- Categoria: Pedagogia interculturale
Le radici filosofiche della differenza - Seconda parte
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E' sufficiente una rapida scorsa alla storia del pensiero occidentale per comprendere come i concetti di "differenza" e di "diversità" siano stati a lungo dibattuti.
Si potrebbe partire addirittura da Parmenide e dal principio di identità, fondamento della metafisica occidentale: solo l'essere, si sosteneva, può essere essendo ciò che è, cioè se stesso. Aristotele al proposito scrisse che "è impossibile infatti supporre che la medesima cosa sia e non sia" nel medesimo tempo (10). La differenza mostra un divenire e il divenire è il risultato di una composizione senza legge tra l'essere e il non essere. Pertanto, fin dal principio della filosofia, la differenza è espulsa al di fuori dell'identità in uno spazio di non-identità e di illusoria apparenza.
Si dovettero attendere molti secoli per riabilitare, prima con Hegel poi con Heidegger, il valore della differenza. Secondo il filosofo dello Spirito, la dualità è necessaria poiché solo grazie ad un continuo confronto-contrasto con l'alterità noi comprendiamo non solo l'altro ma anche noi stessi (11).
Dal canto suo Heidegger, precisando il cammino della tradizione, afferma che "per Hegel la questione del pensiero è il pensiero come concetto assoluto. Per noi la questione del pensiero è, con una denominazione provvisoria, la differenza in quanto differenza" (12). Del resto -sottolinea Heidegger nella seconda parte del saggio "Identità e differenza" - è pagando il prezzo di un oblio della differenza in quanto differenza che la metafisica ha potuto essere quello che è. "Parliamo della differenza (differenz) tra l'essere e l'essente. Il passo indietro va dall'impensato, dalla differenza come tale a ciò che è-da-pensare (das zu-Denkende). Questo è l'oblio della differenza. (...) La differenza di essere ed essente è l'ambito all'interno del quale la metafisica, il pensiero occidentale nella totalità della sua essenza può essere ciò che è" (13).
Etimologicamente "differenza" deriva da dis-ferre, che significa "portare da una parte all'altra", "portare oltre, in varie direzioni", "portare qua e là".
Nella visione personalista, il concetto di differenza fa riferimento al patrimonio di potenzialità presenti in ogni soggetto, alla sua singolarità ed irripetibilità, per cui ognuno, maschio o femmina che sia, è dotato di un'anima personale che la tradizione ebraico-cristiana ritiene "creata direttamente da Dio".
Proprio per la sua differenza, ogni persona deve poter realizzarsi ed espandersi in tutta la sua originale pienezza, affermandosi come "differente" non solo dagli altri ma anche da se stessa, dai propri limiti, dal proprio vissuto, dal proprio ambiente. Al fine di non deteriorarsi nel conformismo e nella ripetizione, deve coltivare le proprie doti, fare tesoro delle proprie esperienze, costruire rapporti interpersonali arricchenti, anche impegnarsi perché l'umanità tutta possa differenziarsi dal suo modo di essere attuale.
Il concetto di "diversità" (da dis-vertere, cioè volgere in opposta direzione) accentua quello di "differenza". Esso richiama l'idea di dissomiglianza, di discostamento da una norma, da ciò che è più comune, diffuso, condiviso e che, nella sua accezione più negativa, può richiedere talora interventi compensatori.
La diversità pertanto, ancor più della differenza, richiede riconoscimento e rispetto, piuttosto che ambigue forme di aiuto e di sostegno, che più o meno consapevolmente tendono all'assimilazione.
La ricchezza del diverso (14)
Nella natura, l'uomo ha imparato a dominare la diversità, incasellandola nelle classificazioni delle scienze, nelle arti, nelle scuole. Ma in questo modo il diverso si smarrisce con la ripetizione e la somiglianza. Nella ripetizione vige una legge, un ordine, vi sono sequenze e quindi conseguenze.
Eppure, anche in natura, è possibile esaltare le determinazioni nuove che differenziano il diverso dal ripetuto: ci si può incantare di fronte alla diversità di ogni filo d'erba. La macroscopica diversità delle stagioni ci esalta e\o intenerisce perché avviene entro la culla sicura della ripetizione.
Invece, può cogliere il diverso e coglierne la sua ricchezza chiunque non sia accecato dall'informe e dal ripetuto e sia assetato di pienezza e di "ulteriorità". Chi è satollo, soddisfatto, orgoglioso non ha bisogno di vedere ricchezza alcuna in altro.
