- Categoria: Scuola e dintorni
- Scritto da Stefano Rossi
Per una scuola che emozioni
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Nella pedagogia scolastica contemporanea le emozioni sembra non siano le benvenute, anzi sono spesso esiliate a discapito di un razionalismo pedagogico in cui ciò che sembra importante è leggere, studiare e far di conto. L’insegnamento dei contenuti scolastici viene proposto dal solo punto di vista cognitivo: a bambini e ragazzi viene presentato esclusivamente ciò che devono sapere. Le emozioni degli studenti e dello stesso insegnante vengono accuratamente chiuse fuori dall’aula se non fuori dalla scuola.
La causa di questo esilio pedagogico delle emozioni sembra paradossalmente essere proprio un’emozione, la più arcaica e per certi versi la più potente: la paura. Paura di non sapere come gestire le emozioni degli studenti e le proprie in un’ottica non solo trasmissiva ma anche diaologica.
Per non rischiare di bruciarsi con questo "fuoco pedagogico" si è scelto di raffreddarlo fino a spegnerlo. Così, però, la lezione e tutto il processo di insegnamento-apprendimento perde però elementi vitali: energia, curiosità e creatività.
Ci ritroviamo così un’aula fredda in cui l’insegnante ha l’arduo compito di interessare gli studenti e la sua platea senza poterli (o volerli) emozionare. Un po’ come rinfrescarli senza acqua o riscaldarsi senza fuoco appunto. Un compito praticamente impossibile.
Il rischio reale è che le emozioni negate interferiscano con il processo di insegnamento e di apprendimento. Ecco, per esempio, la noia e la disattenzione, le cui manifestazioni variano dallo studente passivo, che finge di ascoltare ma pensa ad altro, agli studenti oppositivi e problematici, che per il fatto che non sono emotivamente coinvolti diventano iperattivi o oppositivi.
Trasmettere contenuti non basta. Quanti dei nostri studenti studiano perché devono (motivazione estrinseca) e quanti studiano anche per il piacere di conoscere ed esplorare (motivazione intrinseca)? E’ troppo facile delegare questa responsabilità agli studenti. Non occorre essere insegnanti, cioè professionisti della didattica, per insegnare qualcosa semplicemente trasmettendo nozioni. Ogni persona, se ben documentata, sarebbe in grado di farlo. L’insegnante invece deve appassionare. Come? Arricchendo l'insegnamento con le proprie emozioni ed imparando a far leva positiva su quelle degli studenti.
L'apprendimento cooperativo
Quando si insegna utilizzando solamente la lezione frontale si ignorano le più basilari ricerche sulla psicologia dell’apprendimento e sulla fisiologia dell'attenzione. Persino gli studenti più motivati sono messi alla prova da 60 o addirittura di 120 minuti di soliloquio.
La didattica moderna da tempo ha evidenziato modalità di insegnamento più efficaci della lezione frontale. Tra queste richiamiamo brevemente l’Apprendimento Cooperativo (A.C.), che arricchisce ed integra la lezione tradizionale con momenti di lavoro (razionale) e condivisione (emotiva) in coppia, in piccolo gruppo ed in circle time con tutta la classe e l’insegnante.
L’insegnante invece di "tenere sempre la palla solo per sé" può progettare interventi più brevi ma capaci di stimolare l’interesse della classe: si può farlo ad esempio con domande o quesiti che poi nei gruppi cooperativi gli studenti elaborano con la loro creatività e capacità. Dopo il lavoro di gruppo in circle time la classe si piò riunire e condividere le ipotesi sviluppate, come anche le emozioni connesse all’esperienza di gruppo.
Bilanciando l’intervento dell’insegnante con il lavoro in gruppi cooperativi ed in seduta plenaria si spezza la monotonia e la freddezza della lezione frontale, attivando le risorse cognitive ed emotive di tutti gli studenti. In questo modo non solo la lezione diventa più efficace in termini di apprendimento, ma recupera anche una funzione educativa, perché stimola i ragazzi a riflettere su tematiche educative come i pregiudizi o la diversità. E' solo un esempio per indicare come l’insegnante può essere non solo l’esperto disciplinare, che spiega e fa studiare la materia, ma anche l’educatore che utilizza i propri contenuti scolastici con funzioni formative.
