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Le origini e le rationes della mediazione familiare

Nel romanzo “Le città invisibili” (1972) Italo Calvino scriveva, tra l’altro: “Questa è la base della città: una rete che serve da passaggio e da sostegno. […] Sanno che più di tanto la rete non regge”. La citazione per evidenziare quanto la nostra società si stia slabbrando, come una tela sempre più lisa e forata, mentre saltano i fili che ci legano gli uni gli altri.

In un processo che in filosofia è stato chiamato anche allergia [1], l’altro diventa prima estraneo, poi incomprensibile e infine nemico. Tale malessere sta interessando anche la fibra primordiale del tessuto sociale, la famiglia, e per questa ragione si stanno sempre più diffondendo ed affermando attività quali la consulenza familiare, la terapia familiare, la mediazione familiare ed altre figure affini. Queste ultime definite relazioni d’aiuto, sono concepite come spazi d’incontro in cui le persone e le famiglie - che vivono momenti di crisi nel loro ciclo vitale e si percepiscono più incapaci nell’affrontare da sole le difficoltà - con la guida di esperti, si riappropriano delle loro capacità e responsabilità per scegliere al meglio per la propria vita senza delegare compiti a terzi (come, nei casi estremi, ad assistenti sociali, avvocati e giudici), ma recuperando un “sano protagonismo” nella vita personale, familiare e sociale. Quella su cui si discute maggiormente, anche perché nel nostro ordinamento a differenza di altri Paesi europei ancora manca una legge in materia, è la mediazione familiare.

Le origini della mediazione familiare

La mediazione familiare è nata ufficialmente negli U.S.A., ma se ne ritrovano radici anche in Brasile ed Argentina.
Negli Stati Uniti la tecnica della mediazione è nota sin da tempi remoti: nel periodo della prima guerra mondiale si utilizzava soprattutto per le controversie di lavoro, poi si è molto estesa sino ad applicarsi nell'ambito familiare. In California, già nel 1939, iniziò ad operare, quale dipartimento della Corte Suprema della California, la Los Angeles County Conciliation Court, che, tra gli altri, aveva come scopo quello di «favorire il bene della famiglia tramite la prevenzione dei conflitti e la protezione dell'istituto familiare, anche attraverso l'utilizzo di strumenti idonei alla riconciliazione ed alla predisposizione di accordi amichevoli volti alla soluzione pacifica delle controversie familiari» (California's Code, Sec. 1730). Nel 1960 sorgeva il primo servizio di mediazione del Dipartimento di conciliazione del Tribunale di famiglia di Milwaukee (città principale del Wisconsin). Ufficialmente si fa risalire, però, la diffusione della mediazione familiare agli inizi degli anni settanta, quando Jim Coogler, avvocato e terapeuta familiare, mentre discuteva del suo recente divorzio con alcuni amici e colleghi che avevano vissuto la medesima esperienza, elaborava l'ipotesi di affrontare le questioni relative alla separazione e al divorzio al di fuori e prima dell’ambiente giudiziario col coinvolgimento diretto e responsabile dei coniugi. Avendo maturato una lunga esperienza nell'ambito della mediazione di lavoro, come altri pionieri che lo seguirono, sperimentava la mediazione familiare, che ancora oggi conserva caratteri multidisciplinari ed interdisciplinari e proprio per queste origini è considerata geminazione della mediazione di lavoro.
A metà degli anni settanta, Coogler fondava la Family Mediation Association e formulava le cosiddette "regole matrimoniali" (marital mediation rules) realizzando il primo modello di mediazione familiare, limitata all'ambito della separazione e del divorzio, di tipo "strutturato", in pratica gli eventi separativo e divorzile sono considerati come una fase "normale" del ciclo di vita di un numero sempre più crescente di persone, e di tipo "globale", ossia estesa a tutte le questioni derivanti dalla dissoluzione della coppia.
Successivamente altri terapeuti, sulla base delle proprie esperienze personali e lavorative, hanno creato altri modelli. A partire dal 1974 la metà degli Stati nordamericani offrono servizi di mediazione vincolati ai tribunali.

La mediazione familiare si è diffusa dagli U.S.A. in Canada, dove si comincia a proporre la mediazione in seno ai servizi di conciliazione presso i Tribunali di Famiglia ad Edmenton (capoluogo di Alberta) nel 1972, nell'Ontario (1975) e nel Quebec (1981); nel 1986 l'Associazione dei Mediatori di Ontario redige il primo Codice Deontologico dei Mediatori familiari. Poi, dal Quebec, attraverso le influenze francofone, è giunta in Francia, dove a differenza del modello americano detto conciliativo, limitato alle questioni di separazione e divorzio e finalizzato essenzialmente ad alleggerire i tribunali civili del volume di contenzioso, si è sviluppato un modello cosiddetto sociale, che tende ad occuparsi di tutte le disarmonie interpersonali.
Contemporaneamente alla Francia è giunta in Inghilterra e negli anni ottanta ha cominciato a circolare in tutta Europa dove era una novità la mediazione familiare, ma non la tecnica della mediazione. Così è stato anche nel nostro Paese in cui la mediazione familiare è stata promossa a Milano dall’associazione GeA - Genitori Ancora e a Bari dall’associazione C.R.I.S.I. (Centro di Ricerche e Interventi sullo Stress Interpersonale) ed ha suscitato dapprima l’attenzione dei legislatori regionali e, poi, timidamente quella del legislatore nazionale (l’ultima menzione si è avuta nella legge 8 febbraio 2006 n. 54).



Le ragioni della mediazione familiare

Prima della comparsa della mediazione, i nodi problematici d'ogni famiglia erano dipanati, nella migliore delle ipotesi, nella famiglia stessa (che, per natura, è “spazio” di mediazione) oppure con l’aiuto del parroco o delle figure anziane nella famiglia patriarcale o ancor di più dalle mature vicine di casa.
Ma in quest’epoca di autismo collettivo, se i dialoghi in famiglia s'interrompono e sorgono conflitti insormontabili si pone la necessità di un intervento professionale, che costruisca ponti e fornisca strumenti affinché le persone coinvolte siano in grado di trovare una nuova dimensione relazionale. Per questo motivo, attività sociali come la mediazione familiare (ed altre complementari) sono giustamente definite come “servizi”, perché offrono una guida, una sorta di “bussola” alla persona e alla famiglia per ritrovare se stesse.
La mediazione familiare incarna lo spirito dell’art. 2 della nostra Costituzione soprattutto nella parte relativa alla solidarietà, perché anche quando in una famiglia si rompono dei vincoli rimangono delle relazioni, per esempio i genitori, anche se si separano o divorziano tra loro, non smettono d’essere tali rispetto ai figli; pure tra ex-coniugi, sebbene in famiglie ricomposte, vi sono delle conseguenze di natura patrimoniale indicate come “solidarietà post-coniugale”. La mediazione familiare, dunque, si adopera per ri-educare alla solidarietà familiare, che è alla base di qualsiasi altra forma di solidarietà collettiva; con essa si contribuisce a recuperare quel “principio comunità” che è fondamento del vivere umano [2].
In definitiva, prima ancora di essere una professione, la mediazione è una funzione sociale (mutuando la terminologia della nostra Costituzione) a sostegno del ruolo sociale della famiglia e di questo si dovrebbe tener conto in un auspicato quadro normativo organico relativo alle relazioni familiari.



Note:

[1] Giuseppina Strummiello, Il logos violato - La violenza nella filosofia, ed. Dedalo (2001), pp. 142-143

[2] M. Buber, Il principio dialogico ed altri saggi, San Paolo Edizioni (2001)

 


copyright © Educare.it - Anno IX, Numero 6, Maggio 2009