Stop the genocide poster

  • Categoria: Racconti

Il sogno di Annabelle - Seconda parte

La piccola Annabelle svolgeva i mestieri di casa mentre la zia trascorreva parte della giornata in città, tra negozi di cappelli e salotti dove spettegolava con le amiche sugli ultimi soprabiti e le stoffe alla moda. Era l’unica parente della povera Ofelia ancora così legata alla vita borghese; si era adattata alla vita semplice del villaggio per amore del marito, un imprenditore agricolo, ma in realtà non era mai appartenuta a quell’ambiente.

Tutte le mattine Annabelle si recava di buon ora nella stalla a prendere un po’ del buon latte appena munto dallo stalliere per portarlo al fratellino Billy e berne lei stessa. Dopo averlo accudito e lasciato alla vicina di casa, la signora Mildred, occasionale baby-sitter durante le assenze della zia, Annabelle si recava nella piccola scuola del villaggio.

Annabelle aveva un ottimo rendimento scolastico, si applicava scrupolosamente e con devozione in ogni disciplina. Passava ore de ore davanti alla carta geografica e fantasticava insieme all’amica Angelica su quello che sarebbe stato il loro futuro.“Io vorrei fare l’astronauta o la pianista. A te cosa piacerebbe fare da Grande Annabelle?”- chiedeva Angelica incuriosita all’amica. “Io vorrei insegnare, proprio come mia madre”- rispondeva Annabelle.

Ogni giorno Annabelle, terminata la mattinata scolastica, tornava a casa di tutta fretta, per sbrigare i lavori domestici e provvedere lei stessa, nelle frequenti assenze della zia, a semplici pasti per se e per il fratellino. Quando aveva sei-sette anni aveva osservato attentamente la madre Ofelia che si “barcamenava” tra i lavori di casa e la scuola, e aveva imparato molto.

Nel tardo pomeriggio, quando la zia Marianne si “degnava” di rimettere piede in casa Annabelle si concedeva un paio d’ore di svago con le compagne di scuola.

Una di queste mattinate, al termine delle lezioni, mentre scendeva le scale della scuola per tornare a casa, Annabelle notò sull’uscio una donna accasciata in terra che piangeva. Era una donna di colore sui quarant’anni, robusta, con i capelli corvini mossi, gli occhi neri come la pece; il suo volto era segnato dalle lacrime e dalla stanchezza. “Cosa le è successo signora, perché piange?”- chiese Annabelle alla sconosciuta. “Niente Miss, non vi date pena per me”- rispose la donna. “È la prima volta che vi vedo qui, chi siete?”- continuò la bambina. “Nessuno fa caso a me Miss, sono come un fantasma. Il mio nome è Marissa Colby” – esclamò la triste signora. “Perché piangete Marissa se mi è dato chiedervelo di nuovo?” esclamò Annabelle. “Vedete Miss, sono molto stanca; ho fatto un lungo viaggio per venire nel vostro paese”- rispose Marissa.

Annabelle si accorse che Marissa stringeva molto forte sulla mano destra un foglio e, continuando a vederla angosciata e singhiozzante, le chiese: “Cosa c’è scritto di tanto sconvolgente in quel foglio da farvi affliggere così tanto?”. “Non lo so”- rispose Marissa – “Questa lettera è di mia figlia, viene dal’Africa. Non so cosa c’è scritto, perché non so leggere. Ho ricevuto altre cinque lettere della mia piccola e non ho la più pallida idea di cosa ci sia scritto e tutto per colpa della mia ignoranza!”. “Potrei aiutarvi io”- sostenne Annabelle – “vi leggerò io le lettere di vostra figlia, anzi potrei fare di più, potrei insegnarvi a leggere. Anche se sono solo una bambina so leggere molto bene e potrei usare i miei libri delle prime classi di scuola per insegnarvi. Cosa ne dite?”. “Voi siete molto buona Miss, sarebbe molto bello. Vedete, io ho trascorso molto tempo in città, ma nessuno mi ha mai assunto a lavorare perché sono di colore; le persone come me sono considerate diverse, buone a nulla e inutili. Avrei voluto frequentare la scuola serale della città, ma mi hanno cacciato via dicendo che non accettano negri e che i negri sono come animali, senza diritto di parola, senza pensieri. Poco dopo, mi è giunta voce dell’esistenza di questo piccolo villaggio e della bontà dei suoi abitanti e, in preda alla disperazione, sono partita e giunta qui un paio di giorni fa. Il curato mi ha accolto benevolmente offrendomi l’occupazione di governante presso questa scuola. Non credo di poter accettare il vostro aiuto Miss, non ho denaro per pagarvi e da dove vengo io niente si dà in cambio di niente. Bisogna pagare un servizio reso; è una questione di onore”- sottolineò Marissa.

“Capisco la vostra posizione signora Colby. A me non importa niente dei soldi e non credo che i neri siano diversi dai bianchi. Dio è il padre di tutti noi e tutti abbiamo diritto a rispetto e considerazione. Signora Marissa, siamo in America; qualche anno fa un uomo politico molto importante di nome Abraham Lincoln lottò per l’abolizione della schiavitù nel nostro paese e riuscì a decretare l’emancipazione degli schiavi. Egli disse più volte che tutti gli uomini sono nati liberi ed hanno dei diritti. Non ci sono diversità fra neri, bianchi rossi o gialli. Siamo tutti uguali a prescindere dal sesso, l’età e la religione. Purtroppo sembra che molte persone se ne dimentichino. Lei non se lo scordi mai” - aggiunse Annabelle. “Ho sentito parlare di questo grande uomo quando ero in Africa”- disse Marissa. “Sarà un piacere per me, anzi un dovere di cittadina americana aiutarla ad imparare a leggere. Sapete Marissa, io adoro conoscere nuove culture, adoro la geografia. Dell’Africa so solo ciò che ho letto nei libri che mi ha lasciato mia madre e vorrei saperne di più circa le usanze, le tradizione e le abitudini. Voi potreste parlarmene se ve la sentite; così saremmo in due ad imparare qualcosa e voi paghereste il vostro “debito”. Cosa ne pensate?” asserì Annabelle entusiasta. “Va bene Miss, con molto piacere; se la mettete così non posso che accettare” – sostenne Marissa stringendo commossa le mani della bambina. “Marissa, il mio nome è Annabelle Crossing. Chiamatemi per nome d’ora in poi” disse Annabelle alla signora Colby. “Va bene Annabelle. Lo farò con piacere” rispose Marissa.

Tagged under: #bambini, #scuola,