- Categoria: Adolescenza e disagio giovanile
Percezione del rischio: strategie d'intervento in adolescenza
Article Index
Il rischio è la possibilità prevedibile di subire un danno o un inconveniente come conseguenza del proprio comportamento o di difficoltà oggettive. Nel linguaggio comune però questo termine viene spesso usato come sinonimo di probabilità di un pericolo.
Durante l’adolescenza, la percezione della possibilità di una reale minaccia viene minimizzata e dilatata nel tempo, ed essa varia enormemente fra coloro che un rischio l’hanno corso e coloro che ancora non lo hanno esperito [1].
Numerose sono le ipotesi che la ricerca psicosociale ha formulato sin dai primi anni 60 su quali siano le motivazioni che sottendono a questo genere di comportamento diffuso nella quasi totalità dei giovani. L’adolescenza è un momento di profonde trasformazioni, non solo fisiche ed i giovani possono trovarsi a sperimentare acuti momenti di inadeguatezza, di scarsa fiducia in sé e di incertezza. Tali tensioni, per il timore di non essere all’altezza delle situazioni o di non essere considerati dagli altri in maniera adeguata, sono talvolta percepite come insuperabili.
In questa fase della vita s’intensifica inoltre, se paragonato al periodo dell’infanzia, un maggiore bisogno di ampliare i confini del proprio spazio di vita e la curiosità di sperimentare nuovi stili di comportamento anche ricercando esperienze avventurose e, a volte, rischiose [2]. L’uso di alcolici e sostanze psicoattive, e la ricerca di “andare contro le regole”, costituiscono, per alcuni adolescenti, una risposta efficace a tali bisogni [3]. Il mancato rispetto delle norme, il portarsi ai limiti parrebbe inoltre essere causato dall’egocentrismo tipico dell’adolescenza che illude i ragazzi di essere invulnerabili [4] ed invincibili. L’influenza dei coetanei è stata riconosciuta da tempo come un aspetto che concorre a spingere un giovane a comportamenti pericolosi per la propria e l’altrui incolumità. Rendere noto al gruppo le proprie azioni rischiose, garantirebbe però al contempo il ben più importante compito di lenire il sentimento d’inadeguatezza e di scarsa fiducia in sé, diminuendo la percezione del rischio e non adeguandola propriamente al contesto [5].
Il cosiddetto “risk taking” ovvero il comportamento di scelta conscia di un pericolo, non è un avvenimento casuale o frutto di circostanze facilitanti. L’essere umano è “programmato” infatti, per rifuggire da tutte le esperienze che possono provocare dolore oppure a non avere interesse in esperienze che non rispondano a bisogni [6] e attese rilevanti. Per far sì che l’individuo decida di sperimentare tali azioni, occorre infatti che egli abbia pregiudizialmente elaborato un orientamento favorevole a tali comportamenti considerandoli in qualche misura piacevoli e accettabili.
Comportamenti definiti rischiosi dagli adulti inoltre non necessariamente sono interpretati dagli adolescenti attribuendo loro lo stesso valore [7], nel senso che essi vengono discriminati come pericolosi ma non percepiti come tali . L’assunzione consapevole di un rischio, come ad esempio la guida di veicoli sotto l’effetto di alcolici o sostanze stupefacenti, e l’inosservanza del codice della strada (mancato uso del casco e delle cinture, inosservanza dei limiti di velocità etc) pare essere funzionale nel giovane al superamento di compiti evolutivi legati al raggiungimento di una propria autonomia e identità.
Costruzione dell’identità e ricerca del rischio
L’identità è un processo dinamico di relazione che attua una rielaborazione personale dei propri vissuti in un contesto di coerenza e continuità nel tempo, oltre ad una validazione data dal gruppo dei pari. E’ quindi una percezione d’incompiutezza di significato personale che deve essere saturata con l'attribuzione di valore proveniente dall'esterno a creare in alcuni casi, il desiderio di “mettersi in mostra” e di andare contro le regole. Questo processo si snoda nel corso di tutta la vita dell’individuo, ma è nell’adolescenza che esso trova una tappa cruciale.
