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Riflessioni sui Servizi per le Patologie da Dipendenza in Italia
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In questo scritto ho scelto di utilizzare un metodo di esposizione a reticolo, o a “mosaico” (Mc Luhan 1). A differenza del modo di procedere lineare, nel quale si parte da alcune premesse per giungere ad una conclusione, la costruzione reticolare del discorso fa riferimento ad un mosaico di opere, rimandi, associazioni di idee, intersezioni di discorsi disciplinari possibili. Mi è sembrato l’approccio più adatto per alcune riflessioni che intendono porre degli interrogativi e fornire alcuni spunti di approfondimento.
Il Ser.D. e la sua organizzazione nel tempo
Un Servizio per le Dipendenze opera, all’interno di una ASL, in base ad un mandato legislativo che gli assegna compiti di prevenzione, cura e riabilitazione.
La sua definizione però dipende in buona parte anche dal percorso culturale ed organizzativo compiuto negli anni dall’equipe che lo costituisce. Ecco che in un Ser.T. (Servizio Ambulatoriale per le Tossicodipendenze) visione d’insieme e visione particolare possono intrecciarsi senza collidere: riescono a convivere persone e sistemi di riferimento differenti, storie personali, curricula professionali e ruoli diversi.
Una metafora utilizzata a volte dagli addetti ai lavori, in riferimento alle équipe che lavorano nel campo delle dipendenze, è quella della nave, che percorre il mare tra rischi ed indefinitezze, traccia rotte provvisorie, approda a porti per i rifornimenti.

(Graffito dell’ Abbazia di Montmajour, in Francia -2)
Navigare significa compiere un percorso che implica alcuni cambiamenti e una presa di decisione da parte dei soggetti coinvolti nel progetto/processo. L’organizzazione costruisce nel tempo un percorso nel quale le procedure hanno la funzione di mantenere un certo standard qualitativo agli interventi e garantirne stabilità, mentre i processi tendenzialmente introducono cambiamenti.
Dall’analisi della trasformazione dei Ser.T, emerge che le equipe si sono riorganizzate e compattate nel corso degli anni. Vi è stata una specie di selezione naturale, in quanto gli operatori, che avevano deciso inizialmente di lavorare in questo campo, hanno effettuato con il tempo una scelta che ha confermato o meno l’appartenenza al Servizio.
Nei primi anni di lavoro era macroscopica la presenza nelle équipe di una dimensione di comunicazione orale, fraterna, caratterizzata da vicinanza, affettività, condivisione. Nell’ultimo decennio, tempo della comunicazione scritta ed informatizzata, sembra sia più marcata una dimensione paterna, là dove le organizzazioni sono caratterizzate da autoregolazioni, protocolli scritti che sono il frutto dei processi decisionali, da una suddivisione più strutturata dei ruoli, dall’interdipendenza fra operatori, dall’apertura verso l’esterno.
La professionalità degli operatori risulta strettamente collegata alle capacità organizzative: “progettare è organizzare; una progettazione è una organizzazione organizzata e organizzante…. atto complesso, ma intelleggibile in quanto organizzazione” (E. Morin, 3). E questa attenzione all’organizzazione ha assunto la stessa considerazione, se non maggiore, dell’intero percorso-processo trattamentale, pur nell’innegabile interazione continua fra i due aspetti.
Secondo il sociologo N. Luhmann (4) le organizzazioni – e con il termine ‘organizzazione ‘ egli comprende le istituzioni più differenti (partiti politici, enti statali, ordini religiosi) – sono tutte accomunate dall’essere insiemi complessi e strutturati, così come articolata e complessa è la nostra società democratica.
Non è un caso che in questi ultimi quindici anni i Servizi sulle Patologie da Dipendenza abbiano investito sull’organizzazione in termini di processi e formazione. Questa scelta può essere stata effettuata in quanto l’oggetto di lavoro, le patologie da dipendenza, per sua natura richiede agli operatori sforzi interpretativi non indifferenti, capacità di gestire l’incertezza del non sapere, curiosità e spirito di ricerca (vedasi il lavoro di E. Bignamini e altri operatori, 6).
Per una cultura della cura
Probabilmente i mutamenti socio-politici-culturali di questi ultimi anni, che hanno portato parte dell’opinione pubblica a posizioni fortemente critiche, a volte ideologiche, nei riguardi della cura delle dipendenze, dei Ser. T e dei loro operatori, hanno contribuito alla scelta da parte degli operatori stessi di dare maggior peso all’ assetto tecnico–scientifico dei Servizi.
“Considerare preminente il metodo scientifico nella cura delle dipendenze patologiche è un aspetto di assoluta importanza perché ne condiziona fortemente la percezione, sia presso i decisori, presso i pazienti e i loro familiari, sia presso gli operatori stessi” (P.P. Pani, 7).
In un discorso di valutazione dell’impatto sociale del metodo scientifico, il linguaggio disciplinare (o di una determinata disciplina) è uno strumento pragmatico di comunicazione. Scegliere di utilizzare alcuni criteri del metodo scientifico può significare semplificare la comunicazione nelle funzioni più complesse del linguaggio: quella descrittiva (informativa) e quella critica (argomentativa), rendere più efficaci i processi d’interazione comunicativa, facilitare la condivisione dei contenuti su alcuni degli aspetti più importanti del dibattito culturale in corso riguardante la tossicodipendenza, come l’approccio scientifico, le leggi, gli aspetti etici legati alla considerazione della persona/cittadino, che ha un problema di “dipendenza da”, che viene trattata come un malato.