E' urgente ricucire la frattura tra insegnamento ed educazione, rendendo "la scuola una palestra di democrazia", come affermava il grande pedagogista americano John Dewey.
Con l’Apprendimento Cooperativo inoltre si potrebbe fare anche di più: la classe da insieme di individui isolati o in competizione può essere trasformata in una comunità di apprendimento in cui non solo si apprende ma si sviluppa l’autorealizzazione reciproca. Come il grande pedagogista Paulo Freire sosteneva nessuno viene educato da solo ma ci si educa tutti reciprocamente.
Questo è ancora più valido per l’Apprendimento Cooperativo per cui il lavoro in coppie e piccoli gruppi intercambiabili permette di trasformare la classe anche in una palestra socio-affettiva.
L’A.C. infatti ha diversi elementi che lo differenziano dal tradizionale lavoro di gruppo: tra questi ve ne sono due in particolare che sviluppano le relazioni emotive e sociali.
Il primo elemento è l’insegnamento delle abilità sociali, infatti l’A.C. non compie l’errore di dare per scontato che i ragazzi sappiano collaborare, ma al contrario utilizza l’esperienza cooperativa dell’apprendimento per insegnare ai ragazzi delle competenze emotive utili non solo a scuola ma anche e soprattutto per la vita. Tra queste solo per citarne alcuni: l’ascolto, l’empatia, la capacità di gestire costruttivamente i conflitti o di risolvere creativamente problemi di vario tipo. In questo modo si coltiva nei ragazzi non solo l’intelligenza linguistica o logico-matematica ma si sviluppa anche quella che Daniel Goleman ha definito l’intelligenza emotiva. Secondo gli studi dello psicologo americano non è infatti l’intelligenza tradizionalmente appresa nei banchi di scuola che garantisce il successo professionale o la felicità, come lo dimostrano le tante persone intelligenti ma infelici e con problemi emotivi e relazionali. Semmai sono l'intelligenza intrapersonale e quella interpersonale (secondo le definizioni di Howard Gardner) a favorire una vita personale e professionale ricca e soddisfacente. Occorre rilevare che questi due aspetti dell’intelligenza emotiva sono pericolosamente misconosciuti dal tradizionale sistema formativo contemporaneo.
Oltre all’apprendimento delle abilità sociali, il secondo potenziale dell’A.C. riguarda l’interazione promozionale. L’A.C., infatti, prevede delle specifiche strategie destinate a migliorare il clima di classe, piccole attività collaborative o di problem solving che permettono di facilitare la conoscenza reciproca tra gli studenti, l’accoglienza, il senso di appartenenza al proprio gruppo cooperativo e all’intera classe.
In definitiva, il metodo didattico dell’Apprendimento Cooperativo presenta quindi diverse potenzialità al fine di arricchire di emozione e partecipazione le lezioni scolastiche.
Bibliografia
- Bauman Z. (2012), Conversazioni sull’educazione, Erickson, Trento.
- Dewey J. (1976), Scuola e società, Newton Compton Editori, Roma.
- Gardner H. (1993), Intelligenze multiple, Anabasi, Milano.
- Goleman D. (1996), L'intelligenza emotiva, Rizzoli, Milano.
- Polito M. (2000), Attivare le risorse del gruppo classe. Nuove strategie per l'apprendimento reciproco e la crescita personale, Erickson, Trento.
- Rossi S. (2014), Tutti per uno e uno per tutti. Il potere formativo della collaborazione, La Meridiana, Bari.
Autore: Stefano Rossi, consulente e formatore esperto in psicologia scolastica e responsabile dello Studio Pedagos che si occupa di adolescenza e genitorialità (www.pedagos.it). Esperto di Apprendimento Cooperativo conduce progetti per classi a rischio e corso di formazione per insegnanti ed educatori. E' autore del testo sull’Apprendimento Cooperativo Tutti per uno e uno per tutti: il potere formativo della collaborazione, in pubblicazione.
copyright © Educare.it - Anno XIV, N. 10, Ottobre 2014

