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La gestione delle relazioni interculturali in adolescenza: un’esperienza di formazione nella scuola superiore - Dalla percezione al pregiudizio passando per lo stereotipo

 

Dalla percezione al pregiudizio passando per lo stereotipo
È di fondamentale importanza iniziare ad offrire, soprattutto dalla preadolescenza, alcuni elementi di lettura non solo della realtà circostante, ma anche di se stessi. Ecco perché, nell’introdurre le attività sulla relazione interculturale, parliamo agli adolescenti dei fenomeni percettivi nell’essere umano. Un primo elemento da far scoprire ai più giovani è che la percezione, prima ancora della conoscenza, non è un processo neutro: percepire, come le scienze neurologiche e psicologiche ci insegnano, non corrisponde a fotografare la realtà “così com’è”. La percezione è un fenomeno complesso e, talvolta, ingannevole.
Introduciamo generalmente gli alunni a queste riflessioni attraverso alcuni “giochi”: il celebre gioco dei nove punti, l’aneddoto del papà e del figlio coinvolti nell’incidente stradale e la visione di alcune immagini ambigue ed illusioni ottiche. Nel primo dei tre la consegna è di unire i nove punti (disposti come segue) con quattro segmenti, senza mai staccare la matita dal foglio:

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Generalmente pochissimi riescono a trovare la soluzione al gioco, illustrata più sotto, per motivi analoghi e specifici pertinenti al tipo di percezione che ricaviamo guardando l’immagine.

Ciò che ostacola la possibilità di arricchire le nostre ipotesi di risoluzione del problema, consiste in quella che Marianella Sclavi chiama “premessa implicita”, ovvero in una strutturazione del campo di un certo tipo. La nostra mente vede nove punti disposti a formare una figura geometrica che conosciamo come “quadrato”, che vediamo come limite delle possibili tracce di matita con cui tentiamo di collegare i punti. Benché nessuno abbia dato come indicazione quella di rimanere all’interno dello spazio delimitato dai punti, esploriamo soluzioni che rimangono dentro il quadrato che si forma nella nostra mente!
Gli adolescenti, dopo aver fatto questa esperienza, riescono a esprimere i motivi che hanno impedito loro di esplorare tutte le possibilità offerte dal gioco. E ne rimangono sorpresi.
La sorpresa, la meraviglia e la sensazione di stupore sono conosciuti sin dall’antichità come stimolo di un percorso di ricerca: è nota a tutti l’affermazione di Aristotele, il quale sosteneva che la filosofia nasce dalla meraviglia. Tale affermazione trova evidenza anche in questa piccola esperienza, così come in tutte quelle attività di formazione che rivelano la non ovvietà delle nostre percezioni del mondo e delle nostre conoscenze.
L’aneddoto del padre e del figlio coinvolti nell’incidente stradale è un altro dispositivo efficace per far scoprire i limiti delle nostre percezioni [3]. L’aneddoto narra di un padre e di un figlio che vengono coinvolti in un incidente stradale nel quale il primo muore, mentre il figlio rimane gravemente ferito e viene trasportato immediatamente all’ospedale dove lo operano d’urgenza. Il chirurgo, alla vista del bambino, esclama terrorizzato: “Oddio, mio figlio!”. La domanda che poniamo agli alunni è: com’è possibile? Gran parte delle soluzioni immediate che gli alunni propongono si muovono entro un campo d’azione definito dalla “percezione” del chirurgo come maschio. Alcuni ipotizzano che il chirurgo sia il padre naturale (mentre quello defunto il padre adottivo o affidatario), altri propendono per la soluzione opposta; c’è chi fa l’ipotesi che il chirurgo riveda nel bambino il proprio figlio defunto, a causa di una somiglianza tra i due e c’è chi, infine, esplora ipotesi ancora più fantasiose, come quella che il chirurgo sia l’amante della madre del bambino. Anche in questo caso può succedere che, ristrutturando il campo percettivo e cognitivo, alcuni trovino la soluzione al problema: il chirurgo è la madre del bambino. La convenzione linguistica che fa immaginare il chirurgo come uomo-maschio, indirizza la ricerca di soluzione entro tale limite ed impedisce di individuare la più semplice. Come nel caso dei nove punti, anche in questo la sorpresa spiazza gli alunni e li pone in una posizione più favorevole a mettere in dubbio l’ovvietà delle proprie percezioni.

Una terza modalità per far riflettere gli adolescenti sulla percezione della realtà e sulla qualità della conoscenza che ne ricaviamo, passa attraverso la visione delle illusioni ottiche e delle immagini ambigue. Ne proponiamo alcune qui di seguito:

modesti_1
modesti_2  
Sono grandi uguali i cerchi centrali?

Le linee sono parallele o no?

   
   


modesti_3

Quanti sono i cubi?


modesti_4

Due volti o un vaso?

 

Le scoperte che gli alunni fanno riflettendo su queste immagini sono essenzialmente due: la conformazione del campo ci rimanda una percezione “ingannevole” dell’immagine e ciò che vediamo dipende dal punto di vista da cui ci poniamo. Nel caso dell’immagine dei cubi, ad esempio, se ci poniamo come osservatori dall’alto contiamo 7 cubi mentre se ci poniamo come osservatori dal basso ne contiamo solo 6. Entrambe le risposte sono valide, a seconda delle condizioni che definiamo all’inizio. Non è possibile, tuttavia, vedere l’immagine da entrambi i punti di vista contemporaneamente.

Il percorso appena illustrato ha lo scopo di introdurre alla conoscenza diretta di cosa sia uno stereotipo e di come esso influenzi la nostra modalità di leggere la realtà e le scelte che operiamo di conseguenza. Per realizzare questo passaggio, utilizziamo un classico gioco di simulazione che tutti i formatori conoscono e adoperano, talvolta con scopi differenti da quelli qui esposti (ad esempio, per l’analisi dei processi decisionali o della comunicazione nei gruppi primari).

Il gioco ha come sfondo l’ipotesi che la terra stia per essere colpita da una catastrofe e che solo sette persone abbiano la possibilità di salvarsi per costituire l’umanità nuova su un altro pianeta. Queste persone devono essere scelte da un elenco che fornisce pochissime informazioni sul loro profilo d’identità: vi troviamo espressioni quali “militante nero”, “sacerdote”, “falegname cieco”, “dottoressa”, ecc. Gli adolescenti, suddivisi per gruppi, sono invitati a decidere in base alle scarne notizie che possiedono. Tuttavia, una volta concluso il lavoro e partita la nave spaziale, giunge un comunicato che fornisce qualche dato in più sull’identità delle persone presenti nell’elenco. Così si scopre che la dottoressa, scelta da tutti per la cura della salute, è una laureata in legge oppure che il falegname cieco, scartato da molti per il suo deficit, è un celebre maestro del legno che sarebbe in grado d’insegnare a chiunque la sua arte. La sorpresa degli alunni, in questo caso, si unisce al riso spontaneo di fronte alla scoperta di essere stati ingannati dalle convenzioni del linguaggio e dagli stereotipi. Attraverso questa esperienza, tutti gli alunni riescono a capire che cosa sia uno stereotipo, al di là di ogni possibile definizione, che forniamo sempre, ma solamente dopo averne fatto esperienza.