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L'empatia secondo l'approccio fenomenologico - All’empatia tramite l’osservazione interiore


All’empatia tramite l’osservazione interiore

La recente studiosa dell’empatia, Laura Boella (2006), partendo da Edith Stein, sostiene che “l’empatia non è una semplice risonanza emotiva tra l’Io e l’altro, cioè non avviene sempre. Per sentire e conoscere l’altro come soggetto d’esperienza sono necessarie una consapevolezza di sé affettiva e cognitiva. Vale a dire che se io non ho un equilibrio, se non mi sento emotivamente ricco con un proprio profilo individuale nel mondo, non posso comprendere l’altro, non posso attribuire all’altro la qualità di persona”. L’empatia compiuta è propriamente umana, deve essere sviluppata e quindi presuppone uno sviluppo emotivo all’interno di una serie di esperienze. In questo contesto prende vigore l’atto dell’introspezione personale attraverso l’altro. L’osservazione interiore rappresenta l’obiettivo principale per l’empatia intesa come fonte di conoscenza. Questo perché l’empatia è un’esperienza in cui gli elementi di coinvolgimento delle emozioni e delle facoltà cognitive diventano fondamentali. Attraverso l’empatia con l’altro si ha una condivisione da cui ne consegue una consapevolezza, una comprensione: vale a dire che io non posso intuire direttamente cosa prova l’altro (perché non sono dentro l’altro), ma posso intuire cosa provo io (appellandomi al ricordo, alla fantasia e all’attesa), da cui ne consegue una consapevolezza degli stati affettivi e cognitivi dell’altro. L’empatia si riferisce non solo a livello cognitivo ma anche a livello affettivo: c’è un intuire, capire i pensieri e le emozioni dell’altro, ma c’è anche una condivisione delle emozioni dell’altro. Ecco che, come afferma giustamente la Boella (2006), “l’empatia ci porta all’idea di un comune destino, di fragilità, di dipendenza, di bisogno dell’altro poiché in essa avviene un mutuo riconoscimento”.

Il grande filosofo Wilhelm Dilthey approfondisce il significato della “comprensione” che sta alla base dell’empatia: l’uomo comprende se stesso proprio a partire dall’osservazione interiore dell’esperienza vissuta e vivente, la quale ha il carattere non solo della rappresentazione, ma anche del sentimento, della passione, della volontà. L’uomo attraverso la comprensione (interpretazione) dei significati, modifica e trasforma tale esperienza. Inoltre, l’uomo non è mai solo, isolato; la sua vita non è chiusa all’infinità del suo Io, poiché i rapporti con gli altri uomini e con la realtà esterna gli sono costitutivi.
Noi, insieme all’altro, partecipiamo simpateticamente alle emozioni, sentiamo insieme, per cui la comprensione diviene un rivivere. Nella comprensione, secondo Dilthey (1883), si realizza l’unità soggetto-oggetto che è il contrassegno dello scienze dello spirito: “il comprendere è il ritrovamento dell’Io nel Tu”. Nella comprensione si supera il dualismo per cui l’oggetto è lo stesso soggetto che indaga. L’oggetto delle scienze dello spirito è interno all’uomo, è l’Erlebnis, cioè l’esperienza vissuta e vivente.

Il termine “comprendere”, già a partire da Dilthey, si dà nella sua valenza letterale, di contenere, unire in sé, mettere insieme, e quindi “comprendere” come “accogliere”, “condividere”.
Dilthey ha influenzato la prassi analitica e il modo di comportarsi degli analisti. Le attuali scuole psicoanalitiche centrate sul modello relazionale (psicologie dell’Io, delle relazioni oggettuali e del Sé) pongono l’empatia come elemento fondamentale nella relazione terapeutica e in quella educativa tra genitori e figli, tra coniugi, tra adulti.

Lo psicoanalista americano Heinz Kohut (1980, 1982) ritiene che l’empatia non sia soltanto un “mettersi nei panni dell’altro”, “vedere il mondo con gli occhi dell’altro”, “assumere il ruolo dell’altro”, anzi dice che questi sono luoghi comuni; egli afferma che l’empatia è una questione di affettività profonda che interviene prima degli stati cognitivi, poiché nella relazione empatica vengono messi in atto inconsciamente oggetti interni, oggetti Sé (la madre e il padre), risorse di rassicurazione. Essa è una comunicazione profonda in cui avviene una comunione di stati affettivi.

