondo avrei potuto imparare meglio. Tu mi hai insegnato a stupirmi, e ad essere felice per le cose semplici. La prima volta che ti ho vista mi sono chiesta cosa ti rendesse così felice, e solo vivendo al tuo fianco sono riuscita a trovare la vera risposta.”
“E qual è? Dimmelo! Così me ne ricorderò anch’io quando tu non sarai più con me e la tristezza avrà preso il tuo posto nelle mie lunghe e interminabili giornate”.
“La tua felicità risiede semplicemente nel riuscire a vedere concentrata in ogni piccola cosa che ti circonda tutta la bellezza del mondo. In questo modo tu, ovunque possa trovarti, riesci a scorgere intorno a te qualcosa di bello per cui valga la pena esser felice”.
“Grazie Cris. Cercherò di ricordarmene quando sarò triste, senza te…”.
“Grazie a te, amica mia. La nostra amicizia è stato il più bello tra tutti i possibili viaggi che mai avrei potuto intraprendere”.
Qualche anno dopo la bambina, diventata ormai un’affermata scrittrice, pubblicò il libro al quale si dedicava da parecchi anni e che i suoi numerosi lettori attendevano con grande impazienza. Nella copertina era ritratta, in primo piano, una farfalla coloratissima, poggiata su un fiore dai petali candidi come la neve. Sotto di lei erano incise le parole che formavano il titolo e recitavano così:
“L’amicizia: il più bello tra tutti i possibili viaggi”.
Autrice: Barbara Lanza, ingegnere informatico vocata ad attività educative.
copyright © Educare.it - Anno XVII, N. 12, Dicembre 2017

