- Categoria: Intercultura e scuola
- Scritto da A. Niero, L. Pasqualotto
L'integrazione dei bambini stranieri a scuola
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L'attuazione di servizi ai bambini ed alle famiglie immigrate prospetta ai vari operatori sociali una serie di problemi, che si sommano pesantemente ad una progressiva carenza di risorse e ad un'opinione pubblica ambivalente, non immune da manifestazioni di aperta ostilità.
Al di là delle garanzie che la normativa può riconoscere, si nota una difficoltà diffusa da parte dei servizi di rendersi "accessibili" alle persone più deboli; d'altro canto, gli stessi immigrati extracomunitari stentano a considerare il sistema dei servizi sociali come un supporto reale, in grado di fornire un aiuto nel soddisfacimento dei bisogni essenziali (salute, istruzione, casa).
La breve esperienza dei servizi territoriali del nostro Paese (e tra essi possiamo qui comprendere anche la scuola) è stata sufficiente per evidenziare la difficoltà di dare risposte adeguate a domande e bisogni di culture diverse, evitando nel contempo d'imporre la cultura dominante ed operando invece per la valorizzazione dei gruppi minoritari, il tutto finalizzato ad una migliore integrazione nella società.
Per quanto riguarda i minori, gli operatori si trovano spesso di fronte al dilemma di rispettare l'unità della famiglia e contemporaneamente di proteggere i bambini, specialmente quando si abusa di loro o vengono trascurati.
Allora, come perseguire gli standards minimi di istruzione, cura, assistenza dei minori, tenendo conto delle diversità e variabilità etniche e culturali? Come evitare di diventare agenti di "controllo sociale" nell'imporre, per esempio, ai genitori il modo di allevare i propri figli; o ancora peggio, nel punire i genitori "cattivi", togliendo loro i figli, per collocarli in famiglie affidatarie o in istituti?
Questi interrogativi sono appesantiti da una "condizione di sfondo" molto incerta. Da più parti infatti si denuncia che nel nostro Paese gli interventi in materia di immigrazione continuano "ad avere, in notevole misura, un carattere di emergenza, che condiziona la conoscenza scientifica del fenomeno, la sua percezione da parte dell'opinione pubblica, l'attuazione di adeguate politiche e la possibilità di elaborare un progetto di società che sappia cogliere la sfida della sua trasformazione in senso multietnico" (1).
I minori a scuola
L'inserimento e l'integrazione dei minori extracomunitari avviene principalmente attraverso la scuola, che "è per bambini e ragazzi lo spazio più ampio e diversificato di socializzazione" (2).
Pur nella diffusa consapevolezza di questa possibilità, "i modelli e le strutture educative mostrano difficoltà nel far fronte alla richiesta di istruzione rappresentata dagli immigrati: mantenimento della identità culturale, tutela della lingua e della cultura d'origine (...), fruizione di corsi di lingua e cultura italiana, fruizione di insegnamenti integrativi nella lingua e sulla cultura d'origine" (3).
Ciò è dovuto anche alla peculiarità della situazione italiana, che "si caratterizza per l'elevato numero di etnie presenti (135) registrate nella scuola e per la dispersione degli alunni stranieri sul territorio, salvo concentrazioni in alcune scuole di centri o periferie urbane" (4).
Sono in molti ad osservare come i diversi bisogni dei bambini stranieri e delle loro famiglie abbiano messo in moto un processo di ripensamento dell'intera attività della scuola (nelle sue componenti sia strutturali/organizzative che culturali e pedagogico/didattiche) (5). Secondo A. Perotti, "si è creata l'esigenza di un nuovo quadro di riferimento: non più i bisogni specifici degli immigrati, ma le nuove esigenze generali di una società multiculturale" (6).
La sfida investe prima di tutto gli insegnanti e "comporta la disponibilità a mettersi in gioco come persone, aperte al cambiamento, e quindi a interpretare l'educazione come coeducazione" (7), in un atteggiamento costante di ricerca. E' chiamata in causa, ancora una volta, la professionalità docente.
Si pensi, ad esempio, alla valutazione iniziale delle conoscenze e competenze del bambino immigrato. Secondo Luigina Passuello, "le prime difficoltà si pongono a livello di lettura/comprensione della situazione e dei bisogni dei singoli soggetti, in quanto gli strumenti di cui normalmente l'insegnante si serve (v. tassonomie cognitive, affettive, psicomotorie) vanno profondamente ridiscussi, perché si rendono inattuali rispetto a chi si serve di altri codici per pensare, comunicare e agire. Tutto questo comporta per l'insegnante la messa in discussione del suo punto di vista sull'educazione e delle sue pratiche educative" (8).