Un altro psicanalista, il celebre Erich Fromm (1969) della scuola di Francoforte, definisce l’empatia in questi termini: “Ciò significa che non si guarda all’altra persona dall’esterno – essendo la persona l’oggetto – ma che ci si pone nei panni dell’altra persona. Non si tratta di un rapporto dell’Io verso il Tu, ma di una relazione caratterizzata dalla frase Io sono te”.

L’empatia “permette inoltre di indagare i processi interni della coscienza valorizzando l’interiorità dell’essere umano (…) la dimensione comunionale della sua natura, aperta alla comunicazione intersoggetiva con altri soggetti spirituali e quindi alla solidarietà e alla comunità, la cui struttura viene rilevata in modo analogo a quella di una personalità individuale” (Del Gaudio, 2005). La Stein ci definisce meglio il concetto di comunità in questi termini: “quando gli individui sono aperti gli uni nei confronti degli altri, quando le prese di posizione dell’uno non vengono respinte dall’altro, ma penetrano in lui dispiegando appieno la loro efficacia, allora sussiste una vita comunitaria in cui entrambi sono membri di un tutto e senza tale rapporto reciproco non può esservi una comunità” (Stein, 1996).
Conoscere l’empatia mi fa integrare nell’esperienza di relazioni anche l’esperienza di non relazione, con i punti oscuri che non riesco a capire, che possono dipendere anche dalla mia ignoranza verso culture altre (Boella, 2006).
L’empatia la sperimentiamo casualmente, essa comporta un gestire attivamente con consapevolezza emotiva la nostra relazionalità, qualunque sia l’origine. E’ un fenomeno che mi porta ad una ricerca da farsi con l’altro, in cui questo altro è riconosciuto, e quindi non è una mia proiezione, non è costruito da me. Affinché l’empatia si realizzi c’è bisogno di “lavorare”, di gestire attivamente tutti gli elementi che entrano nella relazione. Una relazione che in virtù di essa si fa sempre più sensata e autentica. A capo di tutto c’è la capacità di base, data dalla relazionalità originaria con la madre, la quale fonda le basi neurofisiologiche. Tale capacità di base si riattiva e si modula a livello individuale ogni volta che entriamo in relazione con gli altri.

I recenti studi delle neuroscienze riguardo le basi neurobiologiche dell’empatia ci confermano quanto sostenuto dalla psicologia di fine Ottocento e dalla fenomenologia del Novecento. Entrambi gli studi, propriamente, quelli delle scienze naturali e quelli delle scienze umane, si toccano per andare sempre più a fondo a ricercare elementi di conoscenza di questo fenomeno tanto affascinante che si pone a fondamento di ogni piena esperienza di se stessi e del mondo. L’Einfuhlung nasce e si sviluppa dal ceppo della fenomenologia, da quella nuova modalità di conoscere, da quel nuovo modo di rapportarsi col mondo o meglio di essere nel mondo.

 

 


Bibliografia:
Boella L. (2006), L’empatia nasce nel cervello?, citazioni tratte dal seminario del 1/03/2006 presso l’Università degli Studi di Pisa.
Del Gaudio D. (2005), Dall’empatia alla scienza della croce, in Edith Stein donna di ascolto e dialogo, Edizioni OCD.
Dilthey W. (1883), Introduzione alle scienze dello spirito.
Dilthey W. (1905), Studi per la fondazione delle scienze dello spirito.
Dilthey W. (1910), La costruzione del mondo storico nelle scienze e nello spirito.
Fromm E. (1969), La rivoluzione della speranza – Per costruire una società più umana, Bompiani, Milano.
Husserl E. (1996), Logica formale e trascendentale, Laterza.
Kohut H. (1980), La guarigione del Sé, Boringhieri, Torino.
Koht H. (1982), La ricerca del Sé, Boringhieri, Torino.
Lodigiani G. (2005), “Incontro” ed “empatia”: proposta per un recupero nell’ambito della sociologia dell’educazione, Orientamenti Pedagogici, Vol.52, n.1.
Nicoletti N. (1986), Introduzione a E. Stein, L’empatia, a cura di M. Nicoletti, Il Prisma, Milano.
Stein E. (1999), L’empatia, Milano, Angeli.
Stein E. (1996), Psicologia e scienze dello spirito, Roma, Città Nuova.

 

 


copyright © Educare.it - Anno VI, Numero 6, Maggio 2006