Precedenti ricerche hanno evidenziato in alcuni individui, una predisposizione data dai tratti di personalità del “sensation seeker”, traducibile con “colui che ricerca le sensazioni” [9]. Tale teoria mira ad offrire una spiegazione biologica del comportamento altamente rischioso ed irresponsabile tenuto da alcuni giovani. Questi individui sarebbero alla continua ricerca di sensazioni forti ed eccitanti per mezzo di azioni palesemente pericolose. L’adolescente con questi particolari tratti, presenta generalmente un buon livello intellettivo, inclinazione all’estroversione, alti livelli di impulsività ed aggressività con bassi livelli d’ansia e spiccata curiosità per gli eventi inattesi. Nel gruppo questi ragazzi assumono più facilmente ruoli competitivi e di leadership [10]. Altri studi pongono l’accento sul contesto socioculturale dove l’adolescenza s’inscrive, in cui è marcata la tendenza a spettacolarizzare l’esibizione di sé e del proprio corpo anche con pericolose modificazioni corporee [11] e la sfida contro i propri limiti ed i divieti [12], in una società, quale quella in cui viviamo, dove viene enfatizzata la centralità di valori edonistici altamente fuorvianti per l’adolescente.
Alla luce di quanto affermato sinora, l’errata percezione del rischio durante l’adolescenza apparirebbe quindi una caratteristica multideterminata, aggravata dalla tendenza ad una minore consapevolezza delle dirette relazioni fra decisioni e possibili danni nell’immediato [13]. Si rendono quindi necessarie efficaci azioni mirate ad aumentare l’obiettività circa l’esito delle proprie azioni nel giovane dato che è elevata la probabilità che l’adolescente che attua comportamenti di “risk taking” possa più facilmente degli altri, reiterare azioni rischiose aumentandone il loro numero, la complessità e la tipologia [14]. Tutto avverrebbe quasi fosse una scommessa contro il destino che l’adolescente sembra poter controllare.
Strategie di prevenzione
Per arginare le logiche e gli elementi che determinano una errata comprensione del rischio attuando azioni efficaci, è necessario inscrivere strategie preventive e di sensibilizzazione all’interno di una rete di interazioni [15] che il giovane attua nel proprio ambiente. Con il gruppo dei pari e con il mondo degli adulti a scuola o fuori da essa e con l’ambiente familiare.
Gli interventi con gli adolescenti dovrebbero quindi inserirsi non solo nel gruppo classe, ma anche in gruppi informali sfruttando addirittura i luoghi di frequentazione dei giovani e, non da ultimo le loro famiglie. Seppur con cautela è quindi necessario il coinvolgimento anche dei familiari, cercando di renderli partecipi in momenti non distinti da quelli dei loro figli. E’ però principalmente nel gruppo dei coetanei e proporzionalmente alla numerosità dei suoi elementi che i rischi vengono maggiormente e più facilmente corsi. In alcuni casi ciò si spiega con una percezione di responsabilità diffusa e talvolta, ai fini di mantenere il proprio status di membro [16].
Tra i conducenti deceduti in seguito a incidente stradale, nella classe di età tra 15-17 anni, circa il 68% era alla guida di un ciclomotore ed il 90% di essi era di sesso maschile [17]. Quasi la totalità delle ricerche effettuate pone i maschi come maggiormente proni a correre dei rischi”, rispetto alle proprie colleghe. L’elevata velocità, il mancato utilizzo del casco alla guida, come il potenziamento del motore dei propri ciclomotori [18], sono azioni all’ordine del giorno che vedono come unico timore per chi le attua, una sanzione pecuniaria. Legiferare norme maggiormente severe e garantirne la loro applicazione, unita ad un esempio concreto dato dagli adulti pare essere un valido deterrente, almeno per quanto concerne la lotta contro il fumo [19]. Ancora molto deve essere però fatto per rendere omogenea anche nel nostro Paese tale metodica estendendola alla repressione dei diversi altri comportamenti rischiosi.
In sintesi i comportamenti rischiosi sopperirebbero al bisogno degli adolescenti di [20]
a) prendere controllo della proprie vita
b) esprimere opposizione alle convenzioni sociali e quindi al mondo degli adulti,
c) tenere a bada ansie e frustrazioni date dal senso d’inadeguatezza,
d) identificarsi con la subcultura giovanile e permettere l’accesso al gruppo dei pari,
e) confermare la propria identità e rimarcare la transizione verso l’adultità.
