- Categoria: Racconti
- Scritto da Ilenia Bartolini
Il sogno di Annabelle
Article Index
Tanti anni fa, nei pressi di una piccola città del Nord dell’Alaska, tra le montagne, sorgeva un villaggio nascosto dietro una fitta boscaglia, così fitta che chiunque passasse nelle sue vicinanze non riusciva a scorgere altro che arbusti, rovi, cespugli di rose selvatiche e grandi alberi di querce.
Non era molto lontano dalla città; dalla strada principale si poteva raggiungere percorrendo per circa dieci chilometri un sentiero molto stretto che poche persone conoscevano. Poveri viandanti, vecchi pastori e uomini disperati lo avevano attraversato in cerca di fortuna; a distanza di tempo, il bosco sembrava quasi aver “risucchiato” quella parvenza di strada che consentiva l’accesso al villaggio, ed il sentiero era completamente ricoperto di rovi.
Questo piccolo paese era ben lontano dal progresso tecnologico, ma, a dispetto di ciò, la sua gente era dotata di grande umanità. I suoi abitanti erano dei gran lavoratori, ognuno aveva la propria casa e svolgeva il proprio mestiere. C’erano i falegnami che utilizzavano i legname ottenuto dai boschi vicini per costruire case, oggetti per la casa, arnesi da lavoro, ecc. C’erano molti contadini che, dall’alba al tramonto, lavoravano la terra barattando con gli altri abitanti del villaggio i prodotti che ne ricavavano in cambio di qualche utensile o arnese utile per la casa, o pelli di animali o qualche pezzo di legno per riscaldarsi di inverno e così via. Tutti vivevano in pace ed armonia, e di ogni difficoltà che sorgeva ad una persona se ne faceva carico tutto il paese.
È in questa atmosfera di amicizia e pace collettiva che si “consuma” la storia della piccola Annabelle. Annabelle Crossing era una bambina di dodici anni, dai capelli biondi come i riflessi del girasole nelle giornate soleggiate, il viso pallido come l’avorio, e gli occhi verdi come lo smeraldo. Tutti in paese conoscevano la piccola Annabelle per la sua bontà; aveva sempre una parola gentile per ogni persona proprio come sua madre, la maestra Ofelia. La povera donna era morta di parto nel dare alla luce il piccolo Billy, il fratellino minore di Annabelle. Erano passati ormai tre anni e i due bambini trascorrevano la loro vita accuditi dalla vecchia zia Marianne. La poveretta, rimasta da tempo vedova, si era presa carico dei due bambini subito dopo l’improvvisa morte della nipote e la conseguente notizia della morte di John Crossing al fronte, durante la guerra.
La zia Marianne aveva accolto i due bambini con uno strano atteggiamento: da un lato si dichiarava felice di onorare la promessa di provvedere a loro fatta alla nipote Ofelia sul letto di morte, tuttavia,questa piccola donna dai capelli bianchi come la neve sembrava vivere in un mondo tutto suo. "Annabelle, è l’ora del latte cara!" - ripeteva ogni mattina- "Danne anche a tuo fratello Billy mentre io mi reco in città ad acquistare i miei pizzi"- continuava. Era senza dubbio una persona dall’animo buono e dallo spirito bizzarro che non aveva la più vaga idea di come si allevasse un bambino.
La piccola Annabelle svolgeva i mestieri di casa mentre la zia trascorreva parte della giornata in città, tra negozi di cappelli e salotti dove spettegolava con le amiche sugli ultimi soprabiti e le stoffe alla moda. Era l’unica parente della povera Ofelia ancora così legata alla vita borghese; si era adattata alla vita semplice del villaggio per amore del marito, un imprenditore agricolo, ma in realtà non era mai appartenuta a quell’ambiente.
Tutte le mattine Annabelle si recava di buon ora nella stalla a prendere un po’ del buon latte appena munto dallo stalliere per portarlo al fratellino Billy e berne lei stessa. Dopo averlo accudito e lasciato alla vicina di casa, la signora Mildred, occasionale baby-sitter durante le assenze della zia, Annabelle si recava nella piccola scuola del villaggio.
