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  • Categoria: Monografie

La televisione, madre sostitutiva e desiderata - Seconda parte

Il mondo simbolico che ha origine e nutrimento dal mondo televisivo non riesce a sostenere la gerarchia sociale e intellettuale che sono le condizioni di esistenza dell’infanzia: il confine tra infanzia e età adulta si assottiglia, e da faticosa conquista si trasforma in immagini sovrapposte, ormai indistinguibili.

 

La televisione dissolve una gerarchia delle informazioni: il dominio delle immagini sul linguaggio è pressoché assoluto. Certo, esistono programmi televisivi che si limitano a ‘riprodurre un ambiente’, ad esempio una sala conferenze, ma costituiscono una eccezione (per lo stesso motivo per cui non viene usato un Boeing 727 per il servizio postale tra due luoghi poco distanti: non sarebbe il mezzo adatto).

La dimostrazione che la televisione è una offerta primitiva, e irresistibile alla logica più complessa della parola stampata sta nel fatto che non sia necessaria nessuna forma di educazione (e di apprendimento), non esiste nessun manuale per insegnare a guardare la TV: non sono richieste capacità specifiche, né tantomeno ne sono sviluppate. I requisiti per vederla sono così elementari, sottolinea Damerall, che non si è ancora sentito parlare di qualcuno che ne sia incapace.

È la stessa natura non gerarchica dei programmi televisivi a escludere l’esistenza di una ‘televisione per bambini’: la televisione è per tutti, indistintamente fruibile, ugualmente godibile, in contraddizione con un possibile uso esclusivo. Come un bicchiere d’acqua (forse un po’ inquinata).

Incapace di tenere per sé i segreti propri dell’età adulta, la televisione disvela e cancella l’infanzia, incarnando quel principio di verità assoluta che irrompe nel mondo dei bambini e toglie loro il gusto di una ricerca e della scoperta. E tale rivelazione avviene alla velocità di 1.200 immagini all’ora. Moltiplicare questo numero per le ventiquattro ore al giorno (e per i giorni della settimana, per gli infiniti canali televisivi) sembra costituire la spiegazione, e la giustificazione, al fatto che in televisione si possa trattare qualsiasi argomento: esauriti il bilancio, la crisi energetica, le imminenti elezioni, i nuovi assetti familiari, si passerà alla violenza, all’incesto, alla morte in diretta, alla ostentazione della vita privata, alla dieta del mese. E qualunque talk shaw che si rispetti (così come i telegiornali) è in grado di passare con disinvoltura dal monte premi strabiliante appena accumulato all’ultimo caso di pedofilia, senza nessuna possibile diversificazione né restrizione di informazioni.

Questo non vuol dire che i bambini dovrebbero vivere in un mondo ‘ripulito’ dalla violenza, dallo squallore, dal sesso, ma che dovrebbero venirne a conoscenza così come accadeva ascoltando le favole: una rivelazione gestita e mediata da un adulto.

I bambini attuali sono senza dubbio i più informati rispetto a quelli di qualsiasi epoca precedente. Secondo una delle metafore più in voga, la televisione apre per loro (e per chiunque altro) una finestra sul mondo. La metafora è appropriata, ma la sua accezione esclusivamente positiva suscita qualche perplessità, e il motivo per cui debba essere considerata come un segno di progresso costituisce un mistero.

La conclusione a cui giunge Postman è che l’eccesso e la non discriminazione delle informazioni offerte dalla televisione abbia annullato (o stia annullando) la distinzione tra infanzia ed età adulta, attirando e confondendo queste due dimensioni verso una unica dimensione esistenziale.

Volendo proporre una metafora da contrapporre alla finestra sul mondo, egli sostiene che "avendo assaggiato il frutto precedentemente proibito dell’informazione riservata agli adulti, essi vengono cacciati dal paradiso dell’infanzia".