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La scuola nel mondo

Il presente lavoro nasce dalla curiosità di conoscere l’istituzione Scuola in diversi Paesi del mondo, al fine di avere un quadro più completo delle diverse organizzazioni didattiche e logistiche. L’idea di approfondire tali conoscenze specifiche è scaturita durante il tirocinio post-lauream in Psicologia, tuttora in corso, presso l’Associazione Barnà Onlus che intende perseguire finalità di utilità sociale mediante progetti di interventi e servizi da realizzare all’interno delle scuole per la prevenzione del disagio individuale e sociale. Particolare interesse è mostrato verso gli alunni stranieri.

Il mondo della scuola italiana è sempre più caratterizzato dalla presenza di minori stranieri provenienti da diversi Paesi e tale dato di fatto implica l’impegno a prestare maggiore attenzione agli elementi che caratterizzano le differenti culture, per promuovere e consolidare percorsi interculturali. La prospettiva propositiva nei confronti delle nuove culture, favorisce l’arricchimento piuttosto che il timore di un’invasione culturale e rappresenta una concreta crescita non soltanto personale ma anche sociale.
I bambini stranieri frequentanti la scuola italiana provano un certo grado di disagio riconducibile a diversi motivi: la difficoltà della lingua; la diversa organizzazione della giornata scolastica; la diversa tipologia degli ambienti scolastici, i diversi approcci delle famiglie straniere verso la scuola italiana. Per riportare un esempio concreto di quanto su elencato, in alcuni Paesi i bambini sono abituati a stare a scuola in ambienti ampi, a svolgere maggiori attività pratiche rispetto a quelle teoriche, e quindi non è difficile comprendere come gli stessi bambini, giunti in Italia, abbiano un impatto forte che interferisce con il loro processo di integrazione.
È proprio dal rilevare difficoltà di adattamento che nasce l’esigenza di conoscere sempre più le culture di appartenenza dei bambini stranieri in modo da attivare strumenti e risorse che sviluppino un certo grado di fiducia verso l’insegnante in primo luogo, e verso i compagni successivamente.


Lo studio

Nel presente studio sono state scelte 19 Nazioni: Albania, Argentina, Bosnia–Erzigovina, Brasile, Cina, Croazia, Egitto, El Salvador, Eritrea, Filippine, Yugoslavia Macedonia, Marocco, Perù, Polonia, Romania, Senegal, Sri Lanka e Tunisia. Tra loro si diversificano non soltanto da un punto di vista culturale ma anche per lo sviluppo socio-economico, e tale diversità incide in maniera evidente sull’organizzazione scolastica.
Per ogni Nazione sono state analizzate, all’interno della scuola dell’infanzia, della scuola primaria e della scuola secondaria inferiore, 9 categorie e precisamente: lingua d’insegnamento, numero di allievi per classe, ore settimanali di lezione, frequenza settimanale, valutazione, numero di insegnanti per classe, rapporti scuola/famiglia, compiti a casa, studio di altre lingue straniere.
Per ciascuna delle suddette categorie sono state raccolte e confrontate le informazioni provenienti da diverse fonti: ricerche su internet, esperienze professionali e risultati emersi da una ricerca condotta dal CESPI di Milano sulla scuola dell’obbligo.

Analisi delle categorie: età, numerosità delle classi, orario delle lezioni

In tutte le Nazioni prese in esame sono stati stabiliti uno o più ordini scolastici come obbligatori, definendo così la corrispettiva fascia di età obbligatoria. Un esempio è dato dalla Bosnia-Erzigovina, dal Brasile, dalla Jugoslavia e dalla Polonia dove la scuola dell’obbligo è quella primaria, con una durata che va dai 7 anni di età ai 15 anni.
La scuola dell’obbligo nella maggior parte delle Nazioni ha inizio all’età di 7 anni, e tale dato, apparentemente poco significativo, si traduce nel fatto che un bambino straniero inserito in una classe italiana quasi al 100% si troverà con compagni che non hanno la sua stessa età, provocando una percezione iniziale di diversità sia per la cultura di appartenenza che per l’età anagrafica. Avere un’età diversa dal resto della classe provoca disagio nel bambino straniero che si sente poco stimolato dalle attività propostegli in classe in quanto cognitivamente padroneggia delle competenze che i compagni non hanno acquisito ma i limiti linguistici esercitano un grosso freno nello scambio e nell’interazione.

Quasi sempre, nelle famiglie dei bambini stranieri si utilizza la lingua di origine. Ed infatti sono proprio i bambini che svolgono il ruolo di “traduttori” tra gli interlocutori locali ed i genitori e/o parenti che non conoscono la lingua Italiana.
Nel caso in cui il bambino, dopo qualche tempo, non padroneggi ancora bene l’italiano, è probabile che nasca la fantasia, tra coetanei ed adulti, che possa essere poco intelligente. L’atteggiamento che il bambino straniero percepirà nei suoi confronti non farà altro che amplificare le difficoltà espressive ed interattive così come il processo di integrazione.
Il numero degli alunni presenti in una classe varia a seconda della Nazione di appartenenza. Si rileva che il numero più elevato di allievi si abbia nel Senegal per un totale di circa 59 alunni per ogni insegnante. In ordine decrescente si trova la Macedonia con 52 alunni per docente, l’Eritrea con 41 alunni, la Bosnia-Erzigovina con una cifra oscillante tra i 30 e i 40 bambini per insegnante, l’El Salvador (38) e le Filippine (34) e a seguire tutti gli altri Stati presi in esame con un numero di allievi intorno alle due decine. Il sovraffollamento delle classi in alcune Nazioni scoraggia l’adozione di metodologie d’insegnamento partecipative dell’alunno ed orientate allo sviluppo individuale del bambino stesso. Questo dato evidenzia come i bambini stranieri che si trovano a frequentare le classi italiane, composte da una media di 20 alunni per classe, possano sentirsi sottoposti a maggiori richieste da parte delle insegnanti, le quali se da un lato hanno a disposizione più tempo da dedicare a ciascun alunno, dall’altro aumentano le loro aspettative nei confronti degli stessi, provocando nei bambini stranieri “un’ansia da prestazione” che andrà ad incidere sul rendimento scolastico in modo negativo.

Per quanto riguarda l’orario delle lezioni, si passa da un minimo di 20 ore settimanali caratterizzanti le prime classi della scuola primaria di Paesi come l’Argentina, il Brasile, l’El Salvador, le Filippine, la Jugoslavia, la Macedonia e lo Sri Lanka, ad un massimo di 37 ore settimanali previste nella scuola egiziana.
In alcune Nazioni l’orario scolastico varia a seconda della classe frequentata, con un aumento di ore parallelo al passaggio in una classe successiva: ad es. in Albania la prima e la seconda classe della scuola primaria sono contrassegnate da 23 ore settimanali, la terza da 25 ore settimanali, la quarta da 27 ore, 29 ore in quinta, 30 ore per la sesta classe ed infine 32 ore settimanali per la settima e l’ottava classe; in Romania si svolgono 22 ore settimanali nella prima classe, 25 nella seconda e terza classe, 26 ore nella quarta della scuola primaria, mentre 30 ore settimanali nella prima classe della scuola secondaria inferiore, 31 ore nella seconda, 33 nella terza e 34 nella quarta classe.
Ne deriva che, per i bambini abituati ad un minor numero di ore settimanali di lezione, il ritmo scolastico italiano ne facilita la distraibilità, spesso letta dalle insegnanti come disinteresse e svogliatezza.