Annabelle aveva un ottimo rendimento scolastico, si applicava scrupolosamente e con devozione in ogni disciplina. Passava ore de ore davanti alla carta geografica e fantasticava insieme all’amica Angelica su quello che sarebbe stato il loro futuro.“Io vorrei fare l’astronauta o la pianista. A te cosa piacerebbe fare da Grande Annabelle?”- chiedeva Angelica incuriosita all’amica. “Io vorrei insegnare, proprio come mia madre”- rispondeva Annabelle.
Ogni giorno Annabelle, terminata la mattinata scolastica, tornava a casa di tutta fretta, per sbrigare i lavori domestici e provvedere lei stessa, nelle frequenti assenze della zia, a semplici pasti per se e per il fratellino. Quando aveva sei-sette anni aveva osservato attentamente la madre Ofelia che si “barcamenava” tra i lavori di casa e la scuola, e aveva imparato molto.
Nel tardo pomeriggio, quando la zia Marianne si “degnava” di rimettere piede in casa Annabelle si concedeva un paio d’ore di svago con le compagne di scuola.
Una di queste mattinate, al termine delle lezioni, mentre scendeva le scale della scuola per tornare a casa, Annabelle notò sull’uscio una donna accasciata in terra che piangeva. Era una donna di colore sui quarant’anni, robusta, con i capelli corvini mossi, gli occhi neri come la pece; il suo volto era segnato dalle lacrime e dalla stanchezza. “Cosa le è successo signora, perché piange?”- chiese Annabelle alla sconosciuta. “Niente Miss, non vi date pena per me”- rispose la donna. “È la prima volta che vi vedo qui, chi siete?”- continuò la bambina. “Nessuno fa caso a me Miss, sono come un fantasma. Il mio nome è Marissa Colby” – esclamò la triste signora. “Perché piangete Marissa se mi è dato chiedervelo di nuovo?” esclamò Annabelle. “Vedete Miss, sono molto stanca; ho fatto un lungo viaggio per venire nel vostro paese”- rispose Marissa.
Annabelle si accorse che Marissa stringeva molto forte sulla mano destra un foglio e, continuando a vederla angosciata e singhiozzante, le chiese: “Cosa c’è scritto di tanto sconvolgente in quel foglio da farvi affliggere così tanto?”. “Non lo so”- rispose Marissa – “Questa lettera è di mia figlia, viene dal’Africa. Non so cosa c’è scritto, perché non so leggere. Ho ricevuto altre cinque lettere della mia piccola e non ho la più pallida idea di cosa ci sia scritto e tutto per colpa della mia ignoranza!”. “Potrei aiutarvi io”- sostenne Annabelle – “vi leggerò io le lettere di vostra figlia, anzi potrei fare di più, potrei insegnarvi a leggere. Anche se sono solo una bambina so leggere molto bene e potrei usare i miei libri delle prime classi di scuola per insegnarvi. Cosa ne dite?”. “Voi siete molto buona Miss, sarebbe molto bello. Vedete, io ho trascorso molto tempo in città, ma nessuno mi ha mai assunto a lavorare perché sono di colore; le persone come me sono considerate diverse, buone a nulla e inutili. Avrei voluto frequentare la scuola serale della città, ma mi hanno cacciato via dicendo che non accettano negri e che i negri sono come animali, senza diritto di parola, senza pensieri. Poco dopo, mi è giunta voce dell’esistenza di questo piccolo villaggio e della bontà dei suoi abitanti e, in preda alla disperazione, sono partita e giunta qui un paio di giorni fa. Il curato mi ha accolto benevolmente offrendomi l’occupazione di governante presso questa scuola. Non credo di poter accettare il vostro aiuto Miss, non ho denaro per pagarvi e da dove vengo io niente si dà in cambio di niente. Bisogna pagare un servizio reso; è una questione di onore”- sottolineò Marissa.
