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La tela di Penelope. Riflessioni intorno al laboratorio didattico

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PenelopeL’articolo esplora i guadagni educativi di una didattica laboratoriale sapientemente progettata, affermandone la necessità di un impiego precoce, fin dalla scuola dell’infanzia. La metafora di Penelope, che tesse la sua tela in attesa del ritorno di Telemaco, è utilizzata per tracciare parallelismi utili ad approfondire alcuni aspetti dell’argomento.

 

Introduzione

Il termine “laboratorio” deriva dal latino labor ovvero fatica, con un’accezione che, almeno ad un primo esame, è negativa. A ben vedere, però, il lavoro è uno dei tratti distintivi della nostra specie che, proprio attraverso la fatica, ha vinto la battaglia per la sopravvivenza sul pianeta, non solo adattandosi flessibilmente all’ambiente, ma, dalla rivoluzione agricola in poi (12000 anni fa ca), modificandolo in base alle proprie esigenze. È più corretto, pertanto, qualificare il lavoro come affermazione di sé, uno sforzo che apre le porte alla libertà, ovvero alla possibilità di scegliere e raggiungere le mete individuate. Nella didattica, l’approccio laboratoriale mantiene queste accezioni positive, poiché permette di accogliere le diversità di ciascun discente promuovendo la formazione integrale della persona. Inoltre, la richiesta di sforzo e applicazione sul compito offre l’esperienza del “sacrificio”, termine desueto e stigmatizzato, eppure portatore di una profonda valenza educativa. Dal latino sacrum facere, l’etimologia non rimanda alla privazione, ma alla celebrazione di ciò che è importante (rendere sacro), che ha valore perché dà senso alla nostra esistenza.

Cittadinanza, partecipazione e democrazia

La didattica laboratoriale ha un elevato potenziale inclusivo poiché ciascun alunno può partecipare, indipendentemente dalle sue condizioni di partenza e, allo stesso tempo, secondo le sue peculiarità. In questa prospettiva, il laboratorio può offrire esperienza di cittadinanza, intese sia come possibilità di partecipazione attiva che come responsabilità e cura verso l’altro, soprattutto se più debole. Si lavora insieme in vista di uno scopo comune, in una logica di corresponsabilità in cui ciascuno dà il proprio contributo secondo le proprie possibilità.

Quando il docente cede parte delle proprie prerogative professionali al gruppo classe, promuove l’empowerment degli alunni, che imparano a confrontarsi, ad agire e risolvere i problemi posti, sperimentando soluzioni originali e innovative. Non solo: un laboratorio ben progettato può diventare un contesto di esperienza democratica, sia per gli aspetti di processo sia di contenuto, offrendo “diritto di cittadinanza” non soltanto agli aspetti cognitivi, legati al sapere e al saper fare, ma anche ai livelli più profondi della persona entrano in gioco: elementi motivazionali, emotivi, affettivi.

Si possono considerare cittadinanza e democrazia come due “fili portanti” della tela laboratoriale, che si sviluppano ed apprendono in modo induttivo attraverso la full immersion in una situazione reale, problematica, sfidante. Inoltre, il rispetto di norme condivise per il lavoro di gruppo è scuola di convivenza, cosicché il laboratorio può diventare un luogo inclusivo e accogliente in cui vengono sostenute l’accettazione di sé e dell’altro da sé.

L'articolo completo in italiano è disponibile in allegato per gli abbonati.


Autrice: Valeria Caricaterra. Pedagogista, docente a contratto nel Corso di laurea in Scienze della formazione primaria dell'Università LUMSA. Si occupa di didattica della storia, di educazione alla cittadinanza ed interculturale, di didattica metacognitiva e cooperativa.


copyright © Educare.it - Anno XXII, N. 9, Settembre 2022
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