Quali dovrebbero essere quindi le modalità da utilizzare con gli adolescenti al fine di sensibilizzare ed educare ad una corretta percezione dell’esito delle proprie azioni pericolose?
Alcuni istituti ad esempio, in collaborazione con la Polizia di Stato, la Guardia di Finanza ed il Corpo dei Carabinieri, stanno da tempo attuando progetti mirati a sensibilizzare i giovani sui temi della sicurezza stradale e sugli esiti dell’uso di alcolici e stupefacenti alla guida di veicoli. Indubbiamente questi interventi, anche se non continui e limitati spesso ad un’unica lezione possono gettare le basi per argomentazioni che il corpo docente dovrebbe inserire, in un’ottica multidisciplinare, all’interno delle normali ore di lezione. In Friuli Venezia Giulia inoltre, questa sensibilizzazione ha coinvolto non solo gli organi di competenza, ma anche vittime di incidenti stradali, piloti di rallies, medici e psicologi [21].
Educare al rischio
La ricerca del rischio, come la percezione del pericolo distante dal giovane che tale scelta consciamente attua, nasconde un disagio, un desiderio di essere e quindi accettarsi, di comunicare e quindi sentirsi accettato dagli altri. E’ su questo che dovrebbe far leva ogni azione di “educazione al rischio” da parte degli adulti. Lavorare con gruppi di adolescenti, nella scuola ma non solo, individuando un leader in ogni gruppo, il cosiddetto “decision maker” per ingaggiarlo al fine di coinvolgere proficuamente anche gli altri giovani. Gli adolescenti, tendono ad emulare quelli che percepiscono come figure carismatiche all’interno del proprio o altrui gruppo, ed è un dato di fatto, che ogni gruppo, ha una sua figura carismatica che fa da traino su tutti gli altri ed è proprio su questa figura, che gli operatori dovrebbero focalizzare l’attenzione. In questo modo le azioni pericolose, se concepite come tali dal “capobranco” potrebbero essere evitate o riconosciute preventivamente dal gruppo come tali. Ciò permetterà di valutare come “credibile” e “altamente probabile” l’esito dell’ azione rischiosa che l’adulto esporrà. Se il leader, per esempio, decide che non è possibile la guida del ciclomotore senza casco o, che il sabato sera a turno un membro del gruppo deve astenersi dal consumare alcolici, difficilmente qualcuno si opporrà.
La scuola, come accade nella maggior parte dei casi, è l’ambiente ideale per valutare chi per comportamento e caratteristiche personali, è in grado di influenzare altri soggetti, pertanto, compito di insegnanti ed educatori, dovrebbe essere quello di “adoperare” le qualità del singolo a favore della collettività. Insegnanti ed educatori dovrebbero comunque assumere un ruolo educativo deciso e diretto, utilizzando nel contempo una comunicazione rispettosa dell’interlocutore. Il messaggio deve necessariamente tenere conto dei destinatari: gli adolescenti.
Insufficiente si dimostra un’opera di sensibilizzazione basata unicamente sul “terrorismo”, che mostri cioè immagini tratte da incidenti automobilistici. Questo perché gli adolescenti risultano dotati di un locus of control esterno, sono portati cioè a pensare che vi sia il caso o la sfortuna a determinare l’esito fatale delle azioni rischiose [22] dicendo a sé stessi “doveva succedere”. E’ presente inoltre negli adolescenti un elevato senso di sicurezza sui propri comportamenti, vale a dire che gli esiti sfavorevoli possono riguardare più facilmente quando non esclusivamente gli altri pensando erroneamente “tanto a me non succede” [23].
Metodologicamente risulta ormai necessario ed inevitabile l’uso delle nuove tecnologie e di supporti multimediali che gli adolescenti sembrano maneggiare con estrema conoscenza. In tempi di Youtube, Google, podcasts, Messenger e videotelefoni non è possibile utilizzare solamente la lavagna ed i gessi o creare dei poster con colla e pennarelli. Ormai moltissimi giovani sono in gradi di utilizzare softwares di fotoritocco digitale o di creare filmati mediante l’utilizzo di fotocamere. Questo deve essere visto dagli insegnanti come un un necessario ausilio nel loro lavoro, non come un ostacolo all’apprendimento bensì un moderno amplificatore di conoscenza.
