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Bocciare o non bocciare, questo è il problema
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La ormai prossima conclusione dell’anno scolastico ripropone l’annosa questione della valutazione finale degli alunni. Di fronte a profitti incerti, i genitori degli studenti a “rischio bocciatura” si angustiano nel sostenere un recupero in extremis delle materie deficitarie mentre gli insegnanti, nei consigli di classe, si interrogano su quale scelta possa meglio favorire il percorso umano e scolastico dei singoli alunni.
Secondo uno studio pubblicato nel dicembre del 2011 sul British Educational Research Journal dai ricercatori dell’Università di Sydney, coordinati dal professor Andrew Martin, la bocciatura danneggia lo studente e indebolisce la propria autostima. Dallo studio, svolto su un campione di 3261 studenti delle scuole superiori, emerge che i ripetenti erano meno motivati rispetto agli altri compagni e tendevano a fare più assenze. Inoltre, anche sul piano psicologico gli studenti bocciati mostravano un livello di autostima più basso. Il coordinatore della ricerca australiana ha affermato che ''molti studenti perdono l'anno a causa di questi problemi, non solo per la mancanza di successi scolastici. Il nostro studio dimostra che la bocciatura non rappresenta una strategia vincente''.
I risultati di cui parla il professor Martin possono dare nuova linfa al dibattito concernente l’utilità o meno della bocciatura, considerato che la pedagogia si è sempre interrogata su quali strategie alternative siano percorribili per sostituire il giudizio inappellabile della non promozione o per lo meno per limitarne le conseguenze. In tale dibattito si inserisce senz’altro l’opera del celebre Alberto Manzi, il maestro di Non è mai troppo tardi, il quale si rifiutò di compilare le cosiddette schede di valutazione in quanto le considerava veri e propri insulti all’intelligenza umana. Conformi alle convinzioni di Manzi, si possono annoverare gli ambienti pedagogici della Scuola di Barbiana e di quella di Nomadelfia, nei quali non si prescrivevano né si prescrivono voti, di conseguenza non si boccia. Sennonché le esperienze delle suddette scuole - sul cui spirito alternativo si potrebbe obiettare ma non sul fatto che siano comunque scuole di eccellenza – non sembrano applicabili a un sistema scolastico di un Paese di 60 milioni di abitanti.