Se riportiamo il discorso alla persona umana, definire "diverso" lo straniero, l'handicappato, l'anormale, è ricorrere ad una categorizzazione generica per indicare una particolare diversità etnica, culturale, fisica, facendo così torto alla sua natura unica ed irrepetibile.
L'affermazione della ricchezza del diverso è invece la dissacrazione del pensiero che categorizza, in cicli, in famiglie, in razze, in generi, in determinazioni di ripetizioni tendenti a snaturare il diverso e a stemperare le differenze.
All'interno dell'antropologia personalista cui facciamo riferimento, non possiamo che esaltare la magnifica diversità dei simili. Ed il luogo in cui la similitudine sorprende e si trascende nel diverso lo si trova nella magnificenza di ciò che chiamiamo "anima", "spirito". Qui la differenza impera sulla ripetizione, qui il diverso sorprende e specifica in singolarità irrepetibili. "Non c'è possibilità di scambiare la propria anima", scrisse a questo proposito Gilles Deleuze (15).
Nell'uomo, il dominio della ripetizione si arresta, le sequenze cedono il passo del creativo e del libero relazionarsi con l'infinita gamma del possibile. Ogni creato è irripetibile.
Se nella ripetizione vige la legge dell'ordine, nella differenza che crea il diverso vige la legge dell'amore. Nell'amore non c'è sequenzialità ma gratuità, ossia grazia creatrice, possibilità della ripresa delle stesse possibilità perdute, perché il differente non conosce il tempo, le numeriche scansioni della ripetizione.
La valorizzazione del diverso è impegno e compito aperto alla novità che irrompe dall'anima e nell'anima, è travalicamento del tempo e delle scansioni, è liberazione dal ripetuto e dal "già visto", ossia attraversamento del deserto della paura verso la terra promessa dell'incontro con il Tutt'Altro, aperta alla possibilità, al regno della grazia e della gratuità, incontro d'amore con l'eccedente, ogni volta diverso.
L'uomo è un diverso, la cui dignità divina fonda la fratellanza, la cui ricchezza è tutta da scoprire. "In una concezione personalista dell'educazione", dunque, "il rispetto delle diversità assume il significato, molto più cogente, di promozione della diversità ben al di là della differenziazione e dell'autonomia" (16).
Note:
1. J. Maritain, Cristianesimo e democrazia, Ed. Di Comunità, Milano, 1950, pag. 38.
2. F. Larocca, Handicap indotto e società, op. cit., p. 163.
3. E. Butturini, Educare alla pace nella scuola attraverso un approccio interculturale, in A. Agosti (a cura di), Intercultura e insegnamento, SEI, Torino, 1996, p. 34.
4. P. Roveda, Amore, famiglia, educazione, La Scuola, Brescia, 1995, p. 227.
6. A. Agosti, Intercultura e insegnamento- Introduzione, op. cit., p. 6.
7. J. Maritain, La conoscenza per connaturalità, in "Humanitas", 1981, n. 3, p. 385.
8. P. Roveda, Pedagogia interculturale come intuizione del Tu, in A. Agosti (a cura di), Intercultura e insegnamento, op. cit., p. 45.
9. L. Lombardi Vallauri, Le culture riduzionistiche nei confronti della vita, in AA.VV., Il valore della vita. L'uomo di fronte al problema del dolore, della vecchiaia, dell'eutanasia, Vita e Pensiero, Milano, 1985, p. 70.
10. Aristotele, Opere- Metafisica, vol. VI, Laterza, Bari, 1973, p. 94.
11. G.W.F. Hegel, Fenomenologia dello spirito, Trad. di E. De Negri, Firenze, La Nuova Italia, 1960, II° vol.
12. M. Heidegger, Identità e differenza, in "Aut-Aut", 1982, nn. 187-188, pp. 20-21.
14. In questo paragrafo si è liberamente attinto dalla relazione del prof. F. Larocca, intitolata appunto La ricchezza del diverso, al Convegno "Intercultura e insegnamento" tenutosi all'Università di Verona il 28-29 ottobre 1996.
15. G. Deleuze, Differenza e ripetizione, Il Mulino, Bologna, 1971, pp. 9-10.
16. F. Larocca, Handicap indotto e società, op.cit., pag. 163.
copyright © Educare.it - Anno V, Numero 3, Febbraio 2005
DOI: 10.4440/200502/NIERO-PASQUALOTTO