La tendenza sempre maggiore ad usare brevi parole, le cosiddette parole chiave o keywords per la ricerca su internet di contenuti o utilizzate nei messaggi dei telefonini (sms), deve consigliarne l’impiego. Esse definiscono sinteticamente concetti più complessi e dovrebbero necessariamente essere presa in considerazione dagli operatori coinvolti al fine di costruire messaggi più facilmente “leggibili” dai ragazzi. La scelta dell’ utilizzo di queste strategie dovrebbe sempre avvenire prestando attenzione ai limitati tempi d’attenzione dei giovani dando la possibilità di esprimersi liberamente, creando essi stessi i materiali e ricercando una interazione dibattuale con gli adolescenti [24].
Ben vengano quindi concorsi inter ed intrascolastici per la creazione del miglior messaggio di sensibilizzazione da parte degli studenti. Ciò permetterebbe di rendere partecipi creativamente i ragazzi, stimolandoli ed educandoli ad una criticità che forse i media hanno sopito in loro. Tale metodica inoltre li stimolerebbe a comunicare ai propri pari, con la possibilità di avere una “corsia preferenziale” rispetto alla soluzione precostituita offerta tipicamente dall’adulto. Una trappola in cui un progetto preventivo infatti non dovrebbe incorrere è quella fornire obblighi elencando azioni lecite e comportamenti illeciti. Non è possibile fare l’elenco di ciò che si deve o non si deve fare, perché un approccio di questo tipo, oltre a risultare poco utile, potrebbe rivelarsi persino controproducente e portare i giovani ad attuare comportamenti opposti a quelli insegnati.
Concordando con precedenti lavori, il ruolo centrale dell’adolescente e quello educativo dell’adulto devono necessariamente confrontarsi al fine di costruire progetti mirati a prevenire i rischi dati da azioni pericolose [25] e cristallizzare nel “futuro adulto” tali insegnamenti. L’adulto deve necessariamente fungere “da esempio”, altrimenti ogni intervento risulterebbe improduttivo e poco credibile.
L’efficacia della prevenzione dipende quindi dalla reale disponibilità a rendere i ragazzi parte attiva nella valutazione e critica dei comportamenti che si intende prevenire.
Terminiamo rammentando che sebbene tuttora la ricerca abbia sottolineato l’assenza di una relazione diretta tra conoscenza e comportamento [26], rimaniamo dell’opinione che gettare un “ponte” sincero fra il mondo degli adolescenti e quello degli adulti educando ad una maggiore criticità potrebbe mitigare i pericoli maggiori.
Note:
1 Jeanette Gonzalez, Tiffany Field, Regina Yando, Ketty Gonzalez, David Lasko, Debra Bendell Adolescent perceptions of their risk-taking behavior. Adolescence, Fall, 1994
2 Bosma H., Jackson S.(1990), Coping and self-concept in adolescente, Sprinter, Berlin
3 Holtz KD, Twombly EC J A preliminary evaluation of the effects of a science education curriculum on changes in knowledge of drugs in youth. Drug Educ. 2007;37(3):317-33<br>4 Dolcini, M. M., Cohn, L. D., Adler, N. E., Millstein, S. G., Irwin, C. E., Kegeles, S. M., & Stone, G. C. (1989). Adolescent egocentrism and feelings of invulnerability: Are they related? Journal of Early Adolescence, 9(4), 409-418
5 Jessor R., Jessor S.L. (1977), Problem behavior and psychosocial development.A longitudinal study of youth. Academic Press, New York.
Langer LM, Tubman JG. Risky sexual behavior among substance-abusing adolescents: psychosocial and contextual factors. Am J Orthopsychiatry. 1997 Apr;67(2):315-22.
