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  • Categoria: Dipendenze

Riflessioni sui Servizi per le Patologie da Dipendenza in Italia - Per una cultura della cura


Per una cultura della cura
Probabilmente i mutamenti socio-politici-culturali di questi ultimi anni, che hanno portato parte dell’opinione pubblica a posizioni fortemente critiche, a volte ideologiche, nei riguardi della cura delle dipendenze, dei Ser. T e dei loro operatori, hanno contribuito alla scelta da parte degli operatori stessi di dare maggior peso all’ assetto tecnico–scientifico dei Servizi.
“Considerare preminente il metodo scientifico nella cura delle dipendenze patologiche è un aspetto di assoluta importanza perché ne condiziona fortemente la percezione, sia presso i decisori, presso i pazienti e i loro familiari, sia presso gli operatori stessi” (P.P. Pani, 7).
In un discorso di valutazione dell’impatto sociale del metodo scientifico, il linguaggio disciplinare (o di una determinata disciplina) è uno strumento pragmatico di comunicazione. Scegliere di utilizzare alcuni criteri del metodo scientifico può significare semplificare la comunicazione nelle funzioni più complesse del linguaggio: quella descrittiva (informativa) e quella critica (argomentativa), rendere più efficaci i processi d’interazione comunicativa, facilitare la condivisione dei contenuti su alcuni degli aspetti più importanti del dibattito culturale in corso riguardante la tossicodipendenza, come l’approccio scientifico, le leggi, gli aspetti etici legati alla considerazione della persona/cittadino, che ha un problema di “dipendenza da”, che viene trattata come un malato.
In effetti considerare il soggetto dipendente come un malato fa rientrare le patologie da dipendenza nell’ambito della cultura sanitaria e quindi tutela il “tossicodipendente” riportandolo ai diritti/doveri di qualsiasi altro cittadino affetto da una malattia. La partecipazione del malato al progetto terapeutico è condizione indispensabile alla riuscita dello stesso. Il malato/cliente decide se portare avanti il programma concordato; nello stesso tempo è tenuto al rispetto alcune regole di buon comportamento e di rispetto verso se stesso e gli operatori.
Occorre superare l’equivoco secondo il quale educare può significare dare una forma (evidentemente a ciò che si suppone informe o poco formato), quando piuttosto, nella pratica lavorativa quotidiana, si utilizza lo strumento dell’accompagnamento verso un possibile percorso di cambiamento che riconosca l’esistenza - nell’essere umano - di una determinabile sostanzialità, intenzionalità, storicità esistenziale, dignità personale.
Secondo il Pontificio Consiglio per la Pastorale della Salute (8) “al centro della tossicodipendenza si trova l’uomo, soggetto unico ed irripetibile, con la sua intenzionalità e specifica personalità”. L’oncologo Lodovico Balducci, portabandiera della centralità della vita spirituale nei processi terapeutici, sostiene la visione di una medicina super-scientifica, ma capace di mettere al centro l’uomo e i suoi valori. 

Quando si sostiene che “la persona è il primum da cui è inevitabile partire […] è il dato iniziale […], “il substrato ontologico di ciascun essere umano”, si corre il rischio di slittare eccessivamente su di un piano metafisico, speculativo. Si può affermare che la persona è il dato costitutivo, non derivato solo dagli atti conoscitivi o dall’agire, ma essa stessa “fondamento del conoscere e dell’agire”. Ciò significa che ”tutto passa attraverso la persona (anche se tutto non proviene dalla persona), perché tutto viene pronunciato, detto dalla persona” (G.Flores D’Arcais, 9).
Nella pratica trattamentale “la diagnosi e la descrizione precedono le valutazioni e la terapia. Sostituire la valutazione morale alla diagnosi è una procedura naturale e abbastanza frequente, ma non necessariamente fruttuosa” (McLuhan). La “tossicodipendenza” come espressione di una patologia dell’individuo viene considerata all’interno di una visione diagnostico/clinica articolata ed è tendenzialmente filtrata da tutte quelle considerazioni di carattere valoriale, pregiudiziale e ideologico che l’hanno accompagnata spesso nella percezione dell’opinione pubblica, poi amplificata dai mass media.
Non che i pazienti e gli operatori stessi siano immuni dai valutazioni pre-giudiziali. Già nel 1969 G.Myrdal (10), economista e membro CEE, nel suo scritto “L’obiettività nelle Scienze Sociali” lucidamente affrontava “il mito dell’oggettività del ricercatore, il ruolo giocato dall’eredità culturale delle passate generazioni e dai condizionamenti dell’intero contesto sociale in cui lo studioso si trova ad agire“.
Il discorso sulle dipendenze effettivamente non può essere ridotto alla sola disamina degli aspetti procedurali e tecnico-scientifici. Occorre poter continuare a promuovere un dibattito nella comunità, sviluppare più riflessioni in differenti direzioni e articolare ermeneuticamente il pensiero sulle dipendenze. Pensiero che non riguarda solo le dipendenze in senso stretto, ma l’uomo e il suo essere al mondo.
In altri termini occorre soffermarsi per ridare importanza e significato, attingendo alla cultura umanistica, ad alcuni aspetti dell’esperienza umana e dell’essere uomo. Ad esempio, soffermarsi a considerare temi importanti, come la presenza/assenza nella cultura contemporanea del dolore e della morte, la scomparsa dei riti di passaggio, il mancato completamento del processo d’individuazione nelle persone e l’indifferenziazione diffusa, la comunicazione superficiale, la modificazione della cultura del padre influenzata dai processi sociali. Tutto ciò per poter riflettere non solo sulle “concause” della dipendenza patologica, quanto sulla possibilità di modificare lo stile di vita delle persone, migliorandone la qualità fondamentali.

 


Bibliografia:
(1) Marshall Mc Luhan, La galassia Gutenberg, Armando Armando , Roma, 1976.
(2) Carlo Peano, Segreti solari di un’abbazia cistercense (Santa Maria Staffarda),Gribaudo, Cavallermaggiore, 1993.
(3) Edgar Morin, Introduzione al pensiero complesso, Sperling & Kupfer, Milano, 1993.
(4) Niklas Luhmann, Organizzazione e decisione, Mondatori, Milano, 2005.
(5) Patrizia Gaspari, L’educatore professionale, Anicia, Roma, 1995.
(6) Emanuele Bignamini, A.A.V.V. , dalla rivista “Dal Fare al Dire” e “La dipendenza da sostanze”, Publiedit, Cuneo, 2006.
(7) PierPaolo Pani (intervista a cura di Giuseppe Reale) dalla rivista “Dal Fare al Dire” , Publiedit, Cuneo, 2/2205.
(8) La Curia romana, Pontificio Consiglio per la Pastorale della Salute, CND, Vienna, 2003.
(9) G. Flores d’Arcais, Le ‘ragioni’ di una teoria personalistica dell’educazione” e (a cura di) Pedagogie personalistiche e/o pedagogia della persona, La Scuola, Brescia, 1985 -1994.
(10) Gunnar Myrdal, L’obiettività nelle scienze sociali, Einaudi, Torino, 1973.


Autore: Antonio Notarbartolo, educatore professionale al Ser.D del Distretto 2, Asl3TO


 copyright © Educare.it - Anno VII, Numero 4, Marzo 2007