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  • Categoria: Monografie

L'empatia secondo l'approccio fenomenologico

La tematica dell’empatia (Einfuhlung) acquisisce una spiegazione in chiave fenomenologa grazie all’opera di Edith Stein, raccolta nella sua dissertazione di laurea intitolata Il problema dell’empatia nel suo sviluppo storicoe nella trattazione fenomenologia (1917), a noi nota come L’empatia (1999). Il termine “empatia” era stato già affrontato da alcuni studiosi appartenenti alla riflessione estetica di fine Ottocento (Friedrich Theodor Vischer, Robert Vischer), e di inizi Novecento con il saggio di Theodor Lipps Empatia e godimento estetico (1906).

La riflessione della Stein si avvale dell’insegnamento del metodo di analisi husserliano “la cui analisi consente di delineare le caratteristiche del soggetto umano a partire dalla sua intersoggettività” (Del Gaudio, 2005). Husserl si occupò per tutta la vita dell’empatia ma aveva molta resistenza a farci i conti, infatti ne Logica formale e trascendentale (1929) la definisce “una parola sbagliata e un penoso enigma”. La sua allieva Edith darà un’accezione diversa a questo termine, considerandolo non più un enigma, bensì un problema.

Con Husserl l’empatia “viene a costituire la via per mezzo della quale il soggetto sperimenta l’esistenza di soggetti altri –diversi da lui, ma facenti parte del mondo circostante- ed è contemporaneamente portato a superare la visione del suo mondo soggettivo per giungere alla visione del mondo oggettivo” (Lodigiani, 2005).
Husserl apre il dibattito sulla visione dualista: una visione oggettiva in cui siamo sempre in relazione risonante, e dove avviene un rispecchiamento con gli altri; ed una visione soggettiva che consiste nella consapevolezza affettiva di Sé che permette di capire cosa prova l’altro. Le visioni soggettive sono molte e sono le forme del nostro “metterci nei panni dell’altro”.

La Stein vuole innanzitutto superare tale dualismo, definendo l’empatia come “la piccola porta attraverso la quale si gioca una sfida più grande: prendere coscienza dell’alterità incancellabile che vi è tra soggetto e natura e tra soggetti diversi ma al tempo stesso individuare le condizioni di possibilità di rapporto e comunicazione tra questi poli” (Nicoletti, 1986).
L’autrice, nella seconda parte dell’opera intitolata L’essenza degli atti di empatia cerca di designare l’essenza dell’empatia e il suo ruolo nella costituzione del soggetto, definendola come “esperienza di soggetti altri da noi e del loro vissuto”.
La Stein dice di fermarsi sulle parole: in tedesco Einfuhlung significa “sentire, provare dentro” o, meglio, “soffrire dentro”, ma anche “sentire all’unisono, insieme”. Nel concetto di empatia vi sono due aspetti centrali: quello percettivo-cognitivo che sta nel rendersi conto di come pensa, sente l’altro; e quello pratico-morale in cui si condivide cosa sente l’altro e quindi c’è solidarietà con l’altro. Dunque, io non percepisco solo una faccia o un’azione in presa diretta, ma la vivo, cioè seguo, immagino, anticipo, rifiuto il vissuto che essa manifesta. Io ho pertanto un’esperienza che assomiglia, ma non è identica a quella dell’altro e che quindi può scaturirmi risposte orientate verso di me (fuga, sottovalutazione del dolore) o verso l’altro.

Il problema si pone in questi termini: riconoscere il problema dell’empatia significa rendersi conto di che cosa fa, sente e vuole l’altro. C’è da capire se questo “rendersi conto” è una forma congetturale, oppure una proiezione, o una magica comunicazione delle anime.
Il verbo tedesco gewahren (rendersi conto) è determinante al fine della comprensione. Appunto, la Stein (1999) ci riporta un frangente della sua esperienza vissuta: “Un amico viene da me e mi racconta che ha perduto suo fratello e io mi rendo conto del suo dolore. Che cosa è questo “rendersi conto”? non mi interessa qui capire su che cosa si fonda il suo dolore o da che cosa io lo deduco. (…) Non per quali vie io arrivo a questo “rendersi conto”, ma che cosa è in se stesso, questo è ciò che vorrei sapere”.

Qui c’è il dolore di un altro che non può essere percepito come una cosa; esso è presente qui e ora, ma la modalità con la quale ci è dato non è originaria, infatti non ci è immediatamente presente, dobbiamo “presentificarlo” a noi stessi. La non-originarietà è data dal fatto che il contenuto è il contenuto di un altro soggetto, di un soggetto altro da me. Dunque, l’originarietà con cui l’altro vive una data esperienza non è data a me, ma la mia appercezione empatica è reale. Gli atti per mezzo dei quali è possibile “ottenere”, o meglio, comprendere le realtà non originarie (es. il dolore dell’altro) sono il ricordo, l’attesa, la fantasia. Una volta che mi sono reso conto del vissuto dell’altro, sarà il momento di “impossessarmene” maturandolo dentro il mio animo, senza superare i limiti della mia individualità (Stein, 1999). L’immedesimazione con l’altro deve essere contenuta poiché se è eccessiva diviene catastrofica per sé e per gli altri. Dice la Stein che con l’empatia l’Io è aperto ad altri Io, ne coglie la vita interiore, può empatizzare le esperienze vissute, ma nel momento della massima partecipazione e immedesimazione, l’Io non sparisce, non si dissolve nell’Io dell’altro. L’Io resta accanto all’altro, gli è solidale ma sempre diverso, contraddistinto dalla sua unicità. Non è possibile “uscire” dalla nostra soggettività per abbracciarne completamente un’altra; bensì “l’Io può uscire fuori di sé senza lasciare se stesso” (Del Gaudio, 2005).