- Categoria: Pedagogia interculturale
Le radici filosofiche della differenza
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In una scansione filosofica, il problema centrale messo in evidenza dalla discussione attorno ai temi dell'interculturalità è quello della differenza. Il presupposto da cui partire per comprenderne appieno gli aspetti è quello di offrire un'adeguata distinzione sulle nozioni di "persona" e "individuo".
Per molte teorie filosofiche del Novecento, tra cui in particolare il personalismo, un’inadeguata chiarificazione di questi concetti rischia di invalidare la comprensione decisiva della questione, rendendo il discorso sulla differenza una discussione meramente astratta.
Bisogna pertanto stabilire in principio, che l'essere umano è sostanzialmente soggetto e sede vivente di valori i quali non possono venire considerati strumentali, neppure per un altro essere umano. Proprio in ragione di ciò, l'uomo è persona, vale a dire valore in sé e di per sé, portatore di valori, quantunque si trovi in uno stadio potenziale o di minorità.
Il concetto di "persona"
Il concetto di "persona" fa riferimento ad una realtà senza connotare tratti fisici o corporei, mentre il termine "individuo" fa riferimento a specifiche caratteristiche fisiche. Si può perciò dire che il concetto di persona è comprensivo del concetto di individuo. Scrive a tal proposito Maritain: "L'uomo è sì un animale ed un individuo, ma non come gli altri. L'uomo è un individuo che si guida da sé mediante l'intelligenza e la volontà; esiste non soltanto fisicamente, c'è in lui un esistere più ricco ed elevato, una sopraesistenza individuale nella conoscenza e nell'amore. E' così, in qualche modo, un tutto e non soltanto una parte, un universo a sé, un microcosmo in cui il grande universo può, tutt'intero, essere contenuto per mezzo della conoscenza; mediante l'amore può darsi liberamente ad altri esseri che sono per lui come altri se stesso, relazione questa di cui non è possibile trovare l'equivalente in tutto l'universo fisico" (1).
Allo stesso modo dell'adulto, il bambino è una persona, soggetto di diritti che la società deve rispettare, ma diventa effettivamente e compiutamente uomo solo attraverso un lungo processo di autotrasformazione, via via che si impossessa delle sue potenzialità ed impara ad orientarle in modo consapevole e deliberato.
In definitiva, "l'uomo, ogni uomo, è concepito come persona a prescindere dal suo stato contingente"; egli "va rispettato in misura della sua pari dignità, nella valorizzazione delle diversità che lo qualificano e lo identificano in termini di unicità irripetibile" (2).
Nel valore "persona" scompare dunque ogni distinzione tra autoctono e straniero, tra residente ed immigrato e prende sempre più consistenza il significato della personalità individuale, esplicitata nello spazio e nel tempo.
Ci rammenta Butturini come l'ascolto e il dialogo si basino "sulla consapevolezza della comune appartenenza al mistero dell'essere"; la natura stessa del "dia-logo" "deve consentire l'incontro di logoi, cioè di diversi "discorsi di valore" (3).
L'intuizione del TU
Secondo Martin Buber, la struttura dell'uomo è essenzialmente dialogale-comunionale; l'Altro, allora, non rappresenta "un limite, ma una fonte dell'Io, un termine nel quale scopriamo noi stessi e ci eleviamo verso le autentiche mete di sviluppo umano integrale" (4).
E' nella relazione interpersonale Io-Tu che i due poli si costituiscono l'un l'altro in perfetta reciprocità. Il rapporto con il Tu non è un semplice incontro con gli altri, ma è la relazione per eccellenza, anteriore alla stessa identità individuale e suo fondamento costitutivo. In questa relazione "l'arricchimento ed il dono sono reciproci e contemporanei" (5).
L'apertura verso l'altro è possibile grazie ad "una duplice sensibilità: quella dettata dalla ragione" e quella proposta dal "cuore" (6). Nella relazione i sentimenti e la razionalità non possono essere disgiunti: accanto alla conoscenza razionale c'è, nell'uomo, la conoscenza intuitiva, conoscenza per "connaturalità" direbbe Maritain, che "esercita un grandissimo ruolo nell'esistenza umana" (7) e "trova un suo campo privilegiato di applicazione proprio sul terreno dei rapporti interpersonali" (8).
Nella conoscenza del Tu, l'intuizione permette di andare oltre la ragione, anche se l'Altro rimane comunque un mistero inafferabile, inviolabile. "Inviolabile è ciò che ha cuore -scrive Lombardi Vallauri-; la presenza del cuore, però, si rivela solo al cuore" (9).
Identità, differenza, diversità
E' sufficiente una rapida scorsa alla storia del pensiero occidentale per comprendere come i concetti di "differenza" e di "diversità" siano stati a lungo dibattuti.
Si potrebbe partire addirittura da Parmenide e dal principio di identità, fondamento della metafisica occidentale: solo l'essere, si sosteneva, può essere essendo ciò che è, cioè se stesso. Aristotele al proposito scrisse che "è impossibile infatti supporre che la medesima cosa sia e non sia" nel medesimo tempo (10). La differenza mostra un divenire e il divenire è il risultato di una composizione senza legge tra l'essere e il non essere. Pertanto, fin dal principio della filosofia, la differenza è espulsa al di fuori dell'identità in uno spazio di non-identità e di illusoria apparenza.
Si dovettero attendere molti secoli per riabilitare, prima con Hegel poi con Heidegger, il valore della differenza. Secondo il filosofo dello Spirito, la dualità è necessaria poiché solo grazie ad un continuo confronto-contrasto con l'alterità noi comprendiamo non solo l'altro ma anche noi stessi (11).
Dal canto suo Heidegger, precisando il cammino della tradizione, afferma che "per Hegel la questione del pensiero è il pensiero come concetto assoluto. Per noi la questione del pensiero è, con una denominazione provvisoria, la differenza in quanto differenza" (12). Del resto -sottolinea Heidegger nella seconda parte del saggio "Identità e differenza" - è pagando il prezzo di un oblio della differenza in quanto differenza che la metafisica ha potuto essere quello che è. "Parliamo della differenza (differenz) tra l'essere e l'essente. Il passo indietro va dall'impensato, dalla differenza come tale a ciò che è-da-pensare (das zu-Denkende). Questo è l'oblio della differenza. (...) La differenza di essere ed essente è l'ambito all'interno del quale la metafisica, il pensiero occidentale nella totalità della sua essenza può essere ciò che è" (13).
Etimologicamente "differenza" deriva da dis-ferre, che significa "portare da una parte all'altra", "portare oltre, in varie direzioni", "portare qua e là".
Nella visione personalista, il concetto di differenza fa riferimento al patrimonio di potenzialità presenti in ogni soggetto, alla sua singolarità ed irripetibilità, per cui ognuno, maschio o femmina che sia, è dotato di un'anima personale che la tradizione ebraico-cristiana ritiene "creata direttamente da Dio".
Proprio per la sua differenza, ogni persona deve poter realizzarsi ed espandersi in tutta la sua originale pienezza, affermandosi come "differente" non solo dagli altri ma anche da se stessa, dai propri limiti, dal proprio vissuto, dal proprio ambiente. Al fine di non deteriorarsi nel conformismo e nella ripetizione, deve coltivare le proprie doti, fare tesoro delle proprie esperienze, costruire rapporti interpersonali arricchenti, anche impegnarsi perché l'umanità tutta possa differenziarsi dal suo modo di essere attuale.
Il concetto di "diversità" (da dis-vertere, cioè volgere in opposta direzione) accentua quello di "differenza". Esso richiama l'idea di dissomiglianza, di discostamento da una norma, da ciò che è più comune, diffuso, condiviso e che, nella sua accezione più negativa, può richiedere talora interventi compensatori.
La diversità pertanto, ancor più della differenza, richiede riconoscimento e rispetto, piuttosto che ambigue forme di aiuto e di sostegno, che più o meno consapevolmente tendono all'assimilazione.
La ricchezza del diverso (14)
Nella natura, l'uomo ha imparato a dominare la diversità, incasellandola nelle classificazioni delle scienze, nelle arti, nelle scuole. Ma in questo modo il diverso si smarrisce con la ripetizione e la somiglianza. Nella ripetizione vige una legge, un ordine, vi sono sequenze e quindi conseguenze.
Eppure, anche in natura, è possibile esaltare le determinazioni nuove che differenziano il diverso dal ripetuto: ci si può incantare di fronte alla diversità di ogni filo d'erba. La macroscopica diversità delle stagioni ci esalta e\o intenerisce perché avviene entro la culla sicura della ripetizione.
Invece, può cogliere il diverso e coglierne la sua ricchezza chiunque non sia accecato dall'informe e dal ripetuto e sia assetato di pienezza e di "ulteriorità". Chi è satollo, soddisfatto, orgoglioso non ha bisogno di vedere ricchezza alcuna in altro.