“Capisco la vostra posizione signora Colby. A me non importa niente dei soldi e non credo che i neri siano diversi dai bianchi. Dio è il padre di tutti noi e tutti abbiamo diritto a rispetto e considerazione. Signora Marissa, siamo in America; qualche anno fa un uomo politico molto importante di nome Abraham Lincoln lottò per l’abolizione della schiavitù nel nostro paese e riuscì a decretare l’emancipazione degli schiavi. Egli disse più volte che tutti gli uomini sono nati liberi ed hanno dei diritti. Non ci sono diversità fra neri, bianchi rossi o gialli. Siamo tutti uguali a prescindere dal sesso, l’età e la religione. Purtroppo sembra che molte persone se ne dimentichino. Lei non se lo scordi mai” - aggiunse Annabelle. “Ho sentito parlare di questo grande uomo quando ero in Africa”- disse Marissa. “Sarà un piacere per me, anzi un dovere di cittadina americana aiutarla ad imparare a leggere. Sapete Marissa, io adoro conoscere nuove culture, adoro la geografia. Dell’Africa so solo ciò che ho letto nei libri che mi ha lasciato mia madre e vorrei saperne di più circa le usanze, le tradizione e le abitudini. Voi potreste parlarmene se ve la sentite; così saremmo in due ad imparare qualcosa e voi paghereste il vostro “debito”. Cosa ne pensate?” asserì Annabelle entusiasta. “Va bene Miss, con molto piacere; se la mettete così non posso che accettare” – sostenne Marissa stringendo commossa le mani della bambina. “Marissa, il mio nome è Annabelle Crossing. Chiamatemi per nome d’ora in poi” disse Annabelle alla signora Colby. “Va bene Annabelle. Lo farò con piacere” rispose Marissa.
Da quel giorno Annabelle si recò tutti i pomeriggi per un’ora nella piccola stanzetta in cui Marissa era alloggiata e portando con se i suoi libri cominciò ad insegnarle l’alfabeto, i suoni, i primi grafemi, le prime parole, le frasi. Dalla sua, Marissa raccontava ad Annabelle particolari sul clima, sulle usanze e sui cibi africani. Il tempo scorreva velocemente; dopo tre mesi Marissa imparò a leggere. Riuscì a leggere le lettere dell’amata figlioletta che in Africa frequentava la scuola proprio grazie al denaro che la madre le spediva.
D’altra parte Annabelle imparò molto circa gli abitanti dell’Africa, sul loro clima, sulla condizione economica e governativa. Marissa le insegno alcuni termini della lingua swahili, il dialetto parlato nel suo piccolo villaggio di provenienza. Tra loro nacque una bella amicizia che portò ad un arricchimento reciproco.
Marissa riuscì per la prima volta a scrivere una lettera di risposta alla figlia e da lì, tra le due congiunte nacque una fitta corrispondenza che rasserenò profondamente l’animo della signora Colby. Di questo non poteva far altro che ringraziare Annabelle, la sua tenacia, la sua determinazione, il suo altruismo e il suo profondo senso di giustizia. Lo fece per anni e anni.
Circa sei anni più tardi, dopo essersi diplomata come insegnante, Annabelle decise di partire come docente volontaria per il Nord Africa, allo scopo di fornire gratuitamente un’istruzione a tutti quei bambini che vivevano in condizione di povertà, indigenza ed emarginazione. Marissa apprese con gioia la notizia considerando quel gesto come un grande contributo per la sua gente. Le due amiche si salutarono abbracciandosi forte e promettendosi che seppur lontane si sarebbero scritte.
La figlia di Marissa dopo qualche anno si trasferì in Alaska, ricongiungendosi alla madre e le stette vicino fino alla morte. In quanto ad Annabelle fece una buona vita; la spese interamente ad insegnare ai bambini africani; pur tenendosi in contatto con l’amica Marissa e con i suoi cari non riuscì a tornare nel suo amato villaggio dell’Alaska.
Marissa fu per Annabelle come una madre, tanto che alla sua morte il corpo di Annabelle, su sua richiesta, fu riportato in Alaska e la sua tomba disposta accanto a quella dell’amata amica Marissa. Furono vicine per sempre.
Autore: Ilenia Bartolini insegnante di sostegno di ruolo nella scuola primaria, attiva nell’approfondire tematiche inerenti alla disabilità e nell’insegnamento dell’italiano L2, da qualche anno ama scrivere racconti ed articoli di interesse pedagogico-didattico.
copyright © Educare.it - Anno XIV, N. 9, settembre 2014