In effetti considerare il soggetto dipendente come un malato fa rientrare le patologie da dipendenza nell’ambito della cultura sanitaria e quindi tutela il “tossicodipendente” riportandolo ai diritti/doveri di qualsiasi altro cittadino affetto da una malattia. La partecipazione del malato al progetto terapeutico è condizione indispensabile alla riuscita dello stesso. Il malato/cliente decide se portare avanti il programma concordato; nello stesso tempo è tenuto al rispetto alcune regole di buon comportamento e di rispetto verso se stesso e gli operatori.
Occorre superare l’equivoco secondo il quale educare può significare dare una forma (evidentemente a ciò che si suppone informe o poco formato), quando piuttosto, nella pratica lavorativa quotidiana, si utilizza lo strumento dell’accompagnamento verso un possibile percorso di cambiamento che riconosca l’esistenza - nell’essere umano - di una determinabile sostanzialità, intenzionalità, storicità esistenziale, dignità personale.
Secondo il Pontificio Consiglio per la Pastorale della Salute (8) “al centro della tossicodipendenza si trova l’uomo, soggetto unico ed irripetibile, con la sua intenzionalità e specifica personalità”. L’oncologo Lodovico Balducci, portabandiera della centralità della vita spirituale nei processi terapeutici, sostiene la visione di una medicina super-scientifica, ma capace di mettere al centro l’uomo e i suoi valori.
Quando si sostiene che “la persona è il primum da cui è inevitabile partire […] è il dato iniziale […], “il substrato ontologico di ciascun essere umano”, si corre il rischio di slittare eccessivamente su di un piano metafisico, speculativo. Si può affermare che la persona è il dato costitutivo, non derivato solo dagli atti conoscitivi o dall’agire, ma essa stessa “fondamento del conoscere e dell’agire”. Ciò significa che ”tutto passa attraverso la persona (anche se tutto non proviene dalla persona), perché tutto viene pronunciato, detto dalla persona” (G.Flores D’Arcais, 9).
Nella pratica trattamentale “la diagnosi e la descrizione precedono le valutazioni e la terapia. Sostituire la valutazione morale alla diagnosi è una procedura naturale e abbastanza frequente, ma non necessariamente fruttuosa” (McLuhan). La “tossicodipendenza” come espressione di una patologia dell’individuo viene considerata all’interno di una visione diagnostico/clinica articolata ed è tendenzialmente filtrata da tutte quelle considerazioni di carattere valoriale, pregiudiziale e ideologico che l’hanno accompagnata spesso nella percezione dell’opinione pubblica, poi amplificata dai mass media.
Non che i pazienti e gli operatori stessi siano immuni dai valutazioni pre-giudiziali. Già nel 1969 G.Myrdal (10), economista e membro CEE, nel suo scritto “L’obiettività nelle Scienze Sociali” lucidamente affrontava “il mito dell’oggettività del ricercatore, il ruolo giocato dall’eredità culturale delle passate generazioni e dai condizionamenti dell’intero contesto sociale in cui lo studioso si trova ad agire“.
Il discorso sulle dipendenze effettivamente non può essere ridotto alla sola disamina degli aspetti procedurali e tecnico-scientifici. Occorre poter continuare a promuovere un dibattito nella comunità, sviluppare più riflessioni in differenti direzioni e articolare ermeneuticamente il pensiero sulle dipendenze. Pensiero che non riguarda solo le dipendenze in senso stretto, ma l’uomo e il suo essere al mondo.
In altri termini occorre soffermarsi per ridare importanza e significato, attingendo alla cultura umanistica, ad alcuni aspetti dell’esperienza umana e dell’essere uomo. Ad esempio, soffermarsi a considerare temi importanti, come la presenza/assenza nella cultura contemporanea del dolore e della morte, la scomparsa dei riti di passaggio, il mancato completamento del processo d’individuazione nelle persone e l’indifferenziazione diffusa, la comunicazione superficiale, la modificazione della cultura del padre influenzata dai processi sociali. Tutto ciò per poter riflettere non solo sulle “concause” della dipendenza patologica, quanto sulla possibilità di modificare lo stile di vita delle persone, migliorandone la qualità fondamentali.
Bibliografia:
(1) Marshall Mc Luhan, La galassia Gutenberg, Armando Armando , Roma, 1976.
(2) Carlo Peano, Segreti solari di un’abbazia cistercense (Santa Maria Staffarda),Gribaudo, Cavallermaggiore, 1993.
(3) Edgar Morin, Introduzione al pensiero complesso, Sperling & Kupfer, Milano, 1993.
(4) Niklas Luhmann, Organizzazione e decisione, Mondatori, Milano, 2005.
(5) Patrizia Gaspari, L’educatore professionale, Anicia, Roma, 1995.
(6) Emanuele Bignamini, A.A.V.V. , dalla rivista “Dal Fare al Dire” e “La dipendenza da sostanze”, Publiedit, Cuneo, 2006.
(7) PierPaolo Pani (intervista a cura di Giuseppe Reale) dalla rivista “Dal Fare al Dire” , Publiedit, Cuneo, 2/2205.
(8) La Curia romana, Pontificio Consiglio per la Pastorale della Salute, CND, Vienna, 2003.
(9) G. Flores d’Arcais, Le ‘ragioni’ di una teoria personalistica dell’educazione” e (a cura di) Pedagogie personalistiche e/o pedagogia della persona, La Scuola, Brescia, 1985 -1994.
(10) Gunnar Myrdal, L’obiettività nelle scienze sociali, Einaudi, Torino, 1973.
Autore: Antonio Notarbartolo, educatore professionale al Ser.D del Distretto 2, Asl3TO
copyright © Educare.it - Anno VII, Numero 4, Marzo 2007