Se riportiamo il discorso alla persona umana, definire "diverso" lo straniero, l'handicappato, l'anormale, è ricorrere ad una categorizzazione generica per indicare una particolare diversità etnica, culturale, fisica, facendo così torto alla sua natura unica ed irrepetibile.
L'affermazione della ricchezza del diverso è invece la dissacrazione del pensiero che categorizza, in cicli, in famiglie, in razze, in generi, in determinazioni di ripetizioni tendenti a snaturare il diverso e a stemperare le differenze.
All'interno dell'antropologia personalista cui facciamo riferimento, non possiamo che esaltare la magnifica diversità dei simili. Ed il luogo in cui la similitudine sorprende e si trascende nel diverso lo si trova nella magnificenza di ciò che chiamiamo "anima", "spirito". Qui la differenza impera sulla ripetizione, qui il diverso sorprende e specifica in singolarità irrepetibili. "Non c'è possibilità di scambiare la propria anima", scrisse a questo proposito Gilles Deleuze (15).
Nell'uomo, il dominio della ripetizione si arresta, le sequenze cedono il passo del creativo e del libero relazionarsi con l'infinita gamma del possibile. Ogni creato è irripetibile.
Se nella ripetizione vige la legge dell'ordine, nella differenza che crea il diverso vige la legge dell'amore. Nell'amore non c'è sequenzialità ma gratuità, ossia grazia creatrice, possibilità della ripresa delle stesse possibilità perdute, perché il differente non conosce il tempo, le numeriche scansioni della ripetizione.
La valorizzazione del diverso è impegno e compito aperto alla novità che irrompe dall'anima e nell'anima, è travalicamento del tempo e delle scansioni, è liberazione dal ripetuto e dal "già visto", ossia attraversamento del deserto della paura verso la terra promessa dell'incontro con il Tutt'Altro, aperta alla possibilità, al regno della grazia e della gratuità, incontro d'amore con l'eccedente, ogni volta diverso.
L'uomo è un diverso, la cui dignità divina fonda la fratellanza, la cui ricchezza è tutta da scoprire. "In una concezione personalista dell'educazione", dunque, "il rispetto delle diversità assume il significato, molto più cogente, di promozione della diversità ben al di là della differenziazione e dell'autonomia" (16).
Note:
1. J. Maritain, Cristianesimo e democrazia, Ed. Di Comunità, Milano, 1950, pag. 38.
2. F. Larocca, Handicap indotto e società, op. cit., p. 163.
3. E. Butturini, Educare alla pace nella scuola attraverso un approccio interculturale, in A. Agosti (a cura di), Intercultura e insegnamento, SEI, Torino, 1996, p. 34.
4. P. Roveda, Amore, famiglia, educazione, La Scuola, Brescia, 1995, p. 227.
6. A. Agosti, Intercultura e insegnamento- Introduzione, op. cit., p. 6.
7. J. Maritain, La conoscenza per connaturalità, in "Humanitas", 1981, n. 3, p. 385.
8. P. Roveda, Pedagogia interculturale come intuizione del Tu, in A. Agosti (a cura di), Intercultura e insegnamento, op. cit., p. 45.
9. L. Lombardi Vallauri, Le culture riduzionistiche nei confronti della vita, in AA.VV., Il valore della vita. L'uomo di fronte al problema del dolore, della vecchiaia, dell'eutanasia, Vita e Pensiero, Milano, 1985, p. 70.
10. Aristotele, Opere- Metafisica, vol. VI, Laterza, Bari, 1973, p. 94.
11. G.W.F. Hegel, Fenomenologia dello spirito, Trad. di E. De Negri, Firenze, La Nuova Italia, 1960, II° vol.
12. M. Heidegger, Identità e differenza, in "Aut-Aut", 1982, nn. 187-188, pp. 20-21.
14. In questo paragrafo si è liberamente attinto dalla relazione del prof. F. Larocca, intitolata appunto La ricchezza del diverso, al Convegno "Intercultura e insegnamento" tenutosi all'Università di Verona il 28-29 ottobre 1996.
15. G. Deleuze, Differenza e ripetizione, Il Mulino, Bologna, 1971, pp. 9-10.
16. F. Larocca, Handicap indotto e società, op.cit., pag. 163.
copyright © Educare.it - Anno V, Numero 3, Febbraio 2005
DOI: 10.4440/200502/NIERO-PASQUALOTTO

