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  • Categoria: Racconti

Uniti nel silenzio - Seconda parte

Un giorno, nella classe di Amos, arrivò Manila una ragazzina di colore trasferitasi dalla lontana città di Siracusa in una casa famiglia sita nella periferia della città. La bambina, a causa di un terribile trauma infantile, non parlava. Si dice che avesse assistito, qualche anno prima, alla morte del padre, che avesse visto con i suoi occhi la madre ucciderlo con un colpo di pistola e che il grande shock l’ avesse portata a smettere di parlare. La ragazza comprendeva perfettamente tutto ciò che gli altri le dicevano, solo che non parlava; comunicava con loro tramite gesti o per iscritto.

Amos, che per motivi diversi comunicava allo stesso modo, osservò a lungo Manila chiedendosi tra sé: “Lei che può camminare, saltare, correre, nuotare, perché non parla?”.

Un giorno la maestra portò i bambini nel parco a giocare; Amos, accompagnato da lei, si posizionò con la sua sedia a rotelle accanto ad un’aiuola, vicino ad una discesa dove i suoi compagni amavano correre avanti indietro, giocare a “chiapparella” e sgranchirsi dopo una faticosa mattinata scolastica.

Dopo aver osservato, nella sua immobilità, i suoi compagni scorrazzare su e giù per i prati Amos si coprì il volto con il cappellino e fece finta di dormire. Da sotto il cappello la piccola Manila scorse il volto del compagno segnato dalle lacrime e si avvicinò a lui per accarezzarlo. Amos reagì in malo modo, dando uno schiaffo alla ragazza che, mortificata dal brusco gesto, corse a nascondersi.

L’insegnante richiamò i ragazzi all’ordine; era ora di rientrare. Mentre spingeva la carrozzina di Amos, lei perse l’equilibrio inciampando su una buca. Inavvertitamente lasciò la carrozzella del ragazzo alla quale era stata tolta la sicura; il mezzo cominciò a correre all’indietro ad alta velocità lungo la discesa. Tutti cominciarono a gridare: “Correte! Fermatelo! Aiuto!!”. Amos, atterrito dallo spavento, si coprì totalmente il volto.

All’improvviso, sbucò da dietro un albero Manila che con decisione si lanciò sulla carrozzina in corsa, facendola arrestare e facendo cadere Amos proprio sopra di lei. Tutti accorsero in soccorso ai due ragazzi; l’intervento di Manila aveva salvato Amos da una brutta caduta. Quest’ultimo, incolume e tutto pieno di polvere, si pulì il viso sporco di terra e rimase a testa bassa, sigillato nel suo silenzio.

Manila, con il ginocchio dolorante, fu accompagnata dalla maestra in infermeria. Dopo essere tornata in classe, all’ultima ora, in attesa dell’arrivo di un’altra insegnante, Manila si alzò dalla seggiola del proprio banco e si avvicinò ad Amos accarezzandole il volto. Il ragazzo stavolta non reagì in malo modo, anzi, sorrise alla compagna.

La mattina dopo, durante l’intervallo Amos si avvicinò con al sua carrozzella a Manila e poggiò nel suo banco un foglio con su scritto: “Perché non parli?”. Manila prese quel foglio e lo ripose nel suo zaino. L’indomani la ragazza consegnò ad Amos quello stesso foglio nel retro del quale aveva realizzato un disegno. Aveva rappresentato se stessa, il suo volto, con gli occhi grandi e tristi, senza la bocca, che osservava una donna con una pistola in mano che uccideva un uomo. La ragazza aveva riprodotto il tragico dramma familiare di cui era stata testimone.

A sua volta anche lei consegnò un foglio ad Amos con su scritta la stessa domanda posta da lui a lei: “E tu, perché non parli?”. Lui disegnò se stesso sulla sedia a rotelle; non rappresentò le sue gambe e sotto di esso scrisse: “…. perché ora sono un ragazzo a metà e non ho da dire niente a nessuno”.

I due ragazzi continuarono a studiarsi a vicenda per settimane e successivamente cercarono, ad ogni proposta dell’insegnante di lavorare in coppia con un compagno/a, di essere abbinati insieme. Continuarono a non parlare. Svolgevano separatamente un certo compito e poi se lo scambiavano correggendoselo l’un l’altro.

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