6 Geldard, F.A. (1972). "Psicofisiologia degli organi di senso". Martello, Milano.
AAVV. "Sensazione e Percezione". Zanichelli, Bologna, 2007
7 Tonkins, R. S. (1987). Adolescent risk-taking behavior. Journal of Adolescent Health Care, 8, 213-220
8 Alexander, C. S., Young, Y. J., Ensminger, M., Johnson, K. E., Smith, B. J., & Dolan, L. J. (1990). A measure of risk taking for young adolescents: Reliability and validity assessments. Journal of Youth and Adolescence, 19(6), 559-569
9 Zuckerman, M., Sensation Seeking: Beyond the Optimal Level of Arousal, Lawrence Erlbaum Associates, Hillsdale, New Jersey, 1979
10 Zuckerman, M., Are you a risk-taker? In Psychology Today, 2000, Nov/Dec., pp. 54-87.
Forresi B.L’ascolto del disagio in adolescenza- Telefono Azzurro- Sallustiana Editrice
11 Brooks TL, Woods ER, Knight JR, Shrier LA. Body modification and substance use in adolescents: is there a link? J Adolesc Health. 2003 Jan;32(1):44-9
12 Steele JR, Raymond RL, Ness KK, Alvi S, Kearney I. A comparative study of sociocultural factors and young adults' smoking in two Midwestern communities.Nicotine Tob Res. 2007 Jan;9 Suppl 1:S73-82.
13 Giordani M., Noro A. NAUTIBUS,esperienze e strumenti di intervento sociale con adolescenti. FrancoAngeli editore Milano, 2004
14 Donovan, J. E., & Jessor, R. (1985). Structure of problem behavior in adolescence and young adulthood. Journal of Consulting and Clinical Psychology, 53, 890-904.
15 PHINNEY J.S., GOOSSENS L. Introduction: Identity development in context. Journal of Adolescente Volume 19, Issue 5, October 1996, Pages 401-403
16 Dion K.L., Baron R.S.,Miller N., Why do groups make risiker decisione than individuals? In Berkowitz L. (a cura di), Advances in experimental social psychology, Academic Press, New York, 1978, vol V.
17 ISTAT. Statistiche degli incidenti stradali, anno 2003
18 Culotta C., Cecconi R., Ferrando G. Indagine sugli incidenti negli adolescenti genovesi che usano il ciclo motore Bollettino Epidemiologico Nazionale - Notiziario ISS - Vol. 17 - n. 11 Dicembre 2004
19 Alesci NL, Forster JL, Blaine T. Smoking visibility, perceived acceptability, and frequency in various locations among youth and adults.Prev Med. 2003 Mar;36(3):272-81.
20 ibidem
21 Officina della mente. Guida scegliendo la vita: la percezione del rischio nei giovani. Udine 4 dicembre 2007 Auditorium Zanon http://www.auxilia.fvg.it/percezione%20del%20rischio.htm
22 Rolison MR, Scherman A. College student risk-taking from three perspectives. Adolescence. 2003 Winter;38(152):689-704.
23 Elkind, D., Bowen, R. (1979). Imaginary audience behavior in children and adolescents. Developmental Psychology, 15, 38-44.
24 Mian, E. “Body Image 07: a prevention program for Eating Disorders in Italian adolescents”- European Council on Eating Disorders- Porto 2007
25 Bonino S., Cattelino E., Ciairano S. Adolescenti e rischio: comportamenti, funzioni e fattori di protezione. Giunti, 2003
26 ibidem
Savadori L., Rumiati R. (1996), Percezione del rischio negli adolescenti italiani. Giornale Italiano di Psicologia. 1, 85-106.
Autore: Emanuel Mian, psicologo perfezionato in diagnosi e trattamento dei disturbi del comportamento alimentare. Giudice Onorario della Corte d'Appello sez. Minori del Tribunale di Trieste. Presidente dell’Istituto di Ricerca Internazionale sulla Salute ed il Disagio in Adolescenza (I.R.I.D.S.A.). Responsabile e Consulente di progetti di ricerca e prevenzione sui disturbi del comportamento alimentare (anoressia, bulimia, binge eating), sull’abbandono scolastico e sull’uso delle nuove tecnologie nell' apprendimento. Membro di Auxilia Onlus per la tutela dei soggetti deboli con il protocollo d’intesa con il Ministero della giustizia. Collaboratore di redazione di SocialNews mensile di informazione sociale organo di divulgazione del Dipartimento Giustizia Minorile del Ministero della Giustizia.
copyright © Educare.it - Anno VIII, Numero 5, Aprile 2008

