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Bocciare o non bocciare, questo è il problema - Seconda parte
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In primo luogo perché se si introducesse la pratica della non-bocciatura si dovrebbe rivoluzionare tutto il sistema, che andrebbe cambiato in ogni suo minimo ingranaggio-norma in quanto il fondamento stesso del rapporto docente-discente subirebbe una trasformazione radicale; in secondo luogo perché nel momento in cui si decide di orientare la scuola e la formazione nel senso del rigore, dell’equità e della meritocrazia, s’impone come necessaria l’adozione di un meccanismo di selezione. Per quanto concerne la fragilità psicologica di chi incappa nella bocciatura, eventuali effetti negativi si potrebbero evitare se il sistema di valutazione fosse veramente oggettivo, trasparente e condiviso, ossia comunicato allo studente che a sua volta si rende consapevole delle conseguenze del proprio comportamento didattico-disciplinare. In ultima analisi, se i ragazzi comprendessero che lo studio implica impegno e serietà, che i buoni risultati si ottengono solo con il sudore e che superare le prove della scuola significa davvero prepararsi alle difficoltà e alle opportunità che la vita sociale e lavorativa comporta, allora la bocciatura sarebbe meglio metabolizzata e i suoi effetti a livello di autostima sarebbero di segno rafforzativo e non negativo.
Invece spesso accade il contrario, per esempio in quell’ambito che rappresenta il buco nero del sistema scolastico, ossia la scuola secondaria di primo grado, nella quale poiché la bocciatura è ormai un evento rarissimo, si verifica che il livello degli studenti che si iscrivono alle superiori sia sempre più basso. Quindi la mancanza di un filtro, di una selezione efficace e giusta e non traumatica, produce obiettivamente un appiattimento verso la mediocrità, in quanto se non vi è un incentivo a studiare, ovvero se a un’alta percentuale si garantisce la promozione, nessuno sarà motivato a migliorare per raggiungere obiettivi soddisfacenti.
Si potrebbe concludere che la pratica della bocciatura è insostituibile, pur tuttavia essa meriterebbe di essere perfezionata se fosse correlata a un sistema di valutazione e di insegnamento nuovi e più moderni, più in sintonia con il mondo degli studenti e allo stesso tempo rigorosi e basati sulla meritocrazia. La bocciatura non è quindi il problema e non può rappresentare una strategia errata; sono infatti altre le questioni su cui indirizzare nuovi sforzi riformatori, senza però avventurarsi lungo facili scorciatoie, come nel caso debito formativo previsto dalla legge 352 del 1995. Tale norma si proponeva di modernizzare e invece ha creato solo caos, visto che verteva su un capzioso paradosso, frutto appunto di quel pensiero che volendo modernizzarla, depotenzia la selezione: lo studente con delle lacune non in numero sufficiente per la non promozione può iscriversi ugualmente all’anno scolastico successivo, durante il quale ha la possibilità di saldare il proprio debito scolastico. In altre parole una selezione diluita nel tempo. Nonostante la norma non esista più, i suoi effetti nefasti perdurano e gli addetti ai lavori lo sanno bene.
Autore: Paolo Brunacci, insegnante di lettere nella scuola secondaria di secondo grado a Jesi (AN).
copyright © Educare.it - Anno XII, N. 6, maggio 2012

