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Anoressia: oltre il corpo
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Ho analizzato i disturbi del comportamento alimentare e in particolare l’anoressia seguendo l’approccio psicoanalitico, tralasciato dai più in favore di quello sociologico. Questo studio ha messo in luce vari aspetti, primo fra tutti il fatto che l’anoressia è la manifestazione di un disturbo del legame con l’Altro; ne sono testimonianza la tendenza all’isolamento e la diserzione della tavola come punto di incontro con il cibo e con gli altri.
Ne consegue che la sregolatezza alimentare rinvia ad una sregolatezza relazionale del soggetto. Ma tale patologia, è anche un tentativo di risposta al rapporto insostenibile con l’Altro, soprattutto l’Altro materno. In questo senso il sintomo vuole essere un tentativo, inconscio, di separazione dall’Altro troppo invasivo o del tutto assente. Questa “separazione” non consente al soggetto di raggiungere un’effettiva autonomia, ma lo inchioda al miraggio di un’autonomia illusoria frutto del raggiungimento del perfetto controllo di ogni bisogno; in altre parole, attraverso l’illusione di poter controllare ogni cosa della propria vita, il soggetto anoressico si convince di aver raggiunto quell’autonomia desiderata che in realtà altro non è che un’ulteriore forma di dipendenza. La cura dell’anoressia punta, allora, ad andare oltre il binomio autonomia-dipendenza, e a fare accettare la dipendenza dall’Altro, perché solo così si può sperare in una reale autonomia.
Alla luce di quanto detto è evidente l’importanza che il legame madre-bambino assume sin dai primi istanti di vita; ne è testimonianza il fatto che, benché il periodo immediatamente successivo alla nascita sia stato considerato in maniera diversa dai vari psicoanalisti, questi si trovavano d’accordo col dire che inizialmente il bambino presenta una fase indifferenziata, cioè non vi è distinzione tra mondo esterno e mondo interno e di conseguenza non esiste alcuna rappresentazione di sé e dell’ oggetto [1]; quindi non esiste oggetto perché il bambino non ha ancora la capacità di mentalizzare il mondo esterno.
Solo recentemente, la ricerca psicologica sui primi anni di vita ha posto in evidenza che invece il bambino è fin dall’inizio estremamente attivo nei confronti del mondo esterno e che è dotato di capacità superiori a quelle che in tempi passati gli erano state attribuite. Il bambino è ora visto come partecipante attivo al mondo esterno e numerose ricerche sull’interazione precoce madre-bambino hanno rivelato comportamenti interpersonali che possono essere considerati importanti precursori della rappresentazione di sé e dell’oggetto. I neonati, infatti, non solo ricercano l’interazione (per esempio tramite il sorriso) ma possono anche modularla e regolarla attraverso le proprie reazioni. Questi comportamenti innati rendono il bambino capace di impegnarsi in una precoce interrelazione con l’Altro.
Del resto Winnicott [1958] aveva già sostenuto l’esistenza di un’area di interazione madre-bambino nella quale si sviluppa una forma privata ed esclusiva di comunicazione.
Seppure a due-tre mesi di vita non si può ancora parlare di oggetto, è possibile affermare che da questo momento le attività del bambino, i suoi affetti, le sue percezioni, sembrano avere il loro centro di riferimento nell’interazione con la madre; queste prime esperienze unite al clima affettivo in cui si sviluppano costituiscono le basi per la formazione dell’oggetto libidico [2].
Solo dopo l’ottavo mese il bambino acquisisce la consapevolezza dell’unicità della figura materna che rappresenta il punto di riferimento delle sue esperienze affettive; dalla sua relazione con lei egli imparerà a porsi in relazione con gli